San Ginesio Dopo Il Terremoto Marche
Cultura e Spettacolo
27 Ottobre Ott 2018 1500 27 ottobre 2018

La scuola fantasma di San Ginesio e l'immobilismo post sisma

Pasticci e vincoli burocratici hanno bloccato i lavori per la ricostruzione del polo. Mentre continua l'odissea degli sfollati. La seconda parte del reportage dalle Marche. 

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A due anni dal sisma del 2016, Lettera43.it è tornata nei paesi e nei villaggi dell'entroterra marchigiano dove alla vigilia di un nuovo inverno la ricostruzione è ancora a rilento. Ecco il reportage in due parti di Massimo Del Papa (qui la parte uno sui paesi dell'entroterra rassegnati all'oblio).

La storia è quella della scuola fantasma di San Ginesio, la scuola che c'era ma non c'è. Dunque la scorsa amministrazione comunale, alle prese con un mare di problemi sorti in un paese di montagna terremotato, cerca, trova immediatamente una soluzione dignitosa per l'immediato di chi ha perso tutto: li ospita, in 200, nell'ostello, poi trova di che fare arrivare le famose “casette”, infine punta, non a torto, sulla scuola come emblema di rinascita. Si avvia il progetto, con finanziamenti statali e progettualità da parte dell’Università di Ancona, di un polo scolastico entro le mura, dove erano già presenti le vecchie strutture scolastiche, crollate e poi rimosse, in modo da accogliere gli istituti di ogni ordine e grado, ora sparpagliati in sistemazioni di fortuna: aule modernissime, attrezzate, edifici integrati nell’ambiente, palestra, auditorium da 400 posti, tutto nell'osservanza delle norme antisismiche, classe d’uso pari a 4, a prova di sisma estremo.

I soldi vengono stanziati ma la scuola non parte. Fanno solo un gran buco, per le fondamenta, poi lo lasciano lì. I ragazzi del liceo al mattino vanno nelle camere dell'ostello e le famiglie non capiscono e, siccome non capiscono, cercano un colpevole e lo trovano nel Comune che invece non c'entra niente: è cominciata la via crucis del progetto di eccellenza per le scuole, partito dal paese in ginocchio ma ancora pieno di speranza, inserito nell’ordinanza n.14 del 16.01.2017 della Presidenza del Consiglio dei ministri, da realizzarsi su un’«area di proprietà pubblica immediatamente disponibile». La proposta subisce modifiche, adeguamenti, varianti, passa per le mani di commissioni e commissari, fa tappa ad Ancona, nel cui palazzo regionale gira per uffici competenti, approda a Roma a Palazzo Chigi dove con decreto n. 71 scelgono la ditta aggiudicataria dei lavori, la rispediscono a Rieti, alla conferenza permanente dei servizi dove il commissario per la ricostruzione e i rappresentanti dei dicasteri interessati - ministero dei Beni e delle Attività culturali e del turismo, ministero dell'Ambiente, il ministero delle Infrastrutture e dei trasporti - insieme ai rappresentanti degli enti locali, delle Regioni, delle Province e dei Comuni discutono di cose minime quali i colori per la tinteggiatura.

IL PARERE CONTRARIO DEL MIBACT

Sembra fatta, il papier torna a San Ginesio dove ottiene l’approvazione della variante urbanistica al Piano regolatore: posano la prima pietra, che rimane anche l'ultima. L’11 giugno il Mibact esprime parere contrario e blocca tutto in presunta incompatibilità con il dettato del D.m 07.09.1987, decisione scioccante perché nell'iter durato un anno nessuna istituzione aveva mai sollevato rilievi, favorevole lo stesso rappresentante ministeriale nella Conferenza dei servizi, tanto più che nelle tavole del piano regolatore generale del Comune non risulta cartografato alcun vincolo specifico e che, in data 15/2/17, l’ufficio tecnico del Comune aveva inviato una Pec alla Soprintendenza con una richiesta finalizzata a conoscere la presenza di eventuali prescrizioni sull’area, riscontrando il silenzio-assenso.

