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LA MODA CHE CAMBIA
25 Novembre Nov 2018 0900 25 novembre 2018

Il secondo autodafé dei D&G e la nuova responsabilità culturale delle aziende

La campagna non è razzista e neanche sessista: è espressione di ignoranza. Ricalcata peraltro sull’indisponente modello che i due propagano da anni anche sull’Italia.

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Pochi ci hanno fatto caso al di fuori della Cina, ma la modella scelta dai Dolce&Gabbana per la campagna accusata di razzismo e sessista che ha portato alla sospensione della grande sfilata-evento programmata a Shanghai era coreana. Direte voi, quisquilie in mezzo a un disastro mediatico come questo, alla micidiale combo di una comunicazione giudicata razzista e sessista e di una raffica di post ingiuriosi da parte di Stefano Gabbana a una giornalista cinese che, nonostante le sue successive e puerili prese di distanza, il mondo intero ha continuato ad attribuire a lui.

E invece no. La modella coreana è una parte significativa del problema. Provate a infilare un belga in una campagna destinata al mercato francese e sentirete il fischio del boomerang un istante prima che vi stacchi la testa. «Ah, les belges». Ci sono nazionalismi e idiosincrasie che risalgono a fatti storici remoti, figurarsi a tensioni politiche recenti come in questo caso. In un mondo globalizzato questioni come queste potrebbero essere superate, aggiungerete voi. Per niente: dando a tutti diritto di parola e di espressione, facendo sentire chiunque onnipotente, i social hanno dato fiato ai peggiori sentimenti e alle più becere invettive, dunque, anche alla massima espressione sociale del #mefirst, io per primo, cioè io e il mio Paese.

Vi piaccia o no, da questo potere “altro” e terzo non si scappa, che vi riteniate superiori a esso o meno. Ne parlava qualche giorno fa, nelle stesse ore del disastro mediatico e, come vedremo nelle prossime righe, politico dei Dolce&Gabbana, un gruppo di analisti di rilevanza mondiale invitati dalla Fondazione Prada a discutere di futuro digitale e fra i quali figuravano anche Nicholas Negroponte e Andrea Illy, presidente di Altagamma, che ha messo a fuoco un aspetto estremamente rilevante di questa evoluzione dei social media: «Il modello della società per azioni e soci definiti è superato. Ora, il modello da seguire è quello della società per stakeholder, o portatori di interesse, che comprende certamente gli azionisti, ma anche i consumatori, i fornitori, e tutte le persone che, a vario titolo, interagiscono con le aziende». Per un’azienda e un brand mondiale, questi stakeholder possono ammontare a qualche miliardo. Una discreta parte di questi, nelle ultime 48 ore ha postato video e fotografie in cui pulisce il pavimento di casa con capi Dolce&Gabbana o vi fa dormire dentro il cane, in risposta ai famigerati post di Gabbana, purtroppo per lui non nuovo a queste esplosioni di ira e volgarità incontrollate sui social, per di più quasi sempre rivolti a donne, e non di rado per il loro aspetto fisico (per inciso: non lo imiteremo, e non commenteremo il suo da qualche anno a questa parte).

UN PROBLEMA CON LA SESSUALITÀ FEMMINILE

Però, prima di tornare al punto, e cioè al concentrato di ignoranza che questa campagna esprime e alla necessità che, in tempi di globalizzazione, l’egocentrismo imprenditoriale si rassegni all'ascolto dei propri manager (i responsabili di Dolce&Gabbana in Cina avevano avvertito Milano del pericolo), lasciatemi toccare un altro aspetto piuttosto rilevante della questione, soprattutto in queste ore di celebrazioni della giornata contro le violenze sulle donne. Posso anche sorvolare sul video del cannolo sovradimensionato per la modella e la battuta pecoreccia sulle sue dimensioni, ma ricordo ancora lo choc della campagna D&G del 2007, scattata da Steven Klein e ritirata per incitazione allo stupro dopo l’intervento del Giurì e una violenta campagna di proteste, all’epoca non ancora social. Anche allora, di fronte alle immagini di una modella sdraiata per terra a tenuta ferma da un uomo per i polsi, mentre altri quattro osservavano la scena, Stefano Gabbana e Domenico Dolce si cosparsero il capo di cenere, intonando una giaculatoria sul loro amore incondizionato per le donne: hanno un problema percettivo piuttosto serio sulla sessualità femminile e la sua rappresentazione; dovrebbero prenderne atto e, volendo continuare a vendere vestiti alle donne, porvi rimedio.

