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Cultura e Spettacolo
2 Dicembre Dic 2018 1500 02 dicembre 2018

L'eterno ritorno di Raffaella Carrà

Prima il disco natalizio. Poi un programma. La professionista dai diversi dilettantismi non molla di un millimetro. Come se il suo fosse un esserci a prescindere.

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Di riffa o di Raffa, la Carrà è sempre qua, è diventata la carrambata di se stessa. Torna, di tanto in tanto torna. Ora con un disco, Ogni volta che è Natale poi, come prevedibile, con un suo programma: dal 28 marzo, salvo soprese di palinsesto, sarà su RaiTre con La mia casa è la tua. Una cosa invece è certa: Raffa è, indiscutibilmente, una protagonista dei migliori anni della nostra vita catodica, è tra quelli dell'immaginario nazionale e ha saputo sostenere 50 anni di onorata carriera, a volte un po' carsica. Ha conosciuto il successo esagerato, ed è una dura: forse l'unica che non ceda alle lusinghe del tempo, che si mostra senza inganni plastici e risulta più viva di tante concorrenti (domenica scorsa, a Domenica in di zia Mara, che sfilata da Madame Tussauds!).

IL CULMINE CON MINA A MILLELUCI

Poi l'abilità dell'artista consiste anche nell'esagerarsi, nel proporsi come di livello assoluto, senza lasciare adito a dubbi che, invece, ogni tanto potrebbero insinuarsi: e anche qui è stata brava la Raffa, soubrette precoce, poi regina dell'intrattenimento nei 70, televisivamente la sua stagione più alta. Il culmine a Milleluci del 1974 insieme a Mina, poi, nell'era del riflusso, flussi di lacrime carrambate, di fagioli da azzeccare, di telefonate accorate, Pronto, Raffaella?. E l'Italia si confessava, lei che a forza di andare e venire dalla Spagna, dall'America Latina dove una Madonna la considerano davvero, quando tornava aveva quel curioso modo di parlare, improbabile, «Ruaguazzi!», e tante, tante canzoncine che cercavano il tormentone, lo trovavano. «Ma erano porcate», per dirla col Bonco, il Gianni Boncompagni, l'eterno sodale che gliele confezionava. E, in verità, un granché non erano le varie «Pedro Pedro Pedro di Santa Fè», «Rumore rumore mi è sembrato di sentire un rumore», Fiesta, Tanti auguri (rombo di cannone e rotazione del capo a rischio decollamento), fino al climax di A far l'amore comincia tu, ripreso dal deejay Bob Sinclar in operazione retrologica e anche dal film La grande bellezza in chiaro intento sardonico. Con qualche incidente di percorso, come quando i giuliani di confine e asburgici s'incazzavano perché lei invitava a «far l'amore da Trieste in giù».

UNA PROFESSIONISTA FATTA DI DILETTANTISMI

Raffa l'eclettica di ferro non ha ceduto alla ruggine tempo, anzi nel tempo s'è creata una sua mitologia, che però deve anche molto alla sua permanenza, circolarmente, come profezia che si autoadempie. Profezia di se stessa, la Carrà ha retto pure nell'era dei talent, anche se in versione minore, senza sussulti: ha lanciato suor Cristina, non un granché, poi ha tirato a campare, gli ultimi show in un mesto tramonto di gradimento. Però la Raffa resta la Raffa, una grande professionista fatta di tanti dilettantismi: cantare così così, ballare discretamente, recitare giusto per dire, condurre decentemente.

