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Cultura e Spettacolo
14 Ottobre Ott 2018 1100 14 ottobre 2018

La recensione di 8, il nuovo disco dei Subsonica

L'album è ambizioso. Riassume la storia del gruppo torinese. Atmosfere Anni 90, studiate. Ma resta il dubbio che sotto il vestito elettronico ci sia poco. 

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Allora, sono più sottovalutati o sopravvalutati i Subsonica? È il destino di un gruppo come questo, partito 20 anni fa dai Murazzi torinesi, dalla scena dei centri sociali, da intenti militanti e ideologizzati (a un certo punto si dissero convinti d'aver recato più danni loro al berlusconismo di tanti giornali, salvo finire subito sulle copertine della galassia editoriale berlusconiana). E poi arrivato a imporsi, il che inevitabilmente, inesorabilmente stempera l'approccio, annacqua lo stile, sovraespone, ammorbidisce e magari ammorba: l'elettronica dura, avventurosa degli esordi, certo sperimentalismo magari derivativo ma, in Italia, coraggioso, ne escono compromessi, invasi dalle concessioni anche sentimentali da classifica.

ARRIVA 8, NUOVO RICHIAMO DELLA FORESTA

E in classifica ci andavano, e i palazzetti li riempivano e lo zoccolo duro, militante dei puristi storceva il naso, complice una aggrovigliata, cavillosa vicenda contrattuale per la quale passavano dalla indipendente e soprattutto locale, piemontese Mescal a una multinazionale senza centro di gravità, la EMI, con tutto ciò che ne conseguiva in termini di vil denaro, di possibilità, di blandizie del bel mondo. Col tempo, inoltre, i singoli componenti sempre più spesso si disperdevano in avventure isolate, progetti autonomi, salvo tornare insieme all'occorrenza: succedeva nel 2014, col precedente Una nave in una foresta, che vendette 30 mila copie con un tour assai fortunato ma al prezzo di critiche di leziosità, di una commercialità troppo spinta. E succede oggi, con il nuovo 8 che segna l'ennesimo richiamo della foresta: più che mai in sospetto di tensione monetaria. Di sicuro c'è un altro giro pronto, prima in Europa, quindi, dalla prossima primavera, tutto in Italia. A suggello di un ruolo primario comunque indiscutibile.

La strategia mediatica che ha accompagnato il nuovo album, il che è indicativo, è stata studiata in ogni particolare con l'approccio tipico dei grandi numeri, delle grandi aspettative: lo stillicidio di notizie, di anteprime, di piccole rivelazioni, l'ascolto “al buio”, in anteprima per una cerchia di selezionati ammessi in una stanza oscura previa consegna dei dispositivi elettronici. Trovata non inedita, ricalcata per esempio sui Radiohead, ma che serviva a marcare il confine di un ruolo, come a volersi riproporre in una dimensione a metà tra lo snobistico e il rapporto senza filtri; che poi è la cifra, da sempre, di un gruppo come questo.

UN ALBUM AMBIZIOSO CHE È NECESSITÀ DI RIASSUMERSI

Di sicuro è un album ambizioso. Dove il numero assurge a simbologia plurima: computo dello stato dell'arte fino a oggi e insieme circolarità dell'infinito e punto e a capo; una necessità di riassumersi, di tirare le somme che è costante nelle uscite discografiche di questo periodo (un'altra è la Alessandra Amoroso). Contiene un ventaglio, e un ventennio, concettuale caro alla band, di analisi necessariamente più sfumata ma che non rinuncia all'approccio sociopolitico, anche se certe intuizioni circa l'individualismo, il nazionalismo, a fronte della «ineludibilità di scelte epocali» sanno un po' di acqua calda, di discorsi triti e ritriti che ormai si sentono fare al bar dello sport. Molta, anche troppa carne al fuoco tra nuove tecnologie, automazione, emergenze di vario tipo. Più in definitiva, il disco pare marcare una tensione un po' schizofrenica, tipica dell'età di mezzo, che ormai cade intorno ai 50, fra constatazione della strada percorsa e percezione, vaga, ma curiosa, di quella che resta: e questo lo rende interessante a prescindere, gli dà un filo conduttore, un significato ultimo, una omogeneità. Da cui l'inevitabile oscillazione fra sbigottimento, sgomento, voglia di presenza, una paura attiva per un futuro sempre meno netto, sempre più difficile da precisare.

