Recensione il ballo della vita Maneskin
Cultura e Spettacolo
28 Ottobre Ott 2018 1500 28 ottobre 2018

La recensione de "Il ballo della vita" dei Maneskin

Il disco toglie i dubbi, ma in negativo. Il loro pop-rap-funckettino non dice nulla. Il gruppo deve trovare una identità diversa da questa tenera sbruffonaggine coatta. 

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S'era capito subito, fin dal primo apparire, che gli imberbi, acerbi Maneskin erano la vera, forse unica sorpresa dell'X Factor dell'anno scorso. Sì, d'accordo, il ragazzo Damiano faceva quello che ci crede, per dire l'esaltatello nella sua mistura di Jim Morrison e del glam trito e ritrito. D'accordo, Manuel Agnelli lo mandava sul palco vestito come il Frank-N-Furter del Rocky Horror e lui si attorcigliava al palo, faceva la lap dance. Ma, insomma, i vincitori alla fine erano loro, quello nominale, il tenorino Licitra che piaceva alla Maionchi subito eclissato, «a girare per pianobar», come impietosamente si dice per i social, i Maneskin invece subito in spolvero: un ep di cover, in mancanza d'altro, tanto per tenere alta l'attenzione, e poi non cominciarono così anche i Rolling Stones? (leggi anche: le pagelle della prima puntata dei live di X Factor 2018 e l'intervista a Matteo Costanzo).

E via col tour d'assaggio a portare a spasso quella mistura caciarona alla Red Hot Chili Peppers liofilizzati, «Follow me follow me now» che ricordava tanto il «Seguimi, non ti pentirai» del glam Renato Zero nel '77: nel rimpasto del successo non si butta via niente, tutto si clona e tutto si ricicla. E siccome i quattro ci credevano, si prendevano anche il lusso di snobbare qualche critico musicale di lungo corso, che non la pigliava bene. Atteggiamenti da popstar in progress, il solito trucchetto per convincere la gente non di quello che si è, ma che si diventerà. E siccome «la gente s'innamora sempre della gente convinta», come cantava il Maestro Finardi, già metà dell'opera era compiuta. Ma, a questo punto, è logico andare a vedere cosa effettivamente ci sia in questi quattro “coatti de Roma”, il Damiano David che c'ha er fisico e piace alle signore di ogni età, la Victoria che quanto a spocchia non gli è seconda, ma lo asseconda, Ethan, il batterista spettrale, Thomas, detto er Cobra, manco fosse uno della banda della Magliana, ma ha 16 anni e suona la chitarra.

MANESKIN, EVERSIVI SOLO DI FACCIATA

I nostri coattini son di quelli che non sai mai se più ti stiano sulle scatole o ti muovano a tenerezza; li vedi atteggiarsi e capisci che quelle loro sono ariette indotte, che non avranno mai il cinismo iconico di un Mick Jagger o la follia autolesionista di Iggy Pop, che stanno anni luce lontani da quel talento: paragoni imbarazzanti anche solo da tracciare, ma è per trovare un qualche riferimento alla boria che si vorrebbe esibire, e che basterebbe poco per soffiare via, basterebbe niente a mandarle in frantumi quelle pose di vetro, quelle vanterie di vento. Bei giovani che a X Factor ringraziavano, che fanno quello che gli dicono, e mai creeranno problemi. Se si vuole, è qui che si nasconde una piccola innocente truffa: nell'alludere a modelli eversivi, davvero pericolosi, come pericoloso è il rock, salvo poi scatenare le martellate di spugna di un poppettino all'acqua pazza.

IL BALLO DELLA VITA TOGLIE I DUBBI. IN NEGATIVO

Sui social, che sono il termometro del successo, suscitano reazioni ambivalenti: non è proprio che o si amano o si odiano, non ce l'hanno quella capacità innata di dividere, di accendere, stanno più tra quelli che li osservano speranzosi e gli altri che li liquidano, li compatiscono in fama di boy band, di cover band. Ma speranzosi di cosa? Il disco d'esordio, Il ballo della vita, sembra far piazza pulita dei dubbi, delle perplessità. In negativo. Qui c'è tanta insostenibile leggerezza del credersi. Perché non basta rifarsi a un repertorio di rock più o meno classico, più o meno ortodosso per essere credibili; non basta inventarsi la solfa della Musa Marlena, onninvadente, manco fosse una sorta di improbabile Suzy Creamcheese zappiana; e non basta salterellare tra i sottogeneri salvo poi ricascare nei trucchetti da classifica, li vedremo tra un attimo. Sarà che il suono si deve a Fabrizio Ferraguzzo, che, oltre al ruolo di direttore musicale di X Factor, e di produttore per Sony, sotto la cui egida esce il lavoro, è solito confezionare i dischi di Fedez, Alessandra Amoroso (leggi anche: la recensione di IO) Giusy Ferreri. Per dare un'idea.

La copertina dell'album Il Ballo della vita dei Maneskin uscito il 26 ottobre 2018.

