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Cultura e Spettacolo
22 Novembre Nov 2018 1405 22 novembre 2018

Dolce & Gabbana e il razzismo nella moda

Non è la prima volta che i due stilisti finiscono nella bufera. Ma non sono i soli: da John Galliano ai marchi pop Zara e H&M, tutti gli scivoloni del fashion. 

  • Francesca Carli
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Grosso guaio a Chinatown. Potrebbe intitolarsi così l'ultimo scivolone razzista e sessista di Dolce & Gabbana. Dopo le polemiche sullo spot con la modella cinese alle prese con bacchette e cannolo siciliano «troppo grande» per lei e la pubblicazione da parte dell'account di Instagram DietPrada delle conversazioni tra la fashion blogger Michaela Tranova e Stefano Gabbana, i video della pubblicità sono stati eliminati dai social, i prodotti della griffe sono spariti dalle piattaforme di e-commerce cinesi e la sfilata in programma il 21 novembre a Shanghai è stata cancellata.

Una tempesta perfetta, causata anche dal commento non proprio conciliante di Stefano Gabbana che, chattando con Tranova, avrebbe sbottato: «D’ora in poi dirò in tutte le interviste che faccio che la Cina è un Paese di merda e che può stare tranquilla, viviamo benissimo senza di te». Gabbana ha poi denunciato l'hackeraggio del suo account: «Not me» ha scritto in caratteri cubitali sullo screenshot della conversazione, senza però risultare convincente. E per fortuna che la campagna si intitolava #D&GLovesChina.

D&G E LA PROVOCAZIONE CHE DIVENTA UN BOOMERANG

Com'è ormai noto D&G non sono nuovi a questo genere di scivoloni. Per restare al Celeste impero nel 2017, in occasione della prima campagna, avevano rappresentato Pechino come una città quasi postnucleare dove spiccavano solo i colori e le linee dei loro abiti. Alla Milano Fashion Week 2012, invece, il duo creativo aveva presentato abiti su cui erano stampati volti di donne nere con orecchini sullo stile della "mamy" di Via col vento. Va però detto che D&G ha un debole per i luoghi comuni. Anche per quelli italiani, come dimostrato dagli spot con Kit Harington ed Emilia Clarke ambientati a Napoli: pizza, gesti, mandolino e spaghetto. Ma i due non si sono fatti mancare nulla. Nemmeno riguardo il sessismo. Già nel 2007 il Comitato di controllo del Codice di autodisciplina pubblicitaria bloccò una reclame che avrebbe incitato allo stupro: una modella tenuta per i polsi e bloccata a terra da un uomo a torso nudo mentre altri guardano la scena. Contro la pubblicità si era mossa anche la politica con un appello al giurì di senatori dell'Ulivo e di Forza Italia mentre la Cgil aveva minacciato il boicottaggio della griffe per l'8 marzo di quell'anno. «Ci scusiamo con le donne, non avevamo intenzione di offenderle», risposero i designer a polemica già deflagrata, «per noi le donne sono delle regine, ma quella pubblicità la difendiamo».

La pubblicità di Dolce & Gabbana che venne accusata di incitare allo stupro.

I due stilisti sono noti anche per essere strenui difensori della famiglia naturale, un po' alla Pillon diciamo. Nel loro mirino sono finite anche le adozioni gay e la gestazione per altri. In una intervista a Panorama del 2015, infatti, avevano espresso il loro disappunto per i «figli della chimica che non hanno mamma e papà». Parole che avevano scatenato l'ira di Elton John, padre di due figli avuti con il marito David Furnish grazie a una madre surrogata. Insomma la loro pare essere una moda pop-sovranista in perfetta linea con la tendenza attuale. Ma il duo nostrano non è una eccezione. Razzismo, sessismo, politically uncorrect popolano il fashion esattamente come qualsiasi altro settore.

GLI INSULTI ANTI-SEMITI DI JOHN GALLIANO

Basta ricordare John Galliano, enfant prodige britannico dell'haute couture condannato dal tribunale di Parigi e licenziato da Dior dopo la diffusione, nel 2011, di un video in cui si lanciava in insulti razzisti e antisemiti. Ubriaco, aveva urlato a più riprese «sporca ebrea» e «sporco asiatico» a una coppia seduta vicino a lui a La Perle, bar nel centro di Parigi. I due avevano chiamato la polizia e sporto denuncia per aggressioni verbali e razziste. Due giorni dopo una 48enne affermò di essere stata a sua volta vittima di ingiurie antisemite da parte dello stilista, in quello stesso bistrot, nel 2010. Come se non bastasse, a incastrare mediaticamente Galliano arrivò un filmato pubblicato da The Sun, in cui il designer in evidente stato di alterazione alcolica dichiarava «I love Hitler».

