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Cultura e Spettacolo
2 Dicembre Dic 2018 1300 02 dicembre 2018

Recensione di "Paradiso – Lucio Battisti Songbook" di Mina

L'ultimo lavoro della tigre, raccolta che racchiude incisioni remote, tutte della fase classica, mogoliana, restaurate in digitale dai nastri originali. Un documento che è un viaggio nel tempo e lungo la storia d'Italia.

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Tutto è prospetticamente abnorme, tutto è dilatato in Mina Mazzini, in arte Mina. La durata della carriera, siamo all'alba dei 60 anni. L'età, 79 a marzo e proprio non pare vero. Il numero incalcolabile di canzoni cantate, di dischi incisi (complessivamente 120), di dischi venduti (150 milioni e spiccioli), di copertine, di polemiche, di assenze presenti, di presenti assenze. È la diva più diva che abbiamo mai avuto, l'unica che, in ambito musicale, potesse rivaleggiare con quelle del cinema. Perennemente fuori categoria: da sempre, da subito fa la corsa su se stessa, e alla fine smette di correre; come Mariolino Corso, interviene se ne ha voglia, quando ne ha voglia, le basta un gesto per mettere in circolo una foglia morta. Oppure una raffica di spezzoni da Techetechete. Fin da un disperso 1958, quando alla Bussola salì per gioco e non la facevano più scendere, lei nata per disegnare sculture di canto nell'aria, e poi subito, fatale, naturale, inesorabile, il cominciamento di gioia e di carriera, gli Happy Boys, e poi Baby Gate, e poi e poi e poi... e poi...

E poi è sempre il suo tempo, anche quando lei non c'è. Tutte prima o dopo a paragonarsi a lei, uscendone irrimediabilmente perdenti, e la solita percezione: di Mina non ce ne sarà mai un'altra, perché quella che c'è sarà per sempre. Più che la migliore, l'unica, e a dispetto delle epoche vederla, ascoltarla è esperienza che travolge oceani d'inchiostro, deserti di parole versati su di lei. Difficile tentare di aggiungere qualcosa; eppure ci si può sempre provare, partendo dalle intriganti possibilità della silhouette, sinuosa ed elastica come quella di un mutaforma: un anno filiforme al limite dell'allarme, quello dopo rotondetta quasi prosperosa, poi di nuovo eterea, tutta acconciatura su nei, e così via per la carriera intera, quella visiva almeno. Sulle doti, a che pro insistere quando Louis Armstrong la definiva già «la più grande cantante bianca del mondo» (e Renzo Arbore chiosava: «Nera, no; bianca, sì»)?

UNA ARTISTA ATEMPORALE

Quel che appare dagli spezzoni della memoria suggerisce tuttavia pensieri laterali; anzitutto una modernità della ragazza che è piuttosto atemporalità, la perfetta padronanza di sé, del mezzo e della circostanza, per esempio a tu per tu con un malizioso Sandro Ciotti: «Ma che cattivo che sei». Si dirà: ma erano tempi sfacciati, anche le altre non scherzavano, prendi una Patty Pravo. Sì, ma Patty, come chiunque altro, voleva esserci, voleva piacere, imporsi, Mina non pareva preoccuparsene affatto, come chi si dà per scontato (il genio, diceva Goethe, presuppone la coscienza di esserlo). Con Ciotti, Mina non gioca alla femme fatale, se mai di rimessa, un catenaccio insidioso che sfocia in contropiede: e già aveva sfidato, sconfitto i benpensanti, la morale chiesastica, coi suoi legami discussi, quel primo figlio che prescindeva totalmente da calcoli di bottega; e la pagava, con l'ostracismo, salvo presentarsi così, a buriana chetata: «Io domando a voi: vi sono mancata?».

Certo, Mina sa come manipolare i media: ma sia chiaro che, quando li manipola, è perché vuole dimostrarlo; ci mette un sovraccarico d'ironia. Il suo livello più sottile, invece, e qui sta la sua atemporalità, cova in quell'apparente sottrazione, quello schermirsi sull'argine dello schernirsi, del non prendersi sul serio, ma per finta. Totalmente a suo agio, completamente brava, brava, brava anche quando non canta. Altra spia d'eternità: si ripete sempre, per lei come per ogni prodigio artistico, che non patisce i calendari, cioè la sua arte rimane. Un momento. Nel panorama creativo, specialmente della musica convenzionalmente definita “leggera”, ci sono vari gradi di epifania. C'è la meteora, la cicala che canta una sola estate. C'è chi vivacchia sull'onda di un successo, e dopo tira a campare. E poi i bravi, che si difendono, si amministrano quanto possono, prima di arrendersi. Salendo nella massima serie ci sono i campioni, le campionesse buoni, ottimi per tutte le stagioni. Poi c'è Mina. Che, come Lucio Battisti, è buona per ogni stagione.