I DUE CAPITOLI DI OGNI VOLTA CHE È NATALE

Vero è che ha stabilito spesso dei canoni televisivi: la stellina acerba e maliziosa del Tuca Tuca, il ballo stupidino dell'ombelico, la conduttrice assatanata che mentre ballava roteava la testa come la posseduta de l'Esorcista, responsabile della cervicale di almeno un paio di generazioni di ragazzine, la conduttrice seduta, confidenziale, la star conclamata, che vive amministrando la sua leggenda, la sua autoprofezia. Di sicuro una che non molla, dalla determinazione feroce ancora oggi, che, coetanea di Mick Jagger e Keith Richards, si riprende la ribalta con un album fatto di due dischi, uno di Natale e l'altro di Capodanno. In Ogni volta che è Natale butta dentro di tutto, da John Lennon a Leonard Cohen, a José Feliciano. I capitoli, dicevamo, sono due: uno di pezzi strettamente natalizi, l'altro di successi personali, più danzerecci, riveduti e corretti col coinvolgimento, di nuovo, di Sinclar. Come per tutte le emissioni di questi tempi, si perde la testa a distinguere fra album normale, album deluxe, superdeluxe, lp version, edizione numerata, che tuttavia differiscono di poco, un 45 giri a forma di stella, un portachiavi: ormai i dischi sono diventati dei bazar.

L'INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL'ESSERE RAFFA

Senonché questo è un album superfluo, serve essenzialmente a dire «io ci sono, io sto ancora qua», oltre che, comprensibilmente nelle intenzioni della Sony, a dire «io vendo». Ma il singolo apripista, Chi l'ha detto, è insostenibile leggerezza dell'essere Raffaella; il resto si barcamena tra una White Christmas (che vorrebbe essere) alla Sinatra, la immancabile carrambatina latina La Marimorena, la lennoniana Happy Xmas, dalla pronuncia andante, l'annacquamento d'archi da sigla televisiva e il coretto del niveo candore, una improbabile Halleluja, sorretta da una voce tenorile ma lo stesso da dimenticare, una Feliz Navidad che Josè Feliciano apprezzerebbe forse, ma solo forse, per l'intenzione, una Buon Natale che sembra scritta dal Renato Zero più sagrestano, una Jingle Bell Rock almeno divertente, dove l'impianto Anni 50 costringe Raffa a sacrificare un po' quel suo approccio un po' televarietà, un po' Topo Gigio, un po' pubblicità del panettone.

IL SOSPETTO MERCANTILE CHE NON SCOMPARE MAI

Ora, sfugge il senso di una simile operazione, in scia a centomila altre da Boublé a Rod Stewart: forse è proprio l'effetto-emulazione, così fan tutti, perché loro sì e io no? E la risposta potrebbe essere: perché tu sì? Carrà, in ogni modo, ostenta la disinvoltura e anzi la sfrontatezza di chi non ha più niente da dimostrare o da perdere: polemizza apertis verbis con la casa discografica per alcuni tagli e soluzioni non condivise, fa pesare una motivazione quasi elargita («Io non lo volevo fare»), correda l'operazione spingendo, molto, sui diritti di genere, dedicando l'album alle famiglie dei gay dei quali non dimentica d'esser sempre stata icona somma, e non mancando un pensiero per le donne travolte da violenze. E tutto ciò è bello, così come è sacrosanto che una famiglia omosessuale possa avere un Natale felice e in santa pace. Solo che, fatalmente, sconta sempre quel venticello di sospetto mercantile se poi conclude la intemerata invitando proprio le donne a comprarle il disco, «ho le pareti coperte di dischi d'oro ma c'è ancora un buco, colmatelo voi». Iconiche contorsioni!

L'IRRESISTIBILE FASCINO DI MAGA MAGHELLA

Forse, a disturbare un po' in una eterna presente come la Carrà è quella certa qual pretesa di esserci a prescindere, come se la televisione fosse, indiscutibilmente, impermeabilmente, casa sua per usucapione. Non solo ritornerà in Rai, ma non mancano le comparsate. Dal solito Fabio Fazio, che è un piazzista del servizio pubblico, quindi allo Zecchino d'Oro. Perché “Maga Maghella” piace anche ai bambini, piace a tutti. Da Trieste in giù e da Capodanno a Natale.

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