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Cultura e Spettacolo
29 Novembre Nov 2018 1539 29 novembre 2018

La storia del reggae dai sound system a Bob Marley

Genere figlio di rivendicazioni sociali, civili e di influenze mistiche. Nato nei sobborghi di Kingstone in Jamaic, ha conquistato il mondo. Ecco perché l'Unesco lo ha dichiarato patrimonio dell'umanità.

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Bob Marley come Bob Dylan, il reggae come il rock: i riconoscimenti assoluti, imperituri si aprono alle musiche popolari, le nobilitano di intenti universali. La decisione dell'Unesco appena presa a Port-Louis, capitale delle Mauritius, di riconoscere il reggae come «patrimonio mondiale immateriale dell'umanità» è apertamente politica, vertendo il genere, come è stato sancito, «sulle questioni di ingiustizia, resistenza, amore, umanità». Messa così potrebbe sembrare una dichiarazione di intenti sopra le righe: ma come, questa musichetta allegra, saltellante, festaiola, isolana avrebbe cambiato il corso della cultura delle genti, assumendosi la responsabilità di farla riflettere, di farla migliorare? Ma l'occidente, europeo in particolare, cosa sa, cosa ricorda in fondo, del reggae al di là dell'aneddotica, della riduzione stereotipata ai suoi aspetti di fruizione immediata?

Invece la decisione dell'Unesco, per quanto enfatica, ha un senso pieno, rotondo; paga il dovuto tributo alla figura del suo Cristo incarnato, Bob Marley, senza il quale un simile riconoscimento non avrebbe trovato senso né sostanza, ma allo stesso tempo costringe a recuperare la profondità di una dimensione che non è mai stata solo musicale, a lunga gestazione, dal patrimonio genetico complesso, figlio di implicazioni sociali, di rivolgimenti civili, di influenze mistiche. Il reggae nasce prima del reggae, nasce ska e nasce sballottato da continui scossoni nell'isola di Jamaica, dove nel 1962 si festeggia l'indipendenza dal Regno Unito inondando le piazze, le strade di questo ritmo così ipnotico: gioioso come un baccanale che miscela sensualità e dolore. Viene dal rhythm and blues che rimbalza via radio da New Orleans, da Miami, lo combina con i generi caraibici schiavisti, il calypso, il mento, lo stravolge con l'andatura in levare: qui è la culla, la levatrice è il discografico britannico Chris Blackwell che già da qualche anno cattura su nastro quella musica d'amore e di ferita e che tra poco, nel 1973, farà esplodere il profeta, Bob Marley, con Catch A Fire.

DAI SOUND SYSTEM ALLA CONTAMINAZIONE CON SKA E ROCK STEADY

Si celebra, dunque, ci si esalta al profumo della nuova libertà. E i profumi accendono sempre idee, aspirazioni, obiettivi: qualcuno trova modo d'inventarsi una valigia musicale, qualcosa che si può spostare, si può portare in giro e consente anche di parlare sul pezzo, di improvvisarci su dei versi – sì, il futuro ha sempre un cuore antico, le cui pulsazioni risalgono alla notte dei tempi. Le valigie si chiamano Sound System, i suoi manipolatori sono i toaster, da un genere nasce un genere, si frantuma in dieci, cento, mille generi. Le frequenze si abbassano, le atmosfere si fanno più insinuanti, stilemi caraibici si contaminano a quelli afroamericani, il jazz, il soul, non di rado in forma di ballata, e le parole, modificate dalle musiche, le modificano, diventano più cronistiche, sposano tematiche contemporanee, di analisi, di denuncia, di protesta, per dire la consapevolezza di quello che sta succedendo, facile da descrivere, più complicato da capire: dallo ska sale adesso il rock steady, più riflessivo, più impegnato. E non è tutto: i Sound System permettono pure innesti strumentali, chitarre, tastiere che arricchiscono i brani, li ispessiscono, è il reggae primordiale, che si assume il compito di rileggere le mutazioni sociali del momento.

Persone ballanno accanto a un Sound System.

Società chiama musica, musica chiama società: davvero a Kingston e in tutta la Jamaica sono tempi interessanti, anche troppo, l'indipendenza non è, come non è mai, a nessuna latitudine, un processo facile, indolore, viceversa fa sorgere contraddizioni e incertezze e timori. Libertà non significa benessere, sicurezza, anzi mancano le opportunità, il lavoro è per pochi e, come sempre, i molti tagliati fuori, giovani, arrabbiati e disillusi, finiscono per coagularsi in bande, in gang che adottano uno stile di vita malavitoso, a volte criminale, adottati dal giro dei Sound System, da gente come Clement Dodd che dall'effervescenza giovanile coagula gli Wailers.

