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Cultura e Spettacolo
25 Novembre Nov 2018 1030 25 novembre 2018

Federico Fiumani su musica, molestie e politica

Lo scandalo che ha scoperchiato in Fb. Il panorama musicale italiano, indie e non. Lo stato della democrazia in italia. Il leader dei Diaframma a L43

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Chi lo conosce lo sa: è fumantino, per niente diplomatico, da maneggiare con cura: ma nessuno può negargli una integrità e una lealtà a tutta prova. Federico Fiumani, che è come dire nascita e crescita dell'indie italiano coi Diaframma, ci è andato giù duro e pubblico: due post tiratissimi via Facebook per annunciare la defezione da un festival in programma il prossimo 25 aprile, oltre la polemica, oltre la diplomazia: «Io con gli stronzi che picchiano le donne non ci lavoro, anche a costo di dover disdire concerti e pagare penali». E poi, ancora più chirugico: «La città è Genova e io avrei dovuto suonarci il 25 di aprile...». Fin troppo facile fare uno più uno: a Genova, in quella ricorrenza, l'unico evento del genere è il Supernova Festival organizzato da Emanuele Podestà, il quale, dopo alcuni giorni di silenzio assoluto, sembra essere svanito anche dai social. Chiaro che non poteva non sollevarsi un polverone mostruoso, tanto più che Fiumani nel suo j'accuse non resta avaro di accuse circostanziate, a maggior ragione dopo il rilancio di una anonima commentatrice, prodiga di retroscena sulla sua storia privata, tutta da verificare, ma che nella sostanza non solo conferma le accuse di Fiumani, ma va perfino oltre, asserendo condotte non solo sopra le righe, ma addirittura fuori controllo (nonché, va pur precisato, tutte da dimostrare in un eventuale giudizio).

Dopodiché, e qui sta l'aspetto più clamoroso, Facebook si riempie di commenti pressoché concordi nel riferire circostanze e avvenimenti pregressi a corroborare le accuse, la classica faccenda per cui «nel giro tutti sapevano tutto». Adesso c'è chi parla di caso Weinstein nell'indie italiano, che è un paragone fatale, ma, ancora una volta, tutto da dimostrare. Si vedrà, Fiumani intanto non arretra di un centimetro: il prossimo 7 dicembre esce il nuovo disco dei Diaframma, L'abisso, e che uno dei nuovi brani si chiami L'impero del male, a questo punto prende tutto il sapore di una profezia non cercata, ma proprio per questo ancora più inquietante.

Federico Fiumani, leader dei Diaframma (da Facebook).

Domanda. Non si era mai vista una promozione per un disco in uscita di questo stampo: se era voluta, è quantomeno originale...
Risposta.
Sono il miglior ufficio stampa di me stesso, un genio! Il problema è che questo (impresario, ndr) mi ha cercato in questi giorni, se mi cercava nei '90...

Che succedeva?
Che lo denunciavo allora! Non sui social, per altri mezzi, ma mi sarei comportato esattamente allo stesso modo. E non c'era di mezzo il disco nuovo... (ride)

Lei ha preso posizione, ha bombardato, a quanto si ripete, un segreto ben custodito: qualche ripensamento, alla luce del putiferio che ne è uscito?
Ma neanche per sogno! Anzi, sono felicissimo. Questo signore mi dicono sia in procinto di querelarmi: sono strafelice, ho basato la mia denuncia pubblica su dati, su testimonianze scritte di terzi, non su chiacchiere; era ora che tutta questa storia venisse fuori.

Ma ci voleva un musicista dalla storia conclamata, un senatore, per scoprire gli altarini?
Eh! Infatti... Almeno ha dato la stura a testimonianze, reazioni, ha smosso le acque: non poteva continuare una situazione così, nel mormorio generale e nessuno che uscisse allo scoperto.

Lei è un nume tutelare dell'indie italiano, e può anche dirlo: una situazione come questa è un caso limite o, come adesso dicono alcuni, è solo un altro episodio in un giro che predica bene ma a quanto razzolare...?
Io in 40 anni di carriera una cosa così non l'avevo sentita mai; e ho fatto migliaia di concerti, ho vissuto di tutto, dai teatri ai centri sociali, situazioni borderline... Ma come questa, mai.

Quindi sfatiamo il mito oscuro dell'indie maschilista e prevaricatore?
Ma no, non è affatto vero, ma quando mai. Gli approcci sono una cosa, le violenze, i soprusi un'altra. A me le donne son sempre piaciute, ne ho avute tante, legami, situazioni curiose, ma la violenza cambia tutto; e non è accettabile. Per questo ho detto quello che ho detto: ma, insomma, Genova è Italia, siamo noi: non bisogna tenersi dentro la paura, ma scherziamo?

Più in generale, come è cambiato l'indie italiano? Pelù e Agnelli fanno i talent, la scena pare un po' asfittica...
Mah, non ho opinioni nette: Piero, Manuel, hanno raggiunto il top: si annoiano, non vogliono fare solo le rockstar e non ci vedo niente di male, in alcun modo. Poi non è solo una cosa italiana, ovunque i musicisti rock finiscono nei talent. Perché dare addosso a loro?

Però, Fiumani, quegli Anni 80, quelle sfide tra voi e i Litfiba, quella scena fiorentina, quella sensazione per cui tutto pareva aperto, possibile...
Sì, sicuramente era così. Però eravamo così giovani, a 20 anni è sempre bello. È tutto bello. E poi Firenze, mi si perdoni la banalità, era così viva.