LA TOTALE MANCANZA DI CULTURA

E adesso torniamo al punto di partenza: la conoscenza e il rispetto di tradizioni diverse dalla propria. La campagna dei Dolce&Gabbana, e il nuovo e grottesco autodafé a mezzo video peraltro subito sbertucciato da Maurizio Crozza, non sono razzisti e forse neanche sessisti: sono appunto un’espressione di mancanza di cultura e di elaborazione delle informazioni, ricalcata peraltro sull’indisponente modello che i due propagano da anni anche sull’Italia. Tutto questo, si sarebbe potuto evitare non dico andandosi a leggere le memorie di Matteo Ricci, straordinariamente attuali anche 500 anni dopo, ma semplicemente affidandosi a un bravo mediatore culturale.

A UN SOFFIO DALL'INCIDENTE DIPLOMATICO

Interpretare il mondo secondo i propri schemi e la propria educazione, più o meno approfondita, non è più sufficiente e nemmeno accettabile. A chi ritiene che i mediatori culturali non servano se non per insegnare ai migranti appena scesi dai barconi le regole del vivere all’occidentale, tipo non stuprare le donne per strada (e poi vadano a spiegarlo meglio con parole loro quando a finire in manette è un italiano di centenaria ascendenza), basterebbe l’esempio di questo disastro che, oltre ad aver portato a una ipotetica perdita di fatturato calcolata in 36 milioni di euro e a un danno di immagine che, si spera, non si ripercuoterà sui lavoratori della società e, alla lontana, sull’intero made in Italy, come osservava con qualche titubanza l’altroieri il presidente della Camera della Moda, Carlo Capasa, ha rischiato di creare un incidente diplomatico serio.

L'ACQUIESCENZA DEI MEDIA ITALIANI

Tre anni fa, una studentessa di filosofia della Sapienza, siciliana, decisamente brillante, scrisse una tesi di laurea magistrale sugli stereotipi nella moda di Dolce&Gabbana e sui rischi a essi connessi. Cito spesso quella tesi, nei miei commenti sull’acquiescenza dei media italiani nei confronti della coppia stilistica molto generosa di pubblicità e nel contempo molto vendicativa (accoppiata micidiale in anni di debolezza della stampa), perché, nonostante non fosse particolarmente negativa nei loro confronti, non venne mai citata o ripresa dai giornali italiani, a differenza di quanto accadeva, e tuttora accade, con altre analisi altrettanto o anche meno originali di quella.

STOP ALLO STEREOTIPO DEL "CARRETTO SICILIANO"

Io e tante altre voci critiche sul caso non godiamo affatto del dramma che sta vivendo l’azienda Dolce&Gabbana, come vanno sostenendo alcuni colleghi subito accorsi in difesa di questo indifendibile autogol, ma non ritengo nemmeno, come scrivono altri, che «i cinesi siano poco spiritosi». Il sense of humor e le sue espressioni sono una caratteristica nazionale e, dunque, culturale, di un popolo. A me, le campagne “carretto siciliano” dei D&G hanno sempre dato sui nervi, perché ritengo il mio Paese superiore a quegli stereotipi e il suo gusto infinitamente più raffinato di quei loro negozi in stile Casamonica che molti miei studenti stranieri credono invece rispecchiare «l'autentico stile italiano», quasi Gio Ponti o Vico Magistretti non fossero mai esistiti. Ma questa è, per l'appunto, una mia opinione e l'espressione del mio gusto. Ma a chi contesta i cinesi per la loro “mancanza di ironia”, vorrei ricordare che noi italiani non ci siamo ancora ripresi dalla copertina dello Spiegel con l’automatica sugli spaghetti. La citiamo ogni volta che vogliamo prendercela con la Germania e gli stereotipi di cui nutre la sua avversione nei nostri confronti. E sono passati 21 anni.

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