x-factor-live-2018-inediti-pagelle
MAX FACTOR
23 Novembre Nov 2018 0921 23 novembre 2018

Le pagelle della quinta serata di X Factor 2018 Live

Anastasio e Naomi stelle indiscusse. Il talento di Sherol non è valorizzato. Martina fa la furba. Esce Renza al ballottaggio. I voti.  

  • ...

Il gioco di X Factor si fa duro e chi gioca si mette a cantare gli inediti. Non fatti da loro, non scherziamo, è il giro di autori, arrangiatori, addestratori che mette insieme i brani da presentare al quinto live, che segna uno spartiacque: da qui in avanti, si comincia a scorgere la finale, ancora quattro puntate, quattro selezioni. Ma Assago non è il 1619 di Brodway, e X Factor non è il Brill Building, la fabbrica dei successi di Burt Bacarach, Carole King, Neil Sedaka e Neil Diamond, Sonny Bono e Mike Stoller. E non c'è Phil Spector che col suo «muro del suono» modellava lo stile delle Ronettes, e non ne attingono Martha & the Vandellas con Dancin' in the street o le Supremes di Diana Ross con Stop! In the name of love. Assago non è neanche la Rca di Ennio Melis, Vincenzo Micocci, Lilli Grego, e nemmeno di Nanni Ricordi: discografici che le stelle le vedevano davvero, le facevano crescere, le facevano splendere poi le lanciavano e non erano mai meteore. Agevolati da quel favoloso gruppo di turnisti che, agli studi di via Tiburtina poi al Cenacolo di via Nomentana, plasmavano le canzoni di Patty Pravo e Dalla, De Gregori e Venditti, Rino Gaetano e Renato Zero, e cento e mille altri. Quelli erano giorni, dio che giorni. Quando un capolavoro era tale per la musica e per la discografia, quando mercato e arte non andavano disgiunti.

GLI INEDITI? IL BLACK FRIDAY DI X FACTOR

X Factor è un talent e ci fabbricano singoli scientificamente testati, come lo shampoo, per costruire, si spera almeno, un nuovo autore capace di vendere, senza altre pretese. Diciamo le cose come vanno dette: questi inediti servono alla raccolta da vendere sotto il periodo natalizio, che anzi annunciano. Sono il Black Friday di X Factor. Ed è con questo spirito (del tempo) che vanno soppesate le nuove proposte della quinta serata live.

LA SCENA MUSICALE CAMPANA LA FA DA PADRONA

Però con una considerazione di fondo: anche limitandosi al microcosmo di X Factor, quello che viene fuori è una marcata preponderanza di nuove leve piuttosto valide provenienti dalla Campania: il mai troppo rimpianto Andrea Radice, il soulman di Napoli criminalmente sacrificato da Mara Maionchi l'anno scorso; a questo giro, la voce super di Naomi Rivieccio, una che avrà, avrebbe bisogno di una guida sensibile, esperta e non rapace per sviluppare il suo potenziale, che è notevole ma che chiede un repertorio alieno dalle scialbe tracce di musica attuale, fra trap e electrodance insulsa; infine questo incredibile Anastasio che viceversa è artista già completo se non maturo, fromboliere di parole che lasciano il segno, capace di stravolgere felicemente un classico così come di imporre una proposta del tutto personale e rilevante. Non sarà una “scena”, questa campana, partenopea, ma è come minimo la spia di una sensibilità sorprendente, potenzialmente degna di raccogliere un retaggio: pensare soltanto a cosa avrebbe potuto fare Anastasio con Pino Daniele, che di certo non se lo sarebbe lasciato sfuggire, fa venire il magone (avvertenza: i voti, questa volta, vanno più ai brani che agli interpreti).

I concorrenti del quinto live di X Factor.

ALESSANDRO CATTELAN: 5. D'oro ingiacchettato, come sempre nei binari, nelle righe. Mai oltre, nessun guizzo. «Houeiù!», a tutti gli stranieri, implacabilmente. E quelli: bene, bene. Certo, imparasse meglio i nomi dei concorrenti...

MARA MAIONCHI: 5/6. Mah, che dire? Ha questo gioiello, Anastasio, e forse la spunterà ancora lei. Ma come personaggio sembra stanca, spremuta. Tra un vacaghèr e l'altro, si sta pure democristianizzando.

MANUEL AGNELLI: 6-. Un po' tignoso, la gara, vera o meno che sia, l'ha presa anche troppo sul serio: è quello con più pupilli in gara, ancora tre. Ma non sembra guidarli un granché bene.

FEDEZ: 6 ½. Sarà quello che sarà, ma resta il più analitico ed equilibrato nei giudizi; quello che dice su Anastasio è bello, perfino nobile. Durante la serata si gioca una delle sue protette, anzi la protetta per eccellenza.

LODO: 5+. Non è un giudice, è un esegeta, un poeta delle intenzioni: disarmante, come fai a dirne male? Talmente buonino, come Lupo de' Lupis, da commuovere i concorrenti. E non finge, è proprio così, lui vede l'assoluto in tutti e a tutti fa la stessa accorata raccomandazione: non smettere di essere quello che sei! Sì, ma in tutte queste supercazzole al miele di fava, i giudizi tecnici 'ndostanno?

Sherol ha portato l'inedito "Non ti amavo ma ti ho perso".