Perché, oggi com'è?
No, oggi non è proprio paragonabile, è un mortorio, un mortorio. Ti salvi solo rivedendo qualche vecchio compagno di scorribande in qualche posto storico, ma le cose non succedono più, non c'è più quella corrente che faceva sentire vivi.

Poi c'era uno scambio continuo, un tourbillon, Francesco Magnelli poteva venire a suonare con voi, pareva più una comune allargata che una scena, quella...
Era tutto molto spontaneo, non c'era arrivismo: meno menefreghismo, un tessuto sociale più forte, più ingenuità, meno cinismo; oggi tutto è marketing, cura del dettaglio, calcolo. Anche fatto bene, intendiamoci, ma sono i rapporti umani a uscirne guastati.

Domanda inutile, ma non ci neghiamo niente: più facile allora o oggi suonare, emergere?
Ma forse allora, sai? Meno filtri, meno sovrastrutture, ciascuno aveva il suo percorso ma non ci vedevamo come antagonisti, come rivali: c'era questa sensazione, anche questo orgoglio di portare avanti, tutti insieme, qualcosa di nuovo: e di star facendo cose anche importanti, interessanti.

Oggi né la nouvelle vague d'autore, per così dire, ma neppure il pop mainstream se la passano troppo bene. In compenso, tirano da maledetti questi della trap.
Premesso che la musica attuale non la seguo, non mi importa – sono un artista all'alba dei 60 che fa solo quello che si sente di fare - distinguerei tra epoche e categorie.

Cioè?
Noi non eravamo canzone d'autore, eravamo new wave, la nostra era già altra cosa, altra proposta, La canzone d'autore spicca nei '70, per un motivo molto semplice: la politica stava al centro, e con una canzone si credeva, o almeno ci si illudeva, di poter cambiare davvero il mondo.

Auspico il ritorno di uno Stato saldo, affidabile. Democratico, ma di quella democrazia che sa difendere le istituzioni. Uno Stato di cui potersi fidare, perché ha la forza per imporsi

Ma le cause di questa perdita di importanza dove stanno: nella discografia, nel calo qualitativo dei nuovi, nella difficoltà di suonare in giro?
È perché oggi tutti letteralmente se ne fregano; e i cantautori si regolano di conseguenza, anche loro debbono pur vivere. No, non darei eccessive colpe ai discografici, che anzi io trovo preparati: è che non ci sono più i fari, quelli che ti illuminano su come va il mondo, e la discografia deve arrangiarsi con quello che ha.

Il nuovo disco è titolato L'abisso, incoraggiante.
La prospettiva è duplice: io vado per i 60, sto per entrare in questo abisso della vecchiaia dal quale non uscirò più; allo stesso tempo, trovo un abisso anche per gli altri, per noi, per tutti.

Com'è questo nuovo album? Cupo, par di capire...
No, cupo no. È un disco mio. Nostro. Registrato bene, posso aggiungere. Le prime reazioni, preventive, il disco esce tra un paio di settimane, sono state positive e c'è chi mi ha detto: è un classico dei Diaframma. Mi fa piacere, se viene colto come qualcosa al nostro meglio, nella nostra classicità, non posso che ritenermi soddisfatto.

Un altro disco, ridendo e scherzando, dopo 40 anni in pista: pesano?
No, non pesano. Io sono felice. Sono appagato di quello che faccio, di come lo faccio. Mi pesa suonare, non suono quasi più la chitarra, perché ho la sclerosi multipla: spero di migliorare, mi sto curando, ma per il momento quasi tutte le parti chitarristiche le fa Edoardo (Daidone).

I Diaframma (da Facebook).

Un disco come Siberia, oggi, si potrebbe fare o non ci sono più i presupposti?
Bella domanda: no, sarebbe difficile. Non tanto per le condizioni esterne ma perché quello fu un disco della inconsapevolezza: la somma di cinque anni di lavoro, ma nessuno pensava di consegnare un'opera della quale si sarebbe parlato ancora dopo 32 anni. Sono cose che possono riuscire solo finché hai quella santa ingenuità...

Lei è un polemico a tutto tondo, uno dei pochi non militanti, non politicamente ascrivibili. Ma che diciamo di questa Italia? La lasciamo nell'armadio o ne parliamo?
Auspico il ritorno di uno Stato saldo, affidabile. Democratico, ma di quella democrazia che sa difendere le istituzioni: penso solo agli insegnanti, ai medici, a quello che rischiano. Uno Stato di cui potersi fidare, perché ha la forza legale per imporsi. Ecco perché ho fatto questa denuncia: perché non deve essere un artista a sollevare una questione urgente, perché chi sostiene di avere subito un sopruso deve potersi fidare, non essere frenato dalla paura e dalla diffidenza.

Lo sa che, a questo punto, passa per reazionario?
Ma sì, e non me ne frega niente. Se fossi stato reazionario qualunquista mi sarei messo nei casini così? Ora, se auspicare uno Stato di diritto, capace di far rispettare le regole, e dunque di tutelare i deboli, è essere reazionari... E va bè, pazienza, problema di altri, non certo mio.

Dei Diaframma si sente più un direttore, un pigmalione, un leader o uno che lascia una eredità?
Ecco, che lascio una eredità me lo dicono in tanti: sono contento, ma... Essenzialmente, sono un maturo signore che fa quello che gli riesce, che ama, che sente. Sono uno che fa quello che può.

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