Ne esce un lavoretto più dispersivo che ibrido; confuso, diviso tra testi (scritti dallo stesso giovanissimo cantante, e si sente) in italiano e in inglese, quell'andare e venire dalla lingua madre che può piacere e dispiacere, può suscitare sospetti di indecisione, di ricerca di una cifra internazionale che non c'è. Tu senti l'iniziale New song e capisci subito che t'aspetta una mezzora risicata di musica che non è canzoni, è solo suono. Anche pulito, preciso, ma come una jam session in cerca di idee, a forza di baby, baby oh-ooh. E, siccome il giochino l'avevi già sentito, pari pari, con «follow me, follow me now», dopo un minuto già ti sei scassato. Va meglio con la seguente Torna a casa? Insomma: la ballatina falso rock ha una sua ambizione, ma, tolti gli arpeggi e un certo lavoro di arrangiamento che la rende ariosa, restano i difetti di una qualsiasi robettina trap: il maledettismo sentimentale acchiappaadolescenti, la verbosità, la mancanza di una direzione, oltre a un modo di cantare, quello sì maledetto, già insopportabile nelle inflessioni romane, ma poi a risucchio, fastidiosissimo, da Matt Bellamy, il famigerato vocalist dei Muse.

POP MELENSO E NELLE INTENZIONI SUPER-RADIOFONICO

L'altra dimensione, con le sue suggestioni un po' latine, un po' gitane deve molto, troppo, a Daniele Silvestri e magari qualcosa anche a Brunori, il cui successo tra chi lo clona si spiega solo col fatto che ha avuto un certo successo; col funkettino disco Sh*t blvd e i suoi «don-don-don-don, daun-daun-daun» torna l'impressione, netta, inevitabile, della jam, suonare per suonare senza una meta né uno scopo, col cantato del Damiano sempre meno sostenibile. Fear for nothing ha un vestitino pure Anni 70, da sottofondo musicale di film d'evasione, come quando Piedone lo sbirro entra in discoteca e sfascia a mazzate i camorristi: solo che là gli Oliver Onions parodiavano, qui i Maneskin fanno terribilmente sul serio. Le parole lontane, si capisce, è un'altro pezzo italiano, lento, naturalmente sentimentoso: ma perché nessuno sconsiglia un 18enne dallo spremere melodrammatiche liriche che vorrebbero essere vissute come quelle dell'indimenticato Charles Aznavour? E non si parli, per carità di patria, di rock, di funk: perché i propositi bellicosi sono un conto, ma la realtà è poi quella del pop più melenso e, nelle intenzioni, super-radiofonico.

QUANDO CANTA IN ITALIANO IL GRUPPO HA QUALCHE FRECCIA IN PIÙ

Immortale ha un riff che il rock lo insegue, ma poi si rivela, grazie al combinato disposto di un Damiano che fa il Pelù insieme a questo Vegas Jones, uno dei momenti più indigesti e anche puttaneschi: contiene tutti gli ingredienti, dall'autotune al tamarrap ipercommerciale, contro cui i nostri bravi ragazzi mostrano, o fingono, di prendere le distanze. Lasciami stare insegue dichiaratamente il suono dei Red Hot Chili Peppers (ancora), ovviamente appiccicaticcio di marmellatina zuccherosa; Are you ready è forse il capitolo più scentrato, con quel reggaeton vagamente... (e qui ci censuriamo da soli), che alla lettera non sa che dire. Almeno più tirata, più diretta Close to the top, anche se verso dove, tanto per cambiare, non è dato capire: c'è il riff, c'è una sorta di rap che non è un rap, è un parlato fluviale, e poi arriva un ritornello che non c'è, è una sorta di ponticello per tornare da capo. Niente da dire, per paradosso, è, con Torna a casa, una delle tracce che bene o male hanno qualcosina da dire, dove almeno si ascolta un piacevole contrappunto ritmico di chitarra acustico, sia pure vanificato dalla solita Marlena che, per dirla con Mara Maionchi, ha davvero «stracciato i maroni». Chiude la già sentita Morirò da re, funkettino che almeno ha una costruzione, più logica, più sensata, fra strofe e ritornello. A conferma che, perso per perso, dove cantano in italiano trovano qualche freccia in più, perché non hanno più gli assurdi vocalizzi senza senso di Damiano a far da copertura e debbono sforzarsi di cercare, se non trovare, una concretezza in quello che esprimono.

LA PRESUNZIONE SI CONQUISTA

Ma se i Maneskin morissero qui, non lo farebbero da sovrani ma da meteore. Anzi meteoriti. Gruppo da vedere, eventualmente da sbavare, più che da ascoltare? Di sicuro un gruppo che non ha neppure cominciato a crescere, che fuori dal guscio di X Factor dovrà trovarsi una identità diversa da questa tenera sbruffonaggine, un atteggiamento che, dopo un disco così, diventa controproducente come una festa di Fedez al supermercato: come direbbe il Dr House: «La presunzione si conquista, che avete fatto voi per meritarvela?».

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