Lo stilista britannico John Galliano.

GLI SCIVOLONI DI H&M

Spesso però nella bufera non finiscono marchi di lusso, ma di pret-à-porter alla portata di tutti. Chi, infatti non ricorda la polemica per la felpa H&M con la scritta Coolest monkey in the jungle fatta indossare sul catalogo online da un ragazzino di colore? Sempre il colosso svedese aveva ritirato tempo prima un modello di calzini per i più piccoli con un ricamo molto, troppo simile alla scritta araba Allah. Mentre Mango aveva firmato due collezioni Ramadan, considerate offensive.

ZARA E LE ACCUSE DI RAZZISMO

Non è esente da accuse simili Zara. Il marchio catalano un paio di anni fa venne attaccato per un modello di minigonna sui cui campeggiava una rana simile a Pepe the Frog, animaletto simpatico e innocuo ma pure il simbolo dei suprematisti Usa (del fatto ne parlò persino il New York Times). Nel 2014 invece si poteva acquistare una blusa per bambini a righe bianche e nere con tanto di stella gialla molto simile all'uniforme indossata dagli internati ebrei nei campi di concentramento. Distrazione, leggerezza, semplice ignoranza? Forse. Sicuramente però, nel 2015 Zara prestò molta "attenzione" ai propri clienti di colore. Secondo una indagine del Center For Popular Democracy negli store newyorkesi gli afroamericani venivano costantemente pedinati e monitorati quasi fossero più inclini al taccheggio dei caucasici.

Il modello di Zara finito nelle polemiche. 

IL COLONIALISMO E LA SCHIAVITÙ DIVENTANO GLAM

La milanese BigUncle, come ha scritto l'Independent, è stata recentemente attaccata per la sua linea Colonialism. La società si è difesa rigettando le accuse: nessun richiamo alle atrocità dell'epoca coloniale ma solo un omaggio stilistico all'epopea del west. Giustificazioni che non hanno convinto più di tanto visto che è stata lanciata una petizione su Change.org per fare ritirare la collezione con tanto di link all'Articolo 3 della Costituzione e che al momento ha poco più di mille firme. Dal colonialismo alla schiavitù il passo è breve. Nel 2012 Adidas decise di non distribuire sul mercato il modello di scarpe JS Roundhouse Mids firmato dal fashion designer Jeremy Scott. Il motivo? Catene di gomma arancione alle caviglie che senza troppa fantasia ricordavano i ceppi degli schiavi neri.

Il modello di Adidas "censurato" nel 2012.

LA RAPPRESENTAZIONE DELLO ZEITGEIST

Insomma tra spot sessisti e, forse qui sta il vero problema, volgari di D&G e creazioni al limite del cattivo gusto, il fashion non fa la differenza, anzi, incarna oggi più che mai lo Zeitgeist. Basta pensare allo spot diffuso da Donald Trump su Twitter in occasione delle Midterm. In un video creato dal comitato elettorale del presidente venivano messi in relazione Luis Bracamontes - un messicano condannato per l'omicidio di poliziotti - con la carovana in arrivo dal Centroamerica. «I democratici hanno fatto entrare nel Paese Bracamontes. Chi altro faranno entrare?» ,è il messaggio che scorre sulle immagini dei disperati in cammino. Cnn, Cbc, Fox News non lo hanno messo in onda mentre Facebook ne ha impedito la diffusione, ma solo quella a pagamento.

Il post di Stefano Gabbana rilanciato dal marchio sulla First Lady Usa.

LE AFFINITÀ ELETTIVE CON LADY TRUMP

Che c'entra Trump, si dirà...Qualcosa c'entra. Visto che mentre la francese Sophie Theallet, designer di Michelle Obama, e Tom Ford si erano rifiutati di vestire la First Lady boicottandone lo stile, era stato proprio Gabbana a dirsi orgoglioso delle sue creazioni indossate dall'ex modella slovena in occasione della visita in Vaticano. Invitando i critici riuniti sotto l'hashtag #boycottdolcegabbana a badare agli affari propri. Che dire, affinità elettive.

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