Morte Frank Zappa 25
Cultura e Spettacolo
4 Dicembre Dic 2018 1641 04 dicembre 2018

Il genio di Frank Zappa a 25 anni dalla morte

Imprenditore artistico, conservatore anarchico e illuminato, moralista spietato. Ma, soprattutto, artefice della musica totale. Ecco perché i suoi dischi ci sopravviveranno.

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I telegiornali non se ne sono punto accorti, i giornali mediamente invece pure ma noi, noi malati, noi “harcore fans”, noi no, noi: no. Noi, no. Noi sappiamo che, a 25 anni tondi dalla dipartita, l'asteroide 3834 ZappaFrank, perché gliel'hanno dedicato davvero, brilla imperituro nel firmamento dell'eternità. Noi sappiamo che «i compositori di oggi rifiutano di morire» e più di tutti si ribella Frank Vincent Zappa, oriundo greco-siciliano di Baltimora, un padre militare, un'anima ribelle cum grano salis a ogni costrizione, convenzione, compromesso, accondiscendenza. Noi sappiamo che i dischi, quanti? Duecento? Trecento fra ufficiali e bootleg consegnati all'immensità tra il 1966, anno dell'incredibile esordio, il doppio Freak Out! e il già postumo Civilization, Phase III, del 1994, sono solo la punta di un iceberg ancora da raschiare, archivi straripanti che la Zappa Family tiranneggiata dalla degna moglie Gail, la groupie sposata, «e una groupie fantastica per di più, vostro onore», anche lei ormai passata a miglior vita, per lei e per noi tutti, sappiamo che quegli archivi non finiranno mai di vomitar materiale, in modo a volte anche discutibile ma, insomma, fino allo scioglimento dei ghiacci, della terra, dell'autunno del nostro scontento noi malati di bizarre avremo di che sfamarci e neppure vivremo abbastanza per sapere tutto.

Zappa ci sopravviverà. E anche così, basterebbe la perennità di quella sua musica totale, partita dalle fascinazione del rhythm and blues, degli Anni 50, del doo-wop, delle sperimentazioni di Edgar Vàrese e apertasi subito al rock in tutte le sue derivazioni, alle contaminazioni colte, da Stravinskij a Cajkovskij, al rumorismo, al barocco sintetizzato, al no-jazz («no, il jazz non è morto, però manda un odore curioso»), al neosinfonismo, il post classicismo, l'elettronica sperimentale, l'avanguardia, la retroguardia, i grandi esemble, le grandi band e il synclavier a uso personale, onanistico. Sempre rompendo i coglioni. A tutto e a tutti. «Non cago sul palco; non mi faccio le bambine; sono veramente un buon chitarrista; e sono anche un compositore». Un buon chitarrista? Era uno che poteva ascoltare Jimi Hendrix dal vivo e poi salire sul palco e rifarlo nota per nota. Anche se poi si strangolava nelle astrusità della sua ricerca strumentale.

Frank Zappa con la moglie Gail.

LIBERTARIO MASCHILISTA, PROFETA DEL POLITICAMENTE SCORRETTO

Cronista musicale, amava ritenersi: come tale, non ha mai smesso un attimo in 28 anni di fustigare a 360 gradi l'America, che pure amava, della quale si riteneva un imprenditore artistico, un conservatore anarchico e illuminato, un moralista spietato; bianchi e neri, cattolici e ebrei, di destra e di sinistra, europei e latini, tutti frullati e massacrati in un solo album, volentieri doppio, triplo. Addolora a sangue pensare che ci siamo persi il sigaro di Bill Clinton, l'epopea petroliera dei Bush, il pressappochismo buonista di Barack Obama, il parrucco impazzito di Donand Trump, da uno che chiamava Richard Nixon «Dicky lo stronzo», che accusava Jessie Jackson di recitare «con le mani intinte nel sangue di Martin Luther King»: per dare un'idea del soggetto. Uno libertario maschilista, si portava appresso tutta la cultura mediterranea della quale era imbevuto e azzannava il politicamente corretto ancora in fasce, attaccava baruffa con la megera Tipper, la moglie di Al Gore, quella che imponeva le pecette sui dischi, a mò di avvertimento o di censura (Parental advisory-explicit lyrics, ndr) si faceva processare processando la Corte che lo giudicava per oscenità: e poi metteva l'audizione in un polpettone paranoico e francamente evitabile, Porn Wars.

UN GENIO ICONOLCASTA

Tutto nel bulimico Frank passava in sospetto, in accusa di censura, di restrizione, la sua attitudine «absolutely free» non voleva saperne di patire misure. E pagò tutti i suoi prezzi, carissimi, irreversibili: sotto molti aspetti il migliore, una superiorità tecnica, inventiva, compositiva imbarazzante, ma mai nella considerazione globale che si deve al Genio, con la G enorme come un grattacielo. Unico a poter sferzare chiunque, dai Beatles (quella copertina che parodiava Sergeant Pepper e, sotto, il titolo feroce: «Siamo qui per far soldi») al lamento nasale di Bob Dylan, che rifaceva, nota per nota, però coi fiati, l'epocale assolo di Stairway to Heaven dei Led Zeppelin, rendendolo trombonesco; che trattava a pesci in faccia David Bowie il quale tentava, riuscendoci, di strappargli il chitarrista Adrian Belew: «Fottiti, capitan Tom», con mortale allusione al suo successo, il maggiore Tom che si perdeva nello spazio; e al terzo, ostinato, «fottiti, capitan Tom», Bowie se ne andava dal ristorante, la coda tra le gambe, mormorando a Tony Visconti con britannico aplomb: «Beh, ci è andata ancora bene». Il Frank mannaro che umiliava tutti, alla cui fiamma tutti si bruciavano, ma volevano bruciarsi perché uno così non sarebbe capitato mai più. Un imberbe Tom Waits, che smania per aprire ai suoi show, si ritrova degradato a «termometro rettale per il pubblico»: «Coraggio, vai su quel cazzo di palco e dimmi quanta febbre hanno stasera».

