Giovani Irama disco
Cultura e Spettacolo
20 Ottobre Ott 2018 1200 20 ottobre 2018

Recensione di Giovani, il nuovo disco di Irama

L'unico obiettivo dell'album (e del personaggio) è vendere copie. Narcisismo, stereotipi e nessuna originalità non importano. Basta la benedizione di Maria.

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Ci vogliamo occupare di questo Irama, ennesimo hip hopper emolliente, non perché sia la nostra tazza di tè ma perché il suo è il caso, tutto speciale, tutto da raccontare, di uno che può uscire fuori senza passare dal fatidico festivalone anzi mancandolo proprio il treno per Sanremo, e lo stesso arrivare a vendere assai più di chi l'ha vinto. Succedeva nel 2015, il nostro Irama, che sta per l'anagramma di Maria, nome fatale come vedremo, se la giocava tra i giovani con Ermal Meta: passò quest'ultimo, a dispetto della stagionatura, dopodiché Meta a Sanremo praticamente si iscrisse, arrivando a vincerlo quest'anno in società con Fabrizio Moro, grazie a un brano che era una autoclonazione.

​Nel frattempo Filippo Maria Fanti da Monza - in arte Irama – ricominciava da se stesso, lungo una strada tortuosa ma che aveva il percorso della convinzione. Accasatosi con la Warner, la lasciava per la scarsa promozione dell'album di debutto a suo nome. Quasi bruciato a 22 anni, con un solo disco alle spalle, si buttava sui social e la azzeccava: Youtube ha funzionato egregiamente come moltiplicatore di ascolti.

LA RIVINCITA GRAZIE A MARIA

A quel punto il tempo era maturo per l'idea risolutiva: Maria, sempre lei, la Madonna dei rappettari mediatici, dei fringuelli in fregola di successo. E Maria faceva il miracolo, Amici liberava il personaggio, lo calibrava, lo dilatava e per farla breve Irama arriva quest'anno a vendere oltre 100 mila pezzi dell'ep Plume; Ermal Meta con la sua vittoria a Sanremo, all'incirca 10 volte di meno. Irama ringrazia Maria (e Radio 105, che lo premia in connessione al programma tivù), grazie alla quale è riuscito a rinegoziare con la Warner, che ovviamente se lo riprende fornendo tutt'altre garanzie di penetrazione del mercato, di copertura mediatica: così anche noi, come tutti, siamo qui a parlare del nuovo disco, che esce in queste ore sull'onda del triplo platino per Nera, singolo estivo apripista, rimasto fuori dall'album.

L'UNICA PRETESA DI GIOVANI È VENDERE

Analizzare, spiegare una cosa come Giovani non è facile e forse è anche inutile farlo seguendo il flusso delle tracce, inquadrandole una per una; non è un disco così, siamo di fronte a un progetto spregiudicatamente mirato, il bersaglio è la fase puberale-adolescenziale fra i 12 e i 15, 16. Non c'è altro, non può esserci altro, non vuole esserci altro. Non deve. L'operazione, classica, palese, del “finché dura, dura”, musica consumabile senza nessunissima altra implicazione, senz'altra pretesa che ritoccare il record, vendere di più e possibilmente molto più della precedenti 100 mila copie.

Il nuovo disco di Irama è "Giovani".

Rapper, hiphopper? Ma no, qui ci sono canzoncine fragilissime, iperprodotte, più parlate che cantate per evidenti limiti e per quel gusto maledetto che regna oggi. I temi sono annunciati, e non si deflette di un milionesimo di millimetro: raccontini autoreferenziali, ombelicali di un postadolescente nel quale folle di adolescenti possano riconoscersi; che si rivolga a una ragazza «bella e rovinata» o a un padre, cui si chiede perdono perché «sono una rockstar», sono solo espedienti retorici. Vittimismo egolatrico, capriccioso con una stilettata all'uva di Sanremo, non colta ma superata, del genere «questa è una giungla, ma io non mi arrendo, non mollo mai», qualche parolaccetta strategica, tanto per gradire, sentimentalismo da periferia, da centro commerciale, da macchina nello squallore che fa da isola in cui fumare e soffrire d'amore e morte con aria vissuta.

UN NARCISISMO INDISPONENTE

Non manca niente: autotune, tappeti ritmici sintetici, evocazioni di Kurt Cobain, rimette da plotone d'esecuzione («confuso/fuso di te», «raccoglierò la pioggia dagli occhi tuoi e pregherà che non mi scorderai»). Ennesimo esempio di “siamo solo noi” che eternamente ogni ragazzino ricicla, ma a distanza infinita, abissale dai tre accordi epocali di Vasco. La cosa più indisponente, ma anche questa strategica, è questo spirito rivendicativo artefatto, di chi vive – attenzione, prendete nota ragazzi – la propria condizione di popstar e la sbatte in faccia al mondo in forma di confessione dolente, sofferta, qualunquista il giusto: non mi credo nessuno, andate affanculo, mi stavo ammazzando... Per dire inguaribilmente narcisistica.

Perché l'idea Baudo-Rovazzi per Sanremo Giovani è vincente

BLUES La notizia non è ancora ufficiale ma a maggior ragione ci induce a incrociare le dita: Pippo Baudo torna a Sanremo. Non al Festival maggiore: al prequel dei giovani, che quest'anno secondo volere di Claudio Baglioni si gioca a parte, in dicembre; ma è già qualcosa, ed è un qualcosa che intriga.

L'UNICA ONESTÀ È NEL TITOLO: GIOVANI

Mezz'ora per parlarsi addosso: tutto trasparente, tutto calcolato. Paradossalmente, la cosa più onesta in un disco come questo è il titolo: Giovani, per dire l'universo non da rappresentare, da raccontare nelle implicazioni problematiche ma da omogeneizzare in pochi stereotipi insistiti, da targettizzare, l'universo mercantile che ti tiene su. Un moralista potrebbe osservare che nel gioco di suggestioni e di specchi affiora un messaggio perverso, non tanto di cattivo esempio ma che per arrivare a sfondare devi prima sfondarti, devi esserti buttato via in modo da raggiungere la catarsi del successo. Ma possiamo benissimo lasciare la questione dello specchietto per le allodole in sospeso, possiamo delegarla ai sociologi da classifica e limitarci ad annotarla in senso cronistico, fenomenico.

SE LA PIATTEZZA DIVENTA PUNTO DI FORZA

E non c'è niente da capire. O forse una cosa c'è. Che non è necessario incaponirsi con le forche caudine di Sanremo, le commissioni selezionatrici che pesano solo in funzione dell'appeal radiofonico, e alla fine arriva Claudio e giudica e manda. Nessuno alle ultime edizioni ha venduto la metà della metà di Irama, il Festival è massiccio, rutilante, olia gli ingranaggi dei concerti, le ruote delle tournée ma nei negozi, fisico digitali, di musica ci entra poco. È il suo handicap più pesante e nessuno sa come risolverlo, forse nemmeno ci provano più: è uno spettacolo della Rai, tramite il quale la Rai raccoglie molta pubblicità, la mette in cascina, tira avanti; cantanti e canzoni, se non sono pretesti, poco ci manca. Irama, sia lodata Maria, ha fatto un disco di nessuna originalità al punto che la piattezza diventa forza (momenti come Vuoi sposarmi appartengono al repertorio melodico più frusto, liso, consumato, vecchio di decenni); di nessuna pretesa e insieme di enormi pretese, impegnative pretese: vendere, fare soldi per fare soldi per fare soldi. Tutto lascia supporre che ancora per questo giro Irama ce la farà, salutando Sanremo dalla corsia di sorpasso.

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