IL BALLETTO DEI VINCOLI BUROCRATICI

Invece la Soprintendenza si mette in mezzo, insomma comincia il balletto dei vincoli, c'erano, non c'erano. Ma è impossibile saperne di più, dato che all'incontro ad Ancona l'inviato della Soprintendenza dei Beni archeologici delle Marche non si presenta. Così la nuova amministrazione locale ipotizza lo “spacchettamento” con la costruzione entro le mura dei soli edifici riservati alla scuola dell’obbligo, la ristrutturazione del palazzo medievale che ospitava prima del terremoto i licei e spostando istituto professionale e palestra in una frazione a valle. Dove? Su quali terreni? Appartenenti a chi? Insomma non si capisce perché, di punto in bianco, per la Soprintendenza quello che era fattibile ieri non vada più bene, non si capisce come e perché un complesso da far sorgere sulle macerie di un altro complesso finirebbe per minare le sacre mura medievali dopo che le decine di enti coinvolti, in decine di incontri e di passaggi, avevano escluso ogni complicazione giudicando l'opera perfettamente compatibile e anzi l'unica soluzione sensata.

Nelle scuole un crollo ogni 4 giorni: lo stato della sicurezza

Un crollo ogni quattro giorni di scuola nel 2017-2018, un record rispetto agli ultimi 5 anni, con ben 13 persone rimaste ferite tra personale scolastico e alunni (204 crolli e 37 feriti dal 2013 ad oggi). Tre scuole su quattro senza agibilità statica, solo una su 20 in grado di resistere ad un terremoto.

​Una situazione, dicono in paese, ancora trattabile, superabile con la buona volontà di tutti, tanto più che non sarebbe solo il Comune a trarne nocumento ma anche, per cominciare, la Provincia per la sua parte di competenza strutturale. Insomma sul plesso scolastico San Ginesio si gioca la sopravvivenza ed è sorto il Comitato nuovo polo scolastico San Ginesio centro storico, sorto dio sa per cosa dato il viluppo mostruoso di enti, di regolamenti, di veti, di vincoli contro cui non può niente. Ma San Ginesio è solo un caso allucinante fra cento e mille, tutti diversi e tutti uguali: come non vedere nella ricostruzione marchigiana che non c'è la mano nera della burocrazia, la sua inadeguatezza, la sua volontà pervicace di non fare, di impastoiare e comunque di abbandonare queste terre, queste genti a loro stesse e ai loro calcinacci, forse anche per effetto di quelle meschine rappresaglie che non mancano mai a ogni giro di giostra del potere?

L'AGONIA DEGLI SFOLLATI

Gli sfollati di tre province vanno incontro mesti alla terza Beresina, le coste di Porto Recanati, Civitanova Marche, San Benedetto, Porto d'Ascoli ormai destinazioni acquisite e i bambini ci crescono, ci vanno a scuola, assorbono dialetti e consuetudini, dimenticano la piccola gloria delle bandiere Arancioni a sventolare nel silenzio di questi borghi antichi passati da 3 mila a 1.000, 700, 200: sono i vecchi, che non si muoveranno mai, che aspettano la morte che viene (leggi anche: Terremoto nelle Marche, l'agonia degli sfollati). E i figli, a loro volta padri e madri di famiglia, si logorano: venire non vengono e noi che facciamo? Li lasciamo qua nella loro agonia? O restiamo a condividerne la disperazione condannando i nostri figli? E ci sono pochi dubbi sulla scelta, perché vive chi vive, perché la vita deve pur continuare e spetta a chi ne ha di più davanti.

