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29 Ottobre Ott 2018 1236 29 ottobre 2018

Il nuovo Portobello vuole imitare l'originale ma lo tradisce

Il confronto tra Clerici e Tortora è impietoso. Il nazionalpopolare è diventato kitsch, il sorprendente improbabile e il commovente stucchevole.

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Cari ragazzi, noi alla vostra età ci ricreavamo così: dove sei, fiori d'arancio, Big Ben ha detto stop. La Rai sempre sull'orlo di una crisi di identità e di nervi, il carrozzone ipertrofico sempre a corto di risorse e a lungo di sprechi, non trova idee, salvo prepararsi al regime che verrà. Nel frattempo guarda con la testa all'indietro, saccheggia la nostalgia: come a dire si stava meglio quando si stava in bianco e nero o giù di lì (leggi anche: Palinsesti Rai, nessuna idea e nessuna novità). Prima il Rischiatutto politicamente corretto di Fabio Fazio, domani, pare, il ritorno di Canzonissima, in un'epoca in cui perfino Sanremo non fa più vendere dischi. Adesso tocca al remake di Portobello ed è una scommessa rischiosa e perfino un po' macabra. Rischiosa perché parliamo di un programma, allora non si diceva ancora format, capace di cifre immense, 27, 28 milioni di telespettatori, oggi fuori dalla realtà; macabra perché aleggia, non può non aleggiare, il fantasma straziante e straziato di Enzo Tortora, il martire. Se si pensa che proprio da Portobello partiva il suo calvario, pochi sanno o ricordano che un galeotto fanatico del programma, non ricevendo risposte dal conduttore, decise di punirlo con accuse farneticanti, trovando volonterosi carnefici nei giudici, nell'informazione, in una opinione pubblica lesta, come sempre, a passare dall'osanna plebiscitario al crucifige.

«È una emozione profonda», dice Antonella Clerici, che prima di cominciare ha chiesto il permesso delle figlie di Enzo. E tutto di Tortora, sulla cui tragedia comunque si glissa, permea questo rifacimento che, 30 e più anni dopo, va a scomodare fantasmi di una stagione televisiva e sociale completamente diversa. Tutto punta a ricreare quel sentimento italiano, dialettale, affabile, che fa tanto famiglia; fino a lui, il Pappagallo Portobello. «Ma sarà sempre quello di allora? I pappagalli son longevi», «Ma no, cretino, è nuovo, oggi avrebbe l'età di Paola Borboni, l'unica capace di farlo cantare».

LA SCELTA INCOMPRENSIBILE DI CARLOTTA MANTOVAN

E già gli animalisti smarronano, denunciano maltrattamenti per un pennuto che fanno scendere da una limousine chilometrica con tanto di guardie del corpo, una scena che avrebbe fatto fuggire urlando il povero Tortora. Vaneggiano gli animalisti ma fino a un certo punto, perché il povero pappagallo in quel gran casino orchestrato dal regista Duccio Forzano, luci, sigle orrorifiche, strepiti, colori fluo, studio a piazza d'armi, tanto bene non deve trovarsi. Di sicuro non ci si trova la Clerici che ce la mette tutta ma è come disorientata, sbaglia i tempi e gli spazi, parla sulla voce degli interlocutori, li tira in lungo poi misteriosamente li congeda sul più bello. C'è questa valletta, la Carlotta Mantovan vedova Frizzi, che ha una voce che fa rimpiangere la pubblicità del filler Venus, ma Dio santo perché in questo Paese tutto anche il cordoglio deve essere risarcibile, premiabile, capitalizzabile, ma cosa c'entra una tra passerelle e giornalismo con Portobello, conduttrice si direbbe per osmosi luttuosa. Va bè.

CLERICI-TORTORA: UN CONFRONTO IMPIETOSO

E insomma tutto si gioca sulla nostalgia canaglia, inevitabile e anche pacchiana e qui si avverte lo scarto fra la conduzione alimentare di Antonella, che non può rinunciare al pezzo forte dei pueri e tratta i bambini come pappagalli e i pappagalli come bambini, e quella sapientemente nazionalpopolare di Tortora, uomo di pietismo misurato, di ottime letture, di snobismo paternalistico. Tanto Portobello originale era intimo, confidenziale, domestico, tanto questo è dispersivo, una canea di voci che si sovrappongono, collegamenti assurdi con tale Paolo Conticini, mentre gli inserzionisti vanno e vengono come alla stazione ferroviaria e presto si perdono e un po' perché non sono niente di che, un po' perché Antonella, molto dimagrita, imbellita, si preoccupa più di sé e non gli cava fuori il loro lato verace o, come usa dire, umano.

