Xfactor Secondo Live Pagelle
MAX FACTOR
2 Novembre Nov 2018 1020 02 novembre 2018

Le pagelle della seconda serata di X Factor 2018 live

Sherol infiamma la serata con un neogospel in 7/8. Si confermano anche Anastasio, Naomi e Bowland. Giudici sottotono. Sting ospite da dimenticare. I voti di Massimo Del papa.

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X Factor è spettacolo, format dichiaratamente giovanilista, il suo target è ristretto, concentrato; a volte, anzi, si sarebbe tentati di credere che lo spettacolo sia imbastito per tenere lontani quelli con più di vent'anni. Una rapida, estemporanea indagine condotta da chi scrive ha portato ai risultati che seguono: la totale incompatibilità da un pubblico normale, di età diverse, la rinuncia a seguire da una platea non avvezza ai ritmi sintetici attuali, ai suoni e rumori elettronici che si consumano a milioni di visualizzazioni e di clic. «Mah, io quella musica non la capisco, quelle canzoni, se poi sono canzoni, non riesco a sentirle, non mi dicono niente». Sì, una sorta di ripensamento, di recupero dei generi nobili di tanto in tanto affiora, ma la sensazione del circolo alienante, l'impressione di un talent che non punta a scoprire talenti ma a rimpolpare le divisioni musicali delle multinazionali dell'intrattenimento è ancora fortissima, è invincibile (leggi anche l'intervista ai Red Brick Foundation dopo l'eliminazione e le pagelle della prima serata dei live).

Anche di una sorta di artificiosità, di compromesso affaristico cui tutti bene o male si piegano, perfettamente esemplificata dalla trovata di questo secondo live, chiamato “now” perché incentrato su cover di brani degli ultimi 12 mesi: trovata che con evidenza sfacciata punta ad allungare il ciclo di vita dei tormentoni appena consumati. Sia come sia, che Fedez proponga certi pastrocchi “mashuppati” o di hip hop e rap ipercommerciale si può capire, lui è pesce cresciuto in quell'acqua e in nessun'altra; passi anche il Lodo Guenzi che, da quell'opportunista disciplinato che è, tira fuori l'usurata Amore e capoeira della Giusy Ferreri o la paccottiglia radiofonica dell'insopportabile Achille Lauro; ma che credibilità può avere il rockettaro alternativo e indipendente Manuel Agnelli quando pesca per una concorrente una roba dell'ex stripper Cardi B o dello specchietto per allodole adolescenti Demi Lovato, soubrettina in riabilitazione alcolista? Quale la veterana Mara Maionchi che dichiara di non conoscere la metà delle esecuzioni che ascolta, a volte che lei stessa propone, e che questa volta si precipita ad assegnare al rapper Anastasio un brano di Elisa non ancora uscito?

È evidente che l'intento promozionale, le sinergie promozionali decidono tutto e tutto mangiano.

È evidente che l'intento promozionale, le sinergie promozionali decidono tutto e tutto mangiano. Tanto per dire che esiste, anche da noi, anche nel melodico e melodrammatico italiano, una tradizione canora moderna di tutto rispetto, che qui viene completamente tagliata fuori. Senza dover sacrificare nessuno sulle corde di Demetrio Stratos, di un primo Alan Sorrenti, la cui vocalità è improponibile, esistono però centinaia di brani, non necessariamente famosi o conosciuti dall'ascoltatore medio, perle sepolte nel tempo, autentici saggi di poesia sonora tali da giustificare una sfida per tecnica e capacità esecutiva, emotiva; si possono qui fare, a titolo estremamente casuale, i nomi di Riccardo Cocciante (Notturno), Umberto Tozzi (Pose), Mango – che la Maionchi ben conosce, visto che lo lanciò (Oro), Lucio Dalla (Notte), Pino Daniele (Terra mia), Renato Zero (La tua idea), Lucio Battisti (Vento nel vento) e questo solo per limitarsi a un memorandum storico, senza neppure scomodare Mina, Bindi, Tenco e senza addentrarsi nella nuova stagione d'autore dei Novanta.

Nessun dramma - alla fine qui non si fa l'Italia (e dunque non si muore), anche se tratta pur sempre di un X Factor Italia dove il passaggio di testimone, il passaggio generazionale fra interpreti italiani viene completamente mancato. Ma era solo una considerazione e la chiudiamo qui; addentriamoci invece nella cronaca del secondo live, dalle cui scelte si potrà forse capire meglio l'autunno del nostro scontento, non prima di avere annotato che esiste un problema e si chiama Lodo Guenzi: nessuno degli altri giudici lo ha accettato, Manuel, amico di Asia, palesemente lo evita, Fedez lo snobba, la Maionchi lo aggredisce, lo provoca, arriva all'insulto; lui ha già capito che ne uccide più l'ambizione che la mancanza di talento, la stessa ambizione che, alla conduzione dello scorso concertone del Primo maggio, lo portava a dichiarare (abbiamo memoria lunga): adesso penso di meritarmi X Factor. L'ha avuto, ma al prezzo di bruciarsi. Nemmeno sui social lo perdonano, non ce n'è uno che lo trovi simpatico, che sia indulgente con lui. Neppure quando ostenta modestia, «a 15 anni volevo essere Lou Reed, a 30 sono quello che canta con la vecchia. Povera vecchia, e povero Lodo.