IL RISORGIMARCHE ORMAI È UNA REPLICA STERILE

Due anni di più e ancora e sempre solo lo stesso argomento: il terremoto, l'abbandono, la rassegnazione che non si rassegna, che già si incupisce nel rancore umanissimo, comprensibile, di chi cerca un capro espiatorio, un pretesto per il sarcasmo: «Non fanno un cazzo però ci hanno portato Jovannotti. Capito? In 70 mila per vederlo zumbettà a Matelica poi issu ha pigliato e se n'è tornato da dove era venuto. Dice: non vi lasceremo da soli. Intanto sono partiti 315 mila euro». Cioè la somma erogata per il RisorgiMarche di Neri Marcoré e poco importa che i 315 mila euro fossero fondi vincolati per le attività di sostegno culturale dal ministero alla Regione, tutto documentato, gli artisti anche se a rimborso spese bisogna ospitarli, la rabbia butta tutto nel mucchio e qui si è capito che sono iniziative a lungo andare fini a se stesse, una volta ci può stare ma quando si annuncia una terza edizione la faccenda prende il sapore di una replica sterile, una trovata pubblicitaria senza niente da pubblicizzare, una abitudine pietistica: arriva la popstar di turno, canta, benedice, dice non vi lasceremo soli, fa il beau geste da cuor d'oro e torna alle sue ribalte (leggi anche: qual è il punto della ricostruzione dopo i terremoti).

IL SISMA HA SOLO ACCELERATO LO SPOPOLAMENTO

Non è con la casa restituita alla centenaria nonna Peppina, sbandierata da Matteo Salvini su Twitter, secondo la Guardia di Finanza in odore di abusivismo, che si riempie il vuoto; non è con la chimera dei finanziamenti che ogni tanto qua e là promettono perché un finanziamento è una cosa teorica, un canto di sirena: ti dicono che ci sono 3 milioni per una chiesa, un teatro, ma non ti dicono se e quando potranno partire i lavori e magari tra un anno o due ci ripensano, o cambia il governo, o li dirottano o se li rimangiano. E tutto resta uguale ed è banale come la verità che tutti sanno e nessuno dice: che, a voler essere proprio onesti, il terremoto è stato provvidenziale perché ha accelerato un processo di dismissione che era in corso, era irreversibile e avrebbe comportato una gestione più lunga, più estenuante. Lo spopolamento di 100, 1.000 cartoline anacronistiche, la necessità della transizione fisiologica verso la fascia costiera con quel poco che resta di industriale e di commerciale di una regione piccola, depressa e in essa della parte meridionale che è la più sofferente fin dalla crisi, mai superata, del 2009.

I POLITICI QUI NON HANNO NEMMENO PAURA DI PERDERE VOTI

Dopo anni di apnea, il sisma ha risolto le cose, ha chiuso i conti. Il silenzio nutre il silenzio. E un politico dovrebbe venire, tornare qui, infilarsi il casco giallo per far cosa? Per predicare ai vecchi? Ai passeri, come san Francesco? Ai gatti che si aggirano depressi anche loro? Troppi i costi, irrisori i vantaggi, nemmeno il rischio di perdere voti, perché chi non c'è non vota e per questi vicoli, per queste piazze dove neppure le campane suonano più, al massimo un lugubre rintocco figlio del vento, non ci rimane nessuno. I pochi negozi che hanno riaperto, a mezza giornata, ci stanno già ripensando. Niente più mercati, sagre, ricorrenze. Fino a un anno fa erano i piccoli Comuni a lanciare inviti commoventi per qualunque iniziativa possibile «e il pranzo lo offriamo tutto noi». Hanno smesso. Qui non si ride come per le ricostruzioni sciacallesche ma lucrose, ma neppure ci si dispera. Non più. Chi aveva lacrime da dare, le ha date. Chi aveva speranze o illusioni, le ha spremute. Due anni di più, e qualcosa in meno: la forza di ricominciare, perché da queste rovine non nascerà più niente.

Leggi la prima parte

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