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MAX FACTOR
16 Novembre Nov 2018 0926 16 novembre 2018

Le pagelle della quarta serata di X Factor 2018 Live

Eliminati i Seveso Casino Palace, si comincia a sentire la finale. Anastasio perfetto. Come Sherol. Bene Naomi e Renza Castelli. I voti. 

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Una cosa interessante, parlando di X Factor, è verificare l'attività social dei concorrenti. Perché anche per questa strada, forse soprattutto per questa strada, passa una possibile affermazione: chi è più social muove più cose, più pubblicità e oggi il successo si misura con questa moneta, che poi, passaggio dopo passaggio, è sempre la stessa: se fai fare soldi avrai soldi, se hai successo in Rete ce l'hai anche nella vita. E si vede subito lo scarto fra chi si è “vestito per il successo”, ha fatto cioè le cose per tempo, ha anteposto la proiezione mediatica, e chi è ancora al palo o quasi, come non si fosse aspettato di procedere nella gara.

Gente di sicuro talento come Sherol o Anastasio ci arriva solo adesso, si direbbe più per iniziative altrui, a prato basso, dei sostenitori che cominciano a reagire, a organizzarsi; Naomi, un'altra fra le più titolate, ha ancora una profilazione debole e così la giovanissima Luna che però sta recuperando di pari passo con la costruzione, la “cleopatrizzazione” del suo personaggio; altri hanno una penetrazione già forte, pagine ufficiali molto frequentate, spazi deputati come Martina Attili che ha puntato inizialmente su Youtube dove miete visualizzazioni a milioni e adesso si ritrova un apparato da popstar in erba, o come i Bowland, gruppo già maturo che sa come muoversi nell'universo parallelo dei social.

LA LEZIONE DI CHIARA FERRAGNI

Fenomeni tutt'altro che marginali, probabilmente decisivi perché recepiscono lo spirito del tempo: nell'intrattenimento come nell'informazione, la pubblicità da ancella diventa padrona, determina gusti, adempie profezie. È la lezione di Chiara Ferragni, una che ha capito per tempo che il ruolo di propagandista di chincaglieria più o meno di lusso non poteva bastarle e a un certo punto è passata dall'altra parte, ha messo la chincaglieria al servizio di sé, ha invertito i termini, facendosi feticcio, prodotto di se stessa.

​Vale a maggior ragione nel microcosmo, non tanto micro, di X Factor. Del resto, anche tra i giudici o ex giudici il meccanismo è identico: una come Asia Argento, perduta la credibilità mediatica, l'aveva ritrovata come giudice di talent e, perduto il ruolo di giudice, ha tirato fuori una liaison pazzesca con un personaggio sopra le righe quanto lei. E lo dice, lo ammette che perdere X Factor l'ha distrutta, l'ha messa in ginocchio, quanto a dire: qualcosa per restare a galla dovevo pur inventarmi. Non è solo uno spettacolo X Factor, e non è per niente un gioco: lascia cadaveri sulla sua strada, a mucchi, tonnellate di illusioni spezzate, ma, se ben gestito, può svoltare davvero la vita, almeno per un po': si pensi a questi Maneskin che senza neppure avere vinto l'anno scorso sono riusciti a salire in classifica con un disco evanescente e il cantante che fa il perduto redento: bevevo, ma ho smesso. A 19 anni. Intanto la gara s'indurisce nella ridda delle manche, nello stillicidio di ballottaggi che spalancano la strada agli inediti, e comincia a scorgersi la finale, tra meno di un mese. E un altro morde la polvere...

I giudici: Manuel Agnelli, Lodo Guenzi, Mara Maionchi e Fedez.

ALESSANDO CATTELAN: 6. Adesso ha più spazio e riempe meglio i vuoti, i tempi morti. Affidabile, non mercuriale. Un onesto, sopravvalutato travet della televisione.

MARA MAIONCHI: 5. La nonna è influente: tiene in gara Gassmanino che tutto sommato non lo merita, sia pure su scelte da latte alle ginocchia; d'altra parte si ritrova uno come Anastasio e questo è un treno che va da solo. E a tutti dice: «Hai cantato bene». Mara diverte, ma forse qui ha fatto il suo tempo.

MANUEL AGNELLI: 6-. Il coach lo fa bene, porta avanti la squadra senza perdere pezzi; a volte dà l'impressione di cedere alla tattica meschinella se giudica i concorrenti rivali, tutto quel cavillare pretestuoso, come a volerli sminuire, a beneficio dei suoi.

FEDEZ: 6+. I suoi giudizi, a differenza di Agnelli, sembrano più schietti, meno calcolatori; rischia di giocarsi Naomi per troppo coraggio: ma può il coraggio essere troppo quando hai chi può assecondarlo?

LODO GUENZI: 6/7. Partito disastrosamente, e in odore di usurpatore, ha sopportato il bullismo generale, ha quasi imparato i tempi televisivi, e anche a calibrare le assegnazioni. Restando umile, critiche in punta di piedi, mai una malignità. Adesso non è più un corpo estraneo o lo sciocco del villaggio. E non è più la pezza, il rattoppo di nessuno.

I Seveso Casino Palace sono stati eliminati.