IL DICHIARATO RECUPERO DEGLI ANNI 90

E di oscillazioni si nutre, naturalmente, la parte sonora in un dichiarato recupero degli Anni 90 degli esordi. L'8, il tempo circolare riletti con le nuove possibilità e con la maturità di un tempo acquisito. Fin dall'apertura big beat di Jolly Roger, tra adolescenza sonica e constatazione attuale; Ma adesso siamo qui, con un gioco scoperto di tastiere che ormai sembrano anzi sono vintage. La successiva L'incubo protende il concetto con la complicità del conterrnneo Willie Peyote, che è un rapper pedagogico dietro l'impostazione nichilista, assai stimato dai Subsonica: raffinata ma forse non così incisiva come l'intento suggerirebbe. Punto critico punta a rievocare Microchip emozionale alla luce di una nuova acidità elettronica; palpita, ma graffia solo nei piacevoli inserti chitarristici. La fenice, allegoria del potere autoritario, ha vibrazioni new wave mentre strizza l'occhio a certo giovanilismo formale. Lo fa con classe, ma lo fa. Respirare ha una concezione sfacciatamente radiofonica, e dunque da prossimo singolo: strofetta di preparazione e ritornello aperto, melodico, a tratteggiare una via di scampo nella dissoluzione naturale, una scomposizione dentro la natura.

La copertina del nuovo album.

Bottiglie rotte non a caso è scelta come primo singolo, battuta, incalzante, più direttamente rock-dance, anche ruffiana ma senza dubbio piacevole, fruibile. Laddove Le onde è ricordo dolente per un amico e complice del gruppo, lo scomparso Carlo Rossi, con articolazione melodica a salti, a frammenti, uno standard di questi anni ma un lavoro di arrangiamento intelligente e di grande effetto, che chiama in causa i Radiohead. L'incredibile performance di un uomo morto è neoromanticismo di questi Anni 10 a illustrare una fuga diversa, una resa, un tradimento dei sentimenti e delle responsabilità che questi comportano. Nuove radici rispolvera l'afrobeat, ma probabilmente risale assai più a monte, per una piccola elegia del ritorno alla terra, imposto dalle circostanze o autonomamente scelto che sia. Cieli in fiamme s'insinua tra elettronica e “bass”, con stilettate chitarristiche (di Vicio), e un momento di irrequietezza, non così frequente in questo disco. Chiude La bontà, ancora dualismo di significati, scissione d'intenti, eventualità di scelta su pulsazioni Massive Attack per una chiusura epica.

LO SPIRITO ANTAGONISTA È FUORI TEMPO MASSIMO

Come si diceva, tanta carne al fuoco, una miscellanea di atmosfere, una gran cura dei dettagli e della confezione (anche nel senso dell'artwork, curato dal graphic designer Mario Capitanio), così come della resa di un lavoro concepito, assemblato a Torino e mixato a Londra da Marta Salgoni, che, per dare un'idea del suono, si è occupata tra gli altri dell'ultimo lavoro di Bjork. Suono che se per diretta ammissione torna a rivolgersi a stilemi contemporanei alla nascita della band, sembra in diversi passaggi inseguire la proposta cinematografica e immaginifica dei rampanti Calibro 35 con le loro suggestioni morriconiane Anni 70: paradigmatica in questo senso Bottiglie rotte, ma anche Nuove radici a modo suo non scherza. Nella sottile trama di suggestioni, di rimandi, di richiami 8 è essenzialmente un disco pop, con le velleità, le commistioni, le confusioni del caso; non fa mistero di cercare i network, e li troverà. Ma non si può chiedere a degli ultra 50enni di credere davvero in una riscoperta dello spirito antagonista: non si può e non si deve. Se lo si prende per quello che è, il documento di coscienza di un gruppo dal successo maturo, coi pregi e i sacrifici del caso, senza pretendere utopie, 8 è lavoro sospeso, dove una santa presunzione si unisce a una certa ingenuità nei testi (sconcertante nell'età della ragione) che una volta di più induce a chiedersi cosa resti davvero sotto il vestito elettronico. Eppure un'opera ricca, elegante, autorevole, che riscrive la storia di chi l'ha scritta, la rende stilosa, la ammorbidisce ancora ma non la rinnega, non la tradisce.

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