LA SVOLTA MISTICA COL RASTAFARIANESIMO E IL MITO DEL NEGUS

C'è un film-manifesto, si chiama The Harder They Come, vede Jimmy Cliff come un Virgilio caraibico e spiega molte cose di quella Kingston; la colonna sonora ferma l'attimo di una transizione socioreligiosa che va a stravolgere definitivamente il reggae. Il culto rastafari è la consacrazione mistica che mancava, che si cercava, che ci voleva: culto biblico, di liberazione e riscatto definitivo del popolo nero, condotto dal Ras Tafari, il Nuovo Messia, incarnazione di Jah, discendente dal Re Salomone e dalla Regina di Saba, individuato in Haile Selassie, il Negus Neghesti, imperatore d'Etiopia dal 1930 e, a fasi alterne, fino al 1974.

Alcune foto di Haile Selassie: nel culto rastafari era l'incarnazione di Jah, nuovo messia figlio di re Salomone.

Quando il reggae esplode, letteralmente, con Marley che, a livello di potenza, di influenza suprema sulla sua gente, sembra davvero ricevere il testimone dal Ras Tafari. Misticismo, politica, musica si fondono nel reggae, che sta cambiando ancora: non solo Marley, ma soprattutto Marley, tramite il culto rastafari lo trasporta in una dimensione più ascetica, incentrata su un regime esistenziale severo, moralistico, che guarda alla continua purificazione, che agita i dreadlock, le trecce dei rasta che testimoniano del mito di Sansone, il rifiuto nazireo della tonsura e della pettinatura, e della ganja, la marijuana, pianta sacra che cresce spontanea sulla tomba di Re Salomone, come ingrediente mistico e curativo. Ancora una volta la musica agisce e reagisce di conseguenza: il paradosso, come spesso accade nella musica, è che quando il reggae si asciuga, si copre di significati mai così mistico-sociali, si spoglia degli orpelli alla ricerca dell'essenzialità primigenia, l'occidente in particolare britannico lo scopre, se ne appropria come un tributo che il vecchio Regno esige in forma postuma. Già lo ska aveva fatto breccia in Inghilterra in virtù di quel parallelismo tra gang jamaicane e bande inglesi di sconfitti e di scontenti, già le ali della sua libertà erano state adottate dal proletariato giovanile che si incantava a quei ritmi che ribaltavano, in levare, l'esotismo RnB dall'America.

L'ESPLOSIONE DEL REGGAE NEGLI ANNI 70 E LA CONSACRAZIONE DI BOB MARLEY

Ma è a metà dei Settanta che il reggae nel resto del mondo diventa epidemia in forma di moda. E siccome al mondo c'è sempre una parte enorme di incazzati, di insofferenti, di desideranti in cerca di una rivelazione, questa volta sono i punk ad attingere da un serbatoio dell'immaginifico sonoro che nel frattempo ha elaborato altre sottotendenze, dal dub al raggamuffin alla dancehall; per non dire dello stesso Marley, che nel suo reggae primitivista e modernissimo innesta vibrazioni di pop soul con ballate quali No Woman No Cry, Is It Love, Redempion Song: a sua dimensione profetica, a questo punto, travalica la Jamaica per coprire la causa degli oppressi, veri o presunti, di tutto il mondo.

Bob Marley a Milano il 29 giugno 1980.

La morte prematura lo consacra all'eternità in un'aura inconfondibile, unica di santo che canta. Intanto il reggae si contamina, si snatura, si annacqua, si arricchisce, si commercializza, cattura chi lo cattura e, dunque, lo rilegge, siano i Clash prima, i Police dopo, tutto il giro del punk e del post punk, anche se i suoi sdoganatori originali, ancora una volta, come già il blues 10 anni prima, sono probabilmente i Rolling Stones, che ne offrono una rilettura scarna e molto rude già a metà dei Settanta e poi nel 1976 con la cover di Cherry Oh Baby (da Black and Blue), quindi proprio col citato The Harder They Come fatto proprio da Keith Richards, che sceglie di compenetrarsi a fondo con la cultura reggae vivendo ancora oggi in Jamaica per lunghi periodi. Intanto Marley è puro spirito, Peter Tosh, l'altro cuore dei Wailers, l'autore di Get Up Stand Up, lanciato da Mick Jagger nel firmamento musicale planetario, lo raggiungerà cinque anni dopo, appena 43enne, massacrato da una gang di balordi, quasi a significare, in modo tragico, come il reggae esorcizzi la violenza sociale da cui suo malgrado trae linfa. Oggi è il reggae a venire massacrato, dal reggaeton, dalla trap, da troppe ridefinizioni miserabili, evitabili. Ma la sua storia, partita da una isola e da un culto minoritario, è tale da giustificarne la consacrazione universale. Il reggae sarà sempre musica, ma non potrà mai essere solo musica. Questo ha sancito l'Unesco, e mai decisione suonò più logica, perfino doverosa. Sacrosanta.

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