SEVESO CASINO PALACE: 6+. Standing in the way of control (Gossip). Meglio del solito, la scelta di Lodo pareva scentrata e invece li premia. Certo, niente di che, restano sempre il solito gruppettino bumbumbum, come dimostrano nel ballottaggio, che perdono: del resto, era il terzo di fila. Non mancheranno poi troppo, anzi per niente.

RENZA CASTELLI: 7-. La costruzione di un amore (Ivano Fossati). Allora ditelo. No, ditelo, che il gossip ve lo volete. Perché come fai a non vederci l'allusione malandrina con un pezzo così? Fedez che ricorda l'amore tormentato tra Fossati e Mia Martini: roba che la Ferragni lo scuoia e se lo indossa a pelliccia. Anche perché la sottovalutata, anche dalla Ferragni, Renza ne vien fuori ancora bene. Sono brani difficili questi, tremendi: fragili come macigni, ti tritano. E invece. La penalità nel voto sta nell'eccesso didascalico: manca poco per volare, ma manca ancora (Fedez, falla volare).

MARTINA ATTILI: 5/6. Strange Birds (Birdy). E dài, Manuel, con 'ste assegnazioni sciccose, che non portano da nessuna parte. La Bjorkettina è meno dotata di altri, ma ha quella sacra convinzione che convince; oltre a 12 milioni di visualizzazioni. Però comincia a farsi strada un sospetto: fosse mica che, sotto la stranezza, pochetto?

NAOMI: 6/7. Crisi metropolitana (Giuni Russo). La sua è un'ottima, sorprendente assegnazione, roba da cultori, il pastiche new wave allucinato di Battiato traviato dal lirismo di Giuni Russo: chiaro che le quattro ottave dell'originale divorano chiunque, ma non puoi rimproverare a una esordiente l'ortodossia: santo cielo, così dal vivo come fa a sporcare in controllo, a fare la sbavatura sorvegliata? Oltretutto, ha problemi alle corde vocali. Tanto basti, e fortuna che esce viva dal ballottaggio, che affatto non merita, con Luna e i Casino.

Sherol ha cantato I will always love you di Whitney Houston.

LEO GASSMAN: 6. Pianeti (Ultimo). Altra scelta giovanilistica della nonna: Ultimo è uno appena uscito dal più recente Sanremo e già lo impongono come un classico: le vie delle sinergie sono infinite, ma tutte le strade portano alla Siae. Ora, siamo sempre lì: Gassmanino «canta sempre bene», per dirla con nonna Mara, ma con queste canzoncine tutte fumo, cavarne l'arrosto non può; ne esce una rauca mediocritas. Passa ancora, ma resta il più debole fra tutti.

SHEROL: 8. I will always love you (Whitney Houston). Che scelta paragnosta, telefonata, annunciata, karaokona. Vergognati Manuel. Ti piace vincere facile. Ma troppo facile. Insomma, torna al suo ideale, il soul più nero che bianco (con Mina aveva vacillato): quasi perfetta, perché non insegue l'originale, non forza, non sforza. Qualche ingenuità naif, ma mica è colpa sua.

ANASTASIO: 9. Another brick in the wall (Pink Floyd). Ho visto il futuro del rap, anche non del rap, e si chiama... Prodigioso, prende un pezzo epico ma assurdo, in tale contesto, e ne fa qualcosa di avvincente a prescindere dall'originale (orgasmo serotino di nonna Mara). Maestro di parole, ma poi sa renderle con intensità inaudita: non sbaglia un colpo, questo qua. E davvero può essere il nuovo ragazzo di una discografia italiana che ormai schiera solo rappettari al limone.

LUNA MELIS: 7+. Eppur mi son scordato di te (Formula 3). Anche lei, come Naomi, sconta una scelta intrigante e del tutto fuori dal tempo. Il prog di Battisti per la Formula 3 a una 16enne? Poi le rimproverano l'età, l'ingenuità, grazie al piffero, la verità è che se le canzoni fossero ancora canzoni, anche i cantanti tornerebbero a fare i cantanti. Non tutti, ma certi sì. Questa sì. Al ballottaggio torna ai suoi mashup, le sue raffiche rap, e si salva. Ma non ne aveva bisogno.

BOWLAND: 5/6. Drop the game (Chet Faker/Flume).Tecnicamente ineccepibili, belle le atmosfere rarefatte e tutto, però è vero che alla lunga stufano, perché con la loro formula esotica world trip hop acustica van sempre a parare nel solito posto. La cantante, che fa la sinuosa, in verità è sopravvalutata, con limiti cospicui. Diciamolo: più che monotonali, monotoni.

Tra gli ospiti Enrico Nigiotti e Gianna Nannini.

GIANNA NANNINI/ENRICO NIGIOTTI: 4--. Insopportabile il singolo, sempre il solito panforte nanniniano, e insopportabili loro: lei a fare la rockstar che mai è stata, lui a fare la rockstar che mai sarà. Mai visto uno più spinto, più tenuto su di questo Carneade, uno che fargli avere per forza un qualche successo pare un imperativo categorico. È mistero della Siae!

CARL BRAVE/MAX GAZZÈ: 5--. Anche questi, la loro brava marchettina per in singolo in uscita. Gazzè sembra Tony Iommi dei Black Sabbath, Carl sembra un cantante, ma non lasciatevi ingannare: è un coatto. Anzi, due. Che canzonella miserella, poi.

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