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12 Ottobre Ott 2018 0908 12 ottobre 2018

X Factor 2018, Bootcamp: le pagelle della seconda puntata

Gli under uomini di Maionchi convincono. Tranne Criscitello. Ma la vera sopresa è nei gruppi capitanati da Asia, ormai "fantasma" sul palco: i BowLand spaccano. I voti di Massimo Del Papa. 

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X Factor si sta sanremizzando? Sta, in altre parole, attingendo al serbatoio del clamore, degli scandali, delle baruffe da ballatoio, delle faccende di contorno più o meno fondate, più o meno reali per tener viva l'attenzione su un format che, per quanto rutilante, comincia a mostrare un po' di corda? Succede che mai come in questa 12esima edizione il talent di Fremantle viene lambito da situazioni esogene, ma che fatalmente rifluiscono nel programma. La prima è reale, diretta, invasiva, per quanto paradossale: chi segue, vede un giudice, Asia Argento, che non c'è più ma prepara i candidati della sua squadra per uno che non c'è ancora ma si sa che arriva, il Lodo Guenzi che cantava peste e corna dei talent, ma solo perché voleva entrarci. Un gioco di fantasmi che lascia interdetti e non poteva mancare di accendere insofferenza e delusione nel pubblico, perché Argento aveva saputo trovare un suo spazio, omogeneo, organico nell'economia dello spettacolo.

LE POLEMICHE TRA LA "TRUFFA" DELLA CUFFIA E L'ACQUA DI FERRAGNI

L'altro focolaio di polemica è la piccola truffa di un concorrente che sosteneva di non sentirsi nel ritorno in cuffia, salvo tradire la finzione. Poi c'è l'affare dell'acqua, l'acqua di santa Chiara, l'acqua benedetta maledetta della Ferragni in Fedez: i due, si sa, venderebbero pure l'oro di Fort Knox ma la minerale purissima griffatissima carissima ha lasciato l'amaro in bocca a molti e lo scazzo mediatico è andato in ebollizione. Insomma in questa settimana tutto si è detto, meno che degli aspiranti, dei loro talenti potenziali: retrocessi al rango di comprimari. Ma ci sono e l'11 ottobre per l'appunto è toccato alle altre due categorie, gli over e i gruppi. E Asia c'è e non c'è più, si agita come spirito inquieto, destinato a svanire eppure così presente. Inquietante, quasi un film di suo padre.

UNDER UOMINI

MARA MAIONCHI: 5. Se la gode a tener sulla corda gli aspiranti, tira fuori tutto il suo repertorio di “maroni” e vacaghèr, ma somiglia sempre più a Peo Pericoli: «Ohe, e allooora!». Diverse scelte discutibili, anche se la sua squadra è quella che è.

La squadra degli under uomini.

LEONARDO PARMEGGIANI: 7. Lui ha una sua cifra, un suo stile, da menestrello british ma non pedestre: si conferma con Stay di Post Malone, resta in bilico, ma alla fine si siede. E, siccome è umile sul serio, non finge, fino all'ultimo si aspetta di doversi alzare e far fagotto. Non lo meriterebbe, e non succede.

LEO GASSMAN: 7 ½. Figlio di un cognome, faccia da predestinato, ma la sua sedia è indiscutibile: Kurt Cobain di Brunori è scelta anomala, rischiosa perché brano a togliere, bisogna fare uscire la desolazione: lo fa assai bene, con qualche punta di eccesso, Agnelli fa il sofistico, ma gassmanino ha 18 anni.

PIERFRANCESCO CRISCITIELLO: 5. Toh, Cat Stevens. Piuttosto insicuro però; questa Father and son è più fumo che arrosto, ma a X Factor può bastare: non solo Mara gli regala una sedia, ma lo salva pure dagli switch.

Emanuele Bertelli.

ANASTASIO: 7+. Osa con Generale di De Gregori; la stravolge, più spoken che rap. O è uno sciocco o è un talentaccio e lo sa. La seconda che ho detto, ci mette belle parole, di chi sa quel che fa. Nessun dubbio sulla sedia.

EMANUELE BERTELLI: 7 ½. Altro che Boublé (Rick Astley, corregge Asia); 16 anni, ha, 'sto pennellone, che a vederlo te lo immagini bullizzato a scuola. Poi siede al piano e... va bè, che stiamo a perdere tempo, questo arriva dritto in fondo; per ora, con la sua Location di Khalid, switcha Salvatore.

GRUPPI

ASIA ARGENTO: 5. Chi scrive l'ha vista esitante, spesso appesa al giudizio dei colleghi, a volte astrusa nei suoi: boccia una band perché «avete già una definizione, non ci vedo un progetto di lavoro». Va detto che è quella cascata peggio, il materiale artistico qui latita abbondantemente.

La squadra dei gruppi.

RED BRICKS FOUNDATION: 5/6. Ecco, prendiamo questi: il clone di Richard Ashcroft che rifà gli Strokes (Someday) piace ad Asia: ma chi scrive ha rinunciato da tempo a capire Asia. Dunque, davanti a questa sedia sprecata, non capisce ma si adegua.

SEVESO CASINO PALACE: 6. La ragazzina è un po' esaltata, ma senza convinzione dove vai se vuoi fare la popstar? Mettici la voce rugginosa («bel timbro, bel timbro», salmodiano tutti), la compattezza degli amichetti di band, mettici una I miss the misery degli Halestorm particolarmente ormonale, e scatta la sedia.

I Moka Stone.

INQUIETUDE: 5/6. Concettualmente compiono la stessa operazione di Anastasio. Ma la loro resa, in Ann, è inferiore: sul cantato di Lucio Battisti, si casca, quasi sempre, e casca difatti il nostro piccolo Lindo Ferretti made in Cantù. Diciamo che la sedia l'afferrano coi denti: per grazia ricevuta.

MOKA STONE: 6-. Riscrivono cum grano salis i Rage Against The Machine e tanto basta per switchare i Kafka sui pattini, che non lo meritano, almeno nel confronto diretto. Misteri Asiatici.

BOWLAND: 8. Questi sono fuori categoria: chi li riconosce gli Stereophonics a questa guisa? Ma ogni colpo è un centro e non sbagliatevi però voi che ascoltate: non sono pellegrini, hanno già cospicua esperienza, dilettanti ma solo di nome. Sedia, scontata, a parte, sarà interessante capire dove possono arrivare con la loro elettronica inafferrabile, con quel trip hop umanizzato che pare facile e non lo è.

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