LE MUTAZIONI DI MINA COINCIDONO CON QUELLE DELL'ITALIA

Mina non è mai quella di prima: di pari passo con gli stravolgimenti del corpo, ha il dono d'incarnare (come Lucio, e in Italia come nessun altro) le mutazioni fisiche di una società gattopardesca alla rovescia, che forsennatamente cambia nell'apparente stagnazione. Se uno vuol capire cos'era il boom della fine degli Anni 50, deve ascoltare Mina ragazzina, quelle prodigiose accelerazioni vocali sintomo d'una gran fretta solare, di un passaggio storico irripetibile; già nella decade successiva lei matura, cambia l'approccio, la sua voce è quella, esplosiva ma più sorvegliata, di una consapevolezza ora gioiosa, ora problematica, perfino dolente; tra un soffiar di mille bolle blu e un musicarello ci accompagna nell'onda lunga del boom, poi dello sboom, dal Carosello di geniali pubblicità di pupazzetti affettuosi ai primi stridori contestatari che introducono una crisi che si autoadempie.

Nei conseguenti Anni 70, la divina mimesi di Mina assume sfumature di benessere acquisito e un po' stanco, claustrofobico, sa di ficus in appartamento, di città vuota non per amore ma per fantozziana sincope, di domenica alienante, mentre i fantasmi degli amori danzano lugubri, irridenti quasi (è vero che, coi tempi, cambiano le “problematiche” e, soprattutto, gli autori). A quel punto la diva è già leggenda, pronta all'apologia che sorge dal gran rifiuto dopo l'ultimo concerto alla Bussola, nel 1978 (c'è sempre una Bussola nel destino di Mina: per cominciare, per finire...). Il suo decennio rampante, “da bere”, annuncia un nuovo livello di sofisticatezza, un altro modo di cantare, inarrivabile e sfuggente e ancora; nella sua latitanza invasiva, una platea di ascoltatori può rispecchiarsi. Ora si protende nel futuro senza più corpo, incombente assenza, peso impalpabile della Storia. Così sempre più nel domani – indietro lei non torna.

Mina diventa virtuale prima della virtualità della Rete, c'è ma non c'è, manca

Mina diventa virtuale prima della virtualità della Rete, c'è ma non c'è, manca ma insiste di più, riaffiora come opinionista sul filo di inevitabili qualunquismi, mentre i dischi scorrono, non lasciano le tracce di prima; eppure non la logorano le incursioni nella nuova musica d'autore non sempre capita, non sempre resa al meglio: gli artisti dell'indie italiano, da Paolo Benvegnù a Manuel Agnelli, non li capisce, non li valorizza, li soffoca con arrangiamenti scentrati e con una personalizzazione che sacrifica la versatilità; la penalizzano le insopportabili leggerezze pubblicitarie, non la minano album forse evitabili, quegli eterni ritorni con Celentano che pure le danno altri soldi, altri lustri, di cui non ha più bisogno.

Mina e Lucio.

IL NUOVO ALBUM IN ONORE DELL'AMICO LUCIO BATTISTI

Adesso Mina, a poca distanza dall'ennesimo album inedito, uscito a marzo, il non esaltante Maeba (dischetto d'oro risicato, 25 mila copie vendute), torna a farsi viva per Natale e lo fa accendendo lumini all'altro immenso, Lucio Battisti. In doppio cd o triplo vinile, Paradiso – Lucio Battisti Songbook è una raccolta non tanto di Lucio, ma di Mina che canta Lucio: racchiude incisioni remote, tutte della fase classica, mogoliana, riversate in digitale dai nastri originali, editate, restaurate, rimasterizzate e remissate da Celeste Frigo con la supervisione, al solito, della interessata, che ha inteso così celebrare i vent'anni della mancanza di Lucio. Trattasi di operazione squisitamente filologica, per completisti, ma di un certo interesse storico data la presenza di firme epocali dell'arrangiamento pop italiano quali Gianni Ferrio, Victor Bach, Detto Mariano, Pino Presti, Gian Piero Reverberi, Gabriel Yared.

Mina con Lucio Battisti.

Alla decina di classici già incisi e qui ripuliti, tra i quali almeno due chicche pressoché irreperibili, Perché no e Il leone e la gallina, pubblicate in origine nell'antologia Mazzini canta Battisti, si aggiungono un paio di versioni che Mina non aveva mai rilasciato finora: Vento nel vento, con gli arrangiamenti di Rocco Tanica, e Il tempo di morire, curata dal figlio, Massimiliano Pani - non un granché in verità, la tipica versione che soffre delle ridondanze patinate della Mina post-maturità. E dire che proprio questo brano è storia nella storia: nessuno potrà mai dimenticare la performance di Mina e Lucio a Teatro 10, il 23 aprile del 1972, nove minuti, fu detto, che cambiarono la storia; di sicuro chiusero più epoche a cominciare da quella di Battisti in televisione o su un palco; lei lo avrebbe seguito sei anni più tardi, sfibrata da una dimensione divistica che per prima non capiva più.

Nei brani del disco ciascuno vi trovi il suo tempo perduto, i suoi rimpianti che lo accendono, che lo uccidono, che lo sbattono contro il muro di tutto ciò ch'è andato

Gli altri brani del disco sono Io e te da soli, Eppur mi son scordato di te, Perché no, Insieme, Io vorrei non vorrei ma se vuoi, Con il nastro rosa, Nessun dolore, Acqua azzurra acqua chiara, Amor mio: ciascuno vi trovi il suo tempo perduto, i suoi rimpianti che lo accendono, che lo uccidono, che lo sbattono contro il muro di tutto ciò ch'è andato. E, se proprio vuole rinchiudersi in un viale in bianco e nero, prigioniero del suo tempo migliore, non dimentichi di leggere la lettera di Mina a Lucio, a suggello dell'eternità.

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