GIUDICI TUTTI SOTTOTONO, GUENZI CONFERMA LE SUE SUPERCAZZOLE

ALESSANDRO CATTELAN: 5. Il diavolo sta nei dettagli: cita «il pianoforte di Elvis», dorato, ma era Liberace; e possibile che tutti gli ospiti stranieri, implacabilmente, li riceva col solito «hauiù!», per dire come stai. Sì, va bene, la pronuncia è molto filante, molto comme il faut televisivo, il problema è metterci qualcosa nella pronuncia, al netto degli imperativi pubblicitari (il vostro album, il vostro tour, le vostre visualizzazioni, siete fantastici). D'altra parte, quando deve annunciare i promossi è meccanico, non riempie l'attesa, non crea suspense.

MARA MAIONCHI: 4. E sento poco le parole, e sono sorda, e non capisco l'inglese, e sono io che son vecchia, e non mi ricordo cosa ti ho dato... Il tutto mashuppato coi soliti maroni e coglioni. E i brani scelti sono assurdi. Fosse mica arrivato il momento di passare la mano?

FEDEZ: 5/6. Un po' tanto sottotono, il nostro fruttarolo, si vede che non ha ancora smaltito l'ultima genialata suicida della moglie. Soprattutto pare scoglionato, la faccia è di quello che pensa sempre, ancora sette, sei settimane e poi a non più rivederci. Qui son tutti che pensano a una vita in vacanza, X Factor 13 avrà il problema di un drastico, massivo rinnovamento.

MANUEL AGNELLI: 5/6. A volte pare esitante, la naturale tracotanza ha lasciato posto a un certo languore, si vede che patisce lo iato fra le sue personali ambizioni, il regaggio di rockettaro e le cose, le scelte che, bongré malgré, gli tocca avallare o adottare. Dice che quest'anno gli va meglio: sì, ha tre signorine di enorme potenziale, ma diremmo che anche per lui è arrivato il momento di salutare. X Factor gli ha portato più soldi, fama e pubbliche relazioni che in 30 anni di indie rock.

LODO GUENZI: 2. Blinda la supercazzola prematurata con lo scappellamento a destra come se fosse sub judice a X Factor.

SI CONFERMANO SHEROL, BOWLAND, NAOMI E ANASTASIO

LUNA: 7. Materiale adatto per le illusioni: montatella com'è, la stanno costruendo come popstar. «Rappa come un mitra, canta come un usignolo», dice Agnelli che si crede Bundini Brown, quello di «vola come una farfalla, pungi come un'ape». Luna non è Muhammad Ali ma le qualità le ha. Solo che 'sti mash up, stasera God is a woman/I do (Ariana Grande/Cardi B), 'sto rappare finto Bronx, comincia veramente a maciullare i maroni, scassare i cabasisi e rompere le balle: sotto il mashup, che c'è?

LEO GASSMAN: 7. Su Next to me (Imagine Dragons) tira fuori al meglio questa voce più nera che bianca, sporcata d'intensità: anche in modo ingenuo, ma da giovane molto intelligente, che impara presto. Piace a Mara, che, ed è sintomatico, gli affida qualcosa che neanche lei sa cosa sia, ma quello che conta è che la Maionchi lo covi come pulcino, perché quelli che lei cova, di solito, vanno sempre molto, molto avanti.

SEVESO CASINO PALACE: 3. Già gli danno quella roba insulsa di Amore e Capoeira (Giusy Ferreri), mettici pure che hanno il tutor più insulso, e che la versione che ne traggono è più insulsa dell'originale: che resta da dire? Che il loro passaggio, scandaloso, si deve a follia o a quelle che eufemisticamente definiamo logiche interne.

NAOMI RIVIECCIO: 8/9. Migliora sempre: pazzesca su Never enough (ost The Greatest Showman). Varrà la pena di seguire X Factor fino in fondo, diciamolo subito, per scoprire chi fra lei e Sherol la spunta, perché qui c'è davvero la rivalità più appassionante forse di tutta la storia di questo talent.

