Salvagente Outlet Milano Moda
LA MODA CHE CAMBIA
14 Ottobre Ott 2018 0900 14 ottobre 2018

Quando la moda intuì l'esigenza di un outlet

Nasceva 40 anni fa a Milano il Salvagente, primo spaccio di grandi griffe. Una intuizione di cui solo ora si comprende la portata. 

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Il Salvagente, primo outlet italiano di grandi griffe, il 14 ottobre compie 40 anni con una serata a scopo benefico al Teatro Nuovo di Milano su testo ad hoc di Debora Villa e grande partecipazione dei suoi amici comédien di Zelig. Ricordo ancora i commenti delle nostre mamme quando nacque, negli anni di piombo, come la sua insegna, senza alcun dubbio, dichiara. Nel 1978 ero adolescente e, sebbene fossimo appena usciti dall’emergenza petrolifera e da un generale ridimensionamento dei consumi che, pochi anni più tardi, avrebbe trovato la sua nemesi nella Milano da bere, non era ancora in uso, fra le famiglie borghesi e per nulla fricchettone a cui appartenevo, scegliere il proprio abbigliamento fra stock e rimanenze. Rimanenza significava ancora fondo di magazzino, e vi aleggiava attorno un odore di stantio, di vecchio, quasi di usato, parola del tutto vietata in casa mia dove, vi faccio caso solo ora mentre scrivo, andava crescendo una ragazzina che molti anni dopo, sul modo migliore per comprare vintage o crearselo avrebbe scritto addirittura un libro. Ma nel 1978 io frequentavo ancora le scuole medie e i fratelli Massimo e Riccardo Galofaro, che ora la città festeggia, aprivano uno spazio in via Fratelli Bronzetti grazie a un’intuizione di cui solo oggi che il Pianeta potrebbe essere interamente avvolto nei miliardi di t-shirt, cappotti e pantaloni che produciamo e consumiamo, inizia a essere valutata appieno non solo nella sua portata economica, ma soprattutto etica e sostenibile.

UN'IDEA ACCOLTA FAVOREVOLMENTE DA FAÇONISTI E DESIGNER

I Galofaro furono infatti i primi a comprendere che il folgorante successo della moda pret-à-porter, sviluppata proprio a Milano e in alcuni casi a pochi metri dal loro spazio, avrebbe portato a un surplus produttivo e a un aggravio di costi di magazzino per gli stilisti e i loro produttori. Un progetto di rivendita a prezzo di realizzo di queste rimanenze, dopo un lasso di tempo adeguato (in genere un anno, ma anche due) non poteva che essere accolto favorevolmente e dal mercato e dagli stessi façonisti e designer, che allora non si chiamavano ancora così avendo appena iniziato il loro faticoso cammino evolutivo dalla percezione di “sarti in serie” a quella di artisti dello stile. Dopo qualche titubanza, mamma e le sue amiche che ancora compravano dai grandi sarti e osservavano con astio le pile di camicie militari usate al mercatino di Forte dei Marmi dove le mie amiche e io lasciavamo invece il cuore, iniziarono ad avvicinarsi al magazzino di zona Indipendenza: sceglievano con occhio esperto, tastando la qualità dei tessuti e osservando le cuciture, senza farsi incantare dalla griffe del momento. Io, invece, alle griffe tenevo molto e con i risparmi delle ripetizioni e di qualche partecipazione televisiva (ci andavamo in gruppo usciti dal liceo, e fra una pausa e l’altra delle registrazioni studiavamo: non ci pare di aver perso tempo e abbiamo ormai tutti curriculum da accesso alle pur inattuabili pensioni 100, per dire), vi comprai fra le altre cose il mio primo abito Trussardi, che potrei ancora descrivere: un completo formato da una tunichetta in cotone manopesca e da un leggero robemanteau in tinta. Vi sostenni l’esame di ingresso in università nel 1983; probabilmente finì perso in qualche trasloco, altrimenti l’avrei ancora, come souvenir del mio primo shopping autonomo.

VALORIZZIAMO I NOSTRI MAGAZZINI, NON SOLO GLI STILISTI

Della rilevanza del business dei fratelli Galofaro, come accennavo prima, si intuisce solo ora la portata. Il fatto che sia diventato un’istituzione, con addentellati e succursali in altre città, resistendo all’avvento dei mall, alle città dello shopping, agli outlet fuoriporta dove vengono convogliati torpedoni di cinesi e mediorientali, è invece prova della fedeltà e dell’amore che i milanesi riservano ai loro piccoli o grandi tesori, continuando nel loro caso a “passarne” l’indirizzo agli amici, e segnalando perfino la fermata migliore dell’autobus linea 62 a cui scendere per non fare troppa strada a piedi, attività che i milanesi non praticano con gioia. Essendo però convinta che si possegga davvero tutti troppi vestiti e che la saturazione dei nostri guardaroba sia forse non la prima ma sicuramente una delle tante ragioni della crisi delle vendite di moda in Italia, vorrei suggerire ai Galofaro una qualche forma di valorizzazione dei nostri magazzini, oltre a quella degli stilisti. Rottamazione? Scambio? Revamping? Rivitalizzazione? Vedano loro. Quarant’anni fa, avevano visto giusto. Sapranno farlo anche adesso.

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