Frank Zappa nel 1980.

OLTRE 300 DISCHI DI COMPOSIZIONI MERAVIGLIOSE E ASSURDE

Però, quei dischi! Quelle composizioni, assurde, bislacche, sbilenche, precisissime, quei temi clamorosi, quelle arie meravigliose, quelle poliritmie pazzesche indiavolate, la difficoltà suprema di partiture – scritte, attenzione: scritte - come The Black Page, l'astrusità di composizioni che confondevano Kent Nagano, facevano disperare Pierre Boulez (The Perfect Stranger), quella cornucopia di melodie abbozzate, sviluppate, variate, rinnegate, riprese. Quell'uso spregiudicato e magistrale di tutti i modi, con preferenza per il lidio e il misolidio. Quella tecnica solo sua, della xenocronia, in cui montare stralci di composizioni, di parti differenti in un unicum pressoché perfetto. Quelle manipolazioni maniacali in studio. Quel concetto paranoide della «continuità concettuale», molto oltre del tutto che si tiene, se mai una gemmazione spontanea di arte dall'arte per la quale un richiamo criptico in un album poteva già annunciare un album venturo, il quale recuperava richiami di album precedenti in una perenne, inesausta ridefinzione del corpus mirabilis. Mirabile come il gene “ZapA” del microbo Proteus Mirabilis a lui dedicato. Un microbo, un asteroide, una medusa, la Phialella Zappai.

Zappa con l'iseparabile chitarra.

Il lupo mannaro Frank si nutriva di tutto ciò che era deviato, abietto, pornografico, osceno, poi lo frullava in musica, in quegli spettacoli così oltraggiosi da risultare incomprensibili a volte agli stessi bersagli. «Faccio musica brutta perché il mondo è brutto, e a volte un accordo, per quanto pessimo, non basta». E aveva ragione, aveva sempre ragione. Come quando diceva che l'elemento più diffuso in natura non era l'idrogeno, era la stupidità. Un sole che bruciava, che divorava, ma attraeva e generava epigoni in serie, una serie sterminata: il personaggio di Dr House lo ricorda molto da vicino, a parte per la propensione tossica che Frank proprio non possedeva. Il che non lo avrebbe salvato, lui tabagista, dal morire per un cancro alla prostata appena 53enne, 25 anni fa oggi: fu, quella, la perdita epocale di qualcuno che aveva ancora fiumi di creatività suprema da spremere. Amen.

LA SUA MUSICA ETERNA, COME UNA CONTINUA SCOPERTA

Zappa non muore, la sua musica resterà in eterno a scaldarci di compagnia, a riaccendere la mente, a eccitare i sensi, a provocare incubi e sogni, a farci tornare ragazzi assetati di vita, di vacanze, di maggio e di Moggio, di pomeriggi in casa, di flipper e di bar, di scorribande in città, di giardini e panchine, di questi cazzi di piccione, di tette e di birre, di scemi tutt'intorno, di freak e capitani (cuordibue), di chitarre oscene, di assoli mozzafiato che ti spediscono in estasi, di bizzarrie senza confini, di capelli lunghi, di baffoni e pizzetti, di fumetti e di moto, di tram che sferragliano, di tramonti sui balconi, di partite a pallone, di serate lunghissime, di assoluta libertà, di cose che si muovono, di sole, di smog, di luci, di qualsiasi cosa tu possa anche lontanamente immaginare. 'Franz Kappa', come lo chiamava, lo capiva un altro disadattato supremo, Carmelo Bene, se ne va troppo presto, ma parte per restare come una idea fissa; la sinfonia di un'idea. La sua musica ha abbattuto i muri e le barriere, non ce n'è più di “seria” e di “leggera”, non c'è mai stata, è tutta roba sua, è tutta musica di Zappa. Non le manca nulla. Resterà in eterno. Ci accompagnerà. La accompagneremo. Non finiremo mai di scoprirla, non potremo mai smettere di apprezzarla, riuscirà sempre a sorprenderci, a incantarci, ad estasiarci.

Zappa durante un concerto.

Ci sarà sempre, sempre un altro album. Ci sarà sempre un motivo per incantarsi, sbalordirsi, perdersi. C'è poco da fare, quella musica la dovete incontrare. Dovete lasciarvi inghiottire da lei. Dovete entrare in lei e lasciarla entrare in voi. Il problema è che, dopo, ogni altra musica forse vi sembrerà così mortificata. Così limitata. E svegliavi le menti perché avevi la tua mente sempre accesa, Frank. Sempre febbrile. Sempre qualcosa da inseguire. Chissà, magari lo sapevi di non avere tanto tempo. Chissà se anche tu ti sarai perso, ogni tanto, in un dolore, una sensazione di sconfitta, un sentimento di resa. Chissà se hai pianto, se hai detto a tua moglie: basta, pianto tutto. E poi ricominciavi, con più forza di prima, con più voglia disperata di prima. Chissà se pure tu ti sei sentito piccolo come siamo noi umani, noi hardcore fan. O se niente ti scalfiva, la tua missione non ti lasciava scampo, la tua percezione di essere unico ti inchiodava a te stesso. Ma come hai fatto, a darci così tanto in un esile fremito di vita?

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