E allora si capisce che “quella” televisione era un'altra cosa e non per sfizio retorico: questione di feeling, di tempi dosati, di volumi, di cultura: Tortora ne aveva da vendere. Altra televisione e altra società: perché nell'epoca del terrorismo e della risacca democratica, dei contraccolpi di un consumismo già avanzato, quella società conservava però spazi, margini di partecipazione, era ancora capace di entusiasmi vitalistici, di stupori gestibili anche in senso televisivo. Ma oggi, nell'epoca dei divismo espanso, pescare il mattocchio semianalfabeta, per diretta ammissione, che pretende di raddrizzare la torre di Pisa, monumento imperituro «che pende che pende e che mai non va giù», non può suscitare la stessa indignazione divertita dell'allucinato che 30 anni va voleva spianare il Turchino per la nebbia. Difatti nessuno si scompone, nessuno telefona, debbono incaricare Conticini, che è pisano, di qualche innocua polemica che si spegne come un petardo nella notte lattiginosa.

UN MEGAVARIETÀ CHE SFOCIA IN UN NONSENSE PURO

Poi, certo, il programma non può rinunciare ai toni edificanti, ai trasalimenti falso puritani, al gioco di quelli che ascoltano gli appelli e provvedono, se no non viene giù Portobello, viene giù la narrazione televisiva italiana col suo bestiario di brava gente. Carlo Verdone, che rifà ancora il vecchio rocchettaro di Maledetto il giorno che ti ho incontrato, non trova il disco della colonna sonora di un suo film giovanile e subito uno, un romano, gliela offre, gliela regala. Lo sforzo del ricalco anche reazionario è totale, spietato: ci sono i bimbi bersaglieri del '77 che tornano oggi, tristi, grassi, pelati e c'è il bambino ornitologo, «che è un esperto di uccelli», spiega la pleonastica Clerici, che pare uscito da una pubblicità delle merendine e al pappagallo dice: parla, io sono un tuo simile. Come se la missione di Portobello 2018 fosse riesumare un'Italia fondamentalmente demenziale ma genuina, ingenua, strappalacrime, di vecchi che ballano, di penne nere che si emozionano, di poveretti dal profondo Sud che, come Ciccio Ingrassia in Amarcord, cercano una donna. Per dire gente innocua, un po' da martiri di Belfiore, rassicurante nell'orgia carognesca attuale. Solo che si arriva al nonsense puro, nonché al miscuglione di roba che non c'entra niente, un megavarietà a matrioska, fatto di altri varietà: I migliori anni, Anima mia, Alle falde del Kilimangiaro, ovviamente La prova del cuoco, Carramba che sorpresa, Quark (o Voyager), insomma tutti i programmi che da Portobello presero vita, in un estenuante viaggio a ritroso nel tempo. Non manca Novantesimo minuto, a un certo punto dal diario Vitt gualcito in mano alla Clerici spunta fuori in carne e ossa il Gianni Rivera, ma perché chiamano sempre lui e Sandrino Mazzola mai?

NON CI RESTA CHE YOUTUBE

Ma se porti un poveretto con il basco e l'organetto, che a 30 anni ascolta Nicola di Bari e strabuzza gli occhi davanti alla centralinista stangona, che non può avere, non fai più una retrologica carrambata, ma una carognata: ci vuole davvero un bello stomaco, alla Clerici, a chiedergli «ma tu ti sei mai innamorato», un cinismo che non è quello, paraculo ma elegante, rispettoso, perfino umano di Tortora. Il Meridione premoderno, caricaturale quasi sparito del tutto già ai tempi del primo Portobello. Ma in Rai se lo chiedono, se lo pongono il problema di questa agghiacciante sfilata di alieni, di uomini soli, rotolati fuori dalla macchina del tempo, nel tempo dei social? Il sorprendente diventa improbabile, il commovente, stucchevole; il nazionalpopolare, kitsch. Dove eravamo rimasti? Ma no, era meglio rimanere là, dove tutto si spezzò nelle lacrime tremanti del conduttore già malato, non più lui. Cari ragazzi, io ho sbagliato, noi non ci ricreavamo così. Era tutto uguale eppure di uguale non c'è niente. Capire tu non puoi, tu chiamale se vuoi suggestioni, valle a scovare su Youtube.

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