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Cultura e Spettacolo
17 Novembre Nov 2018 1600 17 novembre 2018

Recensione de "L'Infinito" di Roberto Vecchioni

È un disco classico, che non vuole stupire, ma restare. Un album vivaddio da ascoltare perché ha qualcosa da dire. Il ritorno del professore di Carate Brianza non delude. 

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Ringiovanire sentendo la morte che viene. «Farò altri dischi, ma questo per me è una conclusione», dice Roberto Vecchioni che fa uscire il nuovo L'infinito senza preavviso, come una scelta ben dentro i tempi autodivoranti di oggi; lo fa uscire solo in vinile o in cd, niente digitale, per protesta e per dispetto, «perché è un disco che si compera nei negozi», insomma per dare un segnale contro il consumo liquido e distratto e forse questa è invece una scelta fuori dal tempo, quasi romantica, tanto il disco appena lo metti fuori te lo ritrovi subito bello e pronto da tirar giù dalla Rete. Ma Vecchioni è un romantico signore di Carate Brianza, di 75 anni e non ha più niente di cui preoccuparsi se non di fare quello che si sente di fare, di cantare. E così fa un disco con un omaggio ad Alex Zanardi che senza le gambe vola, un altro a papa Bergoglio anche se non lo nomina esplicitamente, e strappa all'inerzia Francesco Guccini, e si commuove per Marco Mangelli, il bassista che è appena volato via ma già malato non ha rinunciato a suonare il basso in tutto l'album. Storie romantiche, di vecchi, grandi vecchi che se anche tirano un po' i remi in barca, c'è da capirli.

L'infinito, così ha chiamato Vecchioni il suo disco. Che chiude il cerchio della vita, fatta di cerchi uno dentro l'altro, fatta di un cerchio che non si chiude finché non si spezza. E c'è lui di profilo, che non nasconde la vecchiezza, che sfoggia la senilità ritratta da Oliviero Toscani e questa evocazione leopardesca vuol dire tanto, vuol dire che uno a un certo punto non rinnega quello che ha fatto, in cui ha creduto, solo comincia a vederlo da una prospettiva diversa, distaccata. L'omaggio al Leopardi il tormentato ma, al fondo, l'ottimista de La ginestra, non è casuale nell'uomo di cultura, nel cantautore colto che, sostiene, non ne può più di cantautorato in cima alle nuvole, che a volte non si capisce da solo, si riscopre criptico e allora sente un bisogno lancinante di vedere, di cantare quello in cui crede secondo una dimensione più personale di prima. Il liberal Vecchioni diventa liberale? Non proprio, la militanza per quelli come lui non prescindeva mai completamente da una cifra anche intima. Già cinque anni fa aveva regolato i suoi conti con Io non appartengo più, ma adesso è diverso. L'infinito non rinuncia a tematiche care ma in qualche modo le rilegge e sembra marcare un intento più forte, più definitivo: è evidente, che si parli del martirio di Giulio, Regeni, visto negli occhi della madre, o di quello di Ayse, Cappuccio Rosso annientato dall'Isis in una scia d'amore rimasta in una lettera, come un fantaccino tenerissimo della Grande Guerra. Così che l'autore può chiosare: «Niente di epico, tutto semplicemente umano», ed è un commento non marginale, viceversa decisivo, fondamentale.

TRA INCITAMENTO E RICORDO

Come importante è questo disco, che pure quando evoca il giovanilismo del '68 (Formidabili quegli anni) o di Vai ragazzo, lo fa tra incitamento e ricordo, sempre in una chiave squisitamente personale, quasi gelosa del proprio vissuto, pur aprendosi a speranze, a incitamenti da vecchio professore. Lo stesso si può dire per Ti insegnerò a volare, già nominata, insieme a Guccini, e infatti molto gucciniana nella melodia, così come per Com'è lunga la notte (introspettiva eppure, con squisito gusto prospettico affidata a Morgan) o La canzone del perdono. E lo è, per definizione, negli episodi d'amore, Ma tu, Ogni canzone d'amore, madrigale che concentra tutte le poesie galanti di ogni tempo. Anche i momenti più eccentrici o rarefatti, da Una notte, un viaggiatore, con evidente allusione letteraria che però si disperde in scenari più dilatati, alla stessa L'infinito, esemplare nel suo essere emblematica, ancora nella conclusiva e rarefatta Parola, in Com'è lunga la notte (qui, volendo, verrebbe da scomodare Céline, ma non complichiamoci la vita) rifluiscono in un modo o nell'altro in una fragilità così orgogliosa da far quasi tenerezza: l'uomo segnato, che ancora si cerca, che ancora vuole trovare, che non smette il suo canto. Un disco vivaddio da ascoltare, da soppesare, per poter dire sì, mi piace, è bello, no, non mi convince, ma a ragione veduta, dopo tanta musica di schiuma, che non è musica, che non sa di niente perché niente contiene al punto che è impossibile perfino da stroncare.

Roberto Vecchioni e Francesco Guccini.

Disco che piacerà a quelli dai 50 agli 80, gli altri magari neppure se ne accorgeranno, ma l'infinito della libertà per un 75enne di Carate Brianza che ha cantato di luci a San Siro come di lucciole pasoliniane, è il lusso di sconfessare oggi, apertamente, l'ineluttabilità di Samarcanda. Invecchiare ascoltando la vita che viene. C'è tutto Vecchioni in questi suoni eleganti, questi 12 frammenti di un autoritratto prodotto da Danilo Mancuso, questo saggio di canzone d'autore che preferisce raccontare in modo diretto, a volte musicalmente prevedibile, se si vuole umano, troppo umano la vita di sé infilandola in quella degli altri, reali o archetipici che siano.

UN DISCO CHE NON VUOLE STUPIRE MA RESTARE

Ma un disco che impattando la realtà senza più sovrastrutture, senza quasi filtri salvo quello della cultura che fluisce a metafore e citazioni, aveva bisogno di una confezione adeguata: E così Lucio Fabbri, che è pure il produttore artistico, al pianoforte, piano elettrico, organo Hammond, violino, viola, fisarmonica, basso elettrico e chitarra elettrica, Massimo Germini alla chitarra classica e acustica, chitarra 12 corde, mandolino, bouzouki, ukulele, liuto cantabile, Marco Mangelli al basso fretless e Roberto Gualdi su batteria e percussioni hanno confezionato atmosfere misurate, classiche che più classiche non si può, al servizio di un disco che è, resta puro Vecchioni, che non vuole stupire ma confermarsi, esserci, restare: il dialogo tra Vecchioni e Guccini sulla sostenuta Ti insegnerò a volare in questo senso è esemplare: strofa, ritornello, strofa, in un gioco che continua per tutto l'album senza mai prendere gli aerei della sperimentazione più o meno astrusa. Non è cosa per due signori che hanno la loro storia e la rivendicano con l'orgoglio dell'età. Per questo è significativo un album novecentesco come L'infinito: nella morale che tutto sembra racchiudere, «si vive per l'amore (non per soffrire)», è custodito il senso della giovinezza, quella vera, che arriva al tramonto, che si libra leggera perché, con Schopenhauer, ha lasciato a terra tutti i gravi. E alla fine cantare, cantare e rifugiarsi in una sbronza con un amico vecchio come te, riportato indietro dall'inerzia montanara, per non sentire la vita che va, la morte che viene.

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