LUNA (Los Angeles): 5. Jake la Furia, che firma l'inedito, per Agnelli è il «miglior rapper». E l'amico Fedez non la prende benissimo. Forse Manuel si vendica perché l'altro gli ha appena dato del meschino, del tattico sui giudizi per i suoi. Figurati: il trucchetto è stipare le battute di parole, parole, parole. Moderna, dice Manuel? Forse all'interno del rap mercantile, ma la struttura invece ha del già sentito, anzi parecchio: ottima per provarsi la lingerie nel camerino di un centro commerciale. Luna è brava, ma sto «flow», come dice Lodo, alla lunga allappa, andiamo; e anche alla breve.

RENZA (Cielo inglese): 5. Partita outsider, è vero. Ma adesso non può più nascondersi. Porta un pezzo, scritto dalla «nuova autrice Rachele», che di nuovo ha nagott, come dicono a Milano, e altrettanto significa: la lagnetta sul registro alto cerca spudoratamente le radio, ma per Renza, dopo il ballottaggio con Naomi, finisce qua. Fedez, comprensibilmente scosso, la stringe oltre il lecito.

ANASTASIO (La fine del mondo): 9. È il più atteso, inutile girarci attorno, proprio per la sbalorditiva capacità creativa già dimostrata con un rosario di cover mirabilmente stravolte. L'inedito? Ecco, qui sì che arriva la modernità: questo ragazzo di 21 anni sta riscrivendo le regole del rap, lo sta trasformando in un genere musicale, come ipotizza Agnelli che difatti gli rende l'onore: punta su parole enfatiche, su incastri fluidi, intelligenti, e su basi discrete ma molto curate, in cui l'inciso si apre in forma retorica a potenziare ancora il testo. Uno che in un rap parla di Cappella Sistina come allegoria, è uno che ha qualcosa in più. Molto di più. Non azzardiamo paragoni rischiosi, ma può diventare davvero il campione degli Anni 20.

SHEROL (Non ti amavo ma ti ho perso): 5. Detto di un filone familiare che nella sua tragicità comincia a essere abusato (ricordate Rita Bellanza, per dirne una?), concediamo pure la buona fede: Agnelli mette mano al testo, che parla di un padre perduto, e Manuel, che il suo l'ha perso da poco, non ha ancora elaborato, e si capisce. E il testo, più o meno, può andare. Per la musicuzza è più difficile: ma come, parli di un padre che ti manca, che non tornerà, e ci metti sotto una marcetta così? Sherol è un prodigio, ma a lungo andare si sta spegnendo perché non è guidata all'altezza delle sue potenzialità.

NAOMI (Like the Rain): 8. Le danno i produttori di Bocelli, che non debbono costare poco: ma ne vale la pena, perché il brano, senza essere niente più della solita melassa bocelliana, è adatto a queste corde tra lirica e soul: démode, ruffiano, con modulazioni (Lodo li chiama «cambi armonici», e lo confondono, si vede che non è abituato), più Whitney che Amy, anzi più Dionne Warwick, per dire Anni 90 spudorati; ma insomma è quel che ci vuole qui. Lei pulita, scintillante come un cristallo. È una scelta intelligente di Fedez, e pare assurdo che, per la seconda volta, questa ragazza venga costretta a un ballottaggio da cui si salva a stento.

BOWLAND (Don't stop me): 6 ½. Il gruppo hipster che piace agli hipster nel talent da hipster. Va bene: la capacità musicale, arrangiamenti, idee e tessitura non si discutono. Ma insistiamo: a parer nostro, il lato debole è la cantante. Piace molto, fa la sinuosa, la sensuale, ma insomma diciamolo che è stucchevole, che è lei ad appiattire, un po' come Kazu Makino nei Blonde Redhead. Agnelli trova echi di Joy Division: che burlone.

LEO GASSMAN (Piume): 6 ½. Eh, lui è sentimentale. Ai tempi di nonno si chiamavano “cantanti confidenziali”. Messo così, con la crocchietta, è irresistibile, piace alla fanciulline e a qualche bellissima ragazza: basta a farne una star? Magari no, ma almeno a passare a X Factor, sì. Forse è fin troppo onesto questo ragazzo: coi lineamenti che ha, potrebbe fare il bel tenebroso, insomma il cazzone, invece resta umile. Sentimentoso.

MARTINA ATTILI (Cherofobia): 5/6. Manuel: «Finalmente ho prodotto un tormentone». Bravo: il solito su e giù per la scala. La fanciullina, narra la leggenda, la scrisse a 15 anni: ma una che, a 15 anni, parla di cherofobia, di paura della felicità, o è the good doctor o una paragnosta in erba. La seconda che ho detto. Comunque il suo è inedito per modo di dire, su Youtube già consunto di ascolti. Pezzullo inconsistente, paraculissimo, acchiappamocciosi: funzionerà anche fuori da Youtube, ma a noi le furbette troppo furbette non convincono, non ce le beviamo. La verità è che poteva benissimo uscire questa, ma sta sotto l'ascella di Agnelli e pare intoccabile.

SUBSONICA: 6+. Il disco, non brutto ma lezioso, non sta funzionando granché bene (24esimo dopo tre settimane, 30esimo dopo cinque), e allora eccoli qua. Niente di male, anzi una lezione comunque di stile, o stilosa. Però come fai a non vederli con un pizzico di malinconica ironia, questi ex alfieri dell'antagonismo puro e duro a 50 anni nel tempio dei mercanti?

HOOVERPHONICS: 5. Quest'europop belga, così carino, così educato. Così palloso. Yawn, andiamo a dormire, che s'è fatta 'na certa.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Correlati
Potresti esserti perso