RED BRICKS FOUNDATION: 5/6. Scusate, ma non ci aveva già smarronato abbastanza, l'anno scorso, il Damiano desnudo? Anche loro hanno la sventura di un Lodo nel destino, ma insomma sono rockband che di rock ha poco e niente: non il peccato, non il pericolo, non la disperazione; in compenso il cantante rachitico urla, urla perché è meglio di cantare. Sulla demenziale Thoiry remix (Achille Lauro feat. Gemitaiz) gli va bene, superano le perplessità, come dice Fedez, e convincono pure; al ballottaggio, contro Emanuelone, perplimono come prima più di prima e sballottano.

Sherol.

MARTINA ATTILI: 7 ½. Gesù, quanto è stramba! Poi la naturale propensione per Youtube (12 milioni di visualizzazioni) peggiora, in un certo senso, le cose. Una bella gatta da pelare per Agnelli: che le affibia Sober (Demi Lovato), e poi tiene pure coraggio di protestare perché qui nessuno lo segue sulla via del rock e del punk. 'ndemm, Agnelli. Il nostro scoiattolino però, senza avere i mezzi terrificanti di una Naomi o una Sherol, viene sempre fuori bene, puntando sulla teatralità, sul piano, sulla stravaganza emotiva, e, giro dopo giro, rivela la sua caratura outsider. Però Manuel dalle qualcosa di buono, sii bravo anche tu.

EMANUELE BERTELLI: 6. Sia lei a scegliere i pezzi, o ad assecondarli, o a subirli, Maionchi sta facendo con questo fanciullone lo stesso errore dell'anno scorso col sublime Andrea Radice: ma che bisogno c'è di mettere alla prova un ragazzo di ottime qualità con roba così insulsa, e sbagliata per lui, quale questo Zingarello (Ghali)? E poi Mara ammette pure che non sa di che sta parlando. Il voto è di pura stima, perché fa quello che può e non è colpa sua; in realtà sarebbe ingiudicabile. Passa al ballottaggio, per il rotto dell'acuto.

BOWLAND: 8. Questi neppure Lodo riesce a rovinarli, seppure ce la mette tutta, come sempre, con la solita scelta squilibrata: No roots (Alice Merton). Il segreto è questa mistura di world- hip hop con innesti acustici a stravolgere tutto, ma proprio tutto: ogni repertorio diventa nuovo, cosa loro, poi la naturale sensualità della cantante completa il gioiellino di turno.

RENZA CASTELLI: 6. Il problema, suo e di Fedez, è sciogliere una algidezza naturale, anche elegante, in un X Factor, qualcosa di più sexy, che forse, sotto sotto, arde. Forse. Certo, l'elettronica spinta, come questa Thunderclouds (Labrint, Sia e Diplo), per una ragazza-con-la-chitarra... E, senza chitarra, truccata come Rita Hayworth, Renza arriva dove può. Fedez la ama e forse non solo artisticamente: lo capiamo, ma non fatela fatalona, assecondatene l'eleganza e il fuoco sotto la cenere. Forse.

SHEROL: 9 ½. Qui Manuel trova una bella scelta: Rank & File (Moses Sumney) è black music rilavorata in neogospel in 7/8, difficile da entrarci. Eppure. Ne esce un canto tribale, ancestrale, purissimo. Non sarà Aretha, ma, signori, è di quella schiatta lì.

ANASTASIO: 8. Il rapper che piace a chi odia i rapper, perché non è un rapper. È una promessa grande, grande, grande: va oltre lo spoken, lo fa con un calore che non può mentire. Gli tocca, per oscene logiche promozionali, Se piovesse il tuo nome (Elisa), brano che uscirà solo un giorno dopo, per di più da un equivoco come il supersopravvalutatatissimo Calcutta: gli dà una pista, con le armi dell'autenticità e dell'intelligenza interpretativa. Combinazione devastante. Ecco perché, pur essendo la canzonetta poco più o poco meno che miserabile, il voto è alto: anzi proprio per quello. Lui può essere la vera, grande novità di domani. E novità va sottolineato.

Sting e Shaggy.

STING FA L'ITALIANO, DARK POLO GANG FUFFA DEL SECOLO

STING & SHAGGY: 3 DI STIMA. Gotta get back my baby. Che fitta, vedere Message in a bottle ridotta a tappezzeria da talent. Bravo, Sting di santo, bravo, quanto ti avranno pagato? Va beh che tra vigneti e altri lussi da redditiero di campagna i soldi non bastano mai, ma questo ormai a forza di star qua è diventato più italiano di tutti.

DARK POLO GANG: 0. Cambiare adesso. Da Strafactor a X Factor il passo è breve e il cerchio si chiude: questa è la più grande truffa nella storia di X Factor di tutti i Paesi. Bocca mia taci.

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