Festival Di Sanremo
Sanremo
Pagelle Sanremo Giovani 2018 Prima Serat Einar
Cultura e Spettacolo
21 Dicembre Dic 2018 0954 21 dicembre 2018

Le pagelle della prima serata di Sanremo giovani 2018

Einar, pupillo della De Filippi, come previsto vince la prima puntata. Mentre l'unica a sfiorare lontanamente la sufficienza è Giulia Mutti. Il più fresco si conferma l'eterno Pippo Baudo. 

  • ...

La Rai riparte dagli ottuagenari di classe. Renzo Arbore trasporta la canzone napoletana dentro Guarda... stupisci!, lancia definitivamente una meravigliosa Andrea Delogu e fa il botto; Pippo Baudo torna, a 82 anni, a presentare gli esordienti, gli aspiranti sanremesi insieme alla spalla Fabio Rovazzi, uno del quale si insinuano propensioni geriatriche: Al Bano, Gianni Morandi, adesso Pippo. Ma non è colpa sua se elegantemente stagionata è la Rai del cambiamento: tornare indietro per andare avanti? Chi lo sa, certo che c'è qualcosa di mirabile e perverso, come un cerchio vizioso nella riscoperta del repertorio, dei filmati d'epoca, del bianco e nero che finisce sullo schermo liquido di un tablet. E c'è qualcosa di preoccupante in questa musica giovane che nasce anziana, stantia, senza fiato, senza prospettive. Davvero poca cosa, la conferma di uno stato musicale imbarazzante, almeno qui a Sanremo Giovani.

UNA GIURIA CHE È UN MUSEO DELLE CERE

E puntuale la prima serata (voto: 4) di queste due dedicate agli aspiranti, alle nuove proposte, diciamolo subito, non è granché, è spettacolino mediocre e stagnante. Ma non tanto o solo a causa degli esordienti, i quali non hanno colpa di essere quello che sono o che non sono; è la giuria (voto: 2), questo museo delle cere, questa mortificante foglia di fico per scelte che sanno di già preso: ma possibile che non venga mai espressa l'ombra di una critica, che sia tutto un crepitare di entusiasmi patetici sul nulla, tali da rendere un Lodo de' Lodis una specie di cannibale? E che ci fa un duo giullaresco, Luca e Paolo (voto: 2), in un contesto musicale? Quanto al capoclaque, Luca Barbarossa (voto: 2), è di un paraculismo senza limitismo, lui è uno che nell'acqua di Sanremo ci sguazza di libidine, un anno concorre, un altro sta nel business, poi torna alla gara. Fiorella Mannoia (2) pare una prof sull'orlo della pensione, quanto ad Annalisa (voto: 2), sì, a quanto pare c'è anche lei. Ed è triste, lo spettacolo, in questo comico al lumicino, questo Rocco Papaleo (0) che farà il dopofestival ma qui è imbarazzante, fastidiante, ma in cosa sarebbe divertente questo? Ma falla, una battutina anche facile.

La giuria di Sanremo giovani 2018: Luca Barbarossa, Luca e Paolo, Fiorella Mannoia e Annalisa.

BAUDO SI CONFERMA IL PIÙ GIOVANE DELLA SERATA

Ed è andante, lo spettacolo, nel patetico bussolotto del lotto, da cui estraggono i nomi annunciati dei big, fortuna non del classico bambino bendato ma di una fanciulla davvero di olimpica bellezza. Lo è nella conduzione di questo Rovazzi (5/6) che si gioca il ruolo dello sfigato, della spalla di Baudo, e ne verrebbe anche fuori in qualche modo, ma ha due grossi limiti: uno è quel look da esposizione universale del 1855, da comprimario di romanzo d'appendice, l'altro è che non sospetta l'uso delle pause, lui è un lettore compulsivo del gobbo; pause che invece sfrutta magistralmente Baudo (6 ½) totemico, con quella padronanza assoluta, quel saper riempire il vuoto improvviso, il cliché rilassante, il nonnismo benevolo sugli imberbi, anche se alla fine di tre ore che non passano mai è in debito d'ossigeno, chiaramente sfinito. Il più giovane, comunque, resta ancora lui coi suoi 82 anni.

IL MINESTRONE SANREMESE E I TRAPPER

Due cose, necessariamente sulla fiducia, vanno dette ancora sui primi big annunciati, sul parterre che va componendosi. È stato già detto, facilmente, che c'è dentro un po' di tutto, dalla tradizione sanremese che va sul sicuro, anche con ripescaggi recenti (Nek, Paola Turci, Il Volo, Anna Tatangelo), alla diva ritrovata (Loredana Berté), al fantomatico indie degli Zen Circus e Motta, che è un genere spesso enfatizzato ma non merita più della sua nicchia, fino ai famigerati rapper, o pseudo tali, tenuti a bada, subito normalizzati (Irama, Ghemon, lo scorso vincitore giovane, Ultimo). La presenza di Irama, e di Enrico Nigiotti (la cui partecipazione dovrebbe essere annunciata la sera del 21 dicembre), testimonia del potere in ascesa dell'impresario Francesco Facchinetti, che è personaggio legge e ordine, sul bergamasco leghista, con il che si conferma la propensione puntuale nel Festival ad assorbire il vento del potere che cambia. Il valore aggiunto sta nel ritorno di Simone Cristicchi, che ha un pezzo, non esageriamo, clamoroso: un parlato su una base verdiana che si definisce in modo circolare strofa dopo strofa. È uno di quei pezzi che da soli salvano un Festival e consentono di dire due cose: che Sanremo dopo tutto ha sempre il suo perché, e che la grande, vera canzone d'autore italiana non è morta ancora.

Pippo Baudo e Fabio Rovazzi sul palco di Sanremo Giovani 2018.

LA SOLITA OMBRA DI MARIA DE FILIPPI

A essere morte sono semmai altre cose, non da oggi. È avvilente vedere una giuria di giornalisti (n.c.) tributare il premio della critica, che poi diventa un contentino, a questa superannunciata Federica Abbate, che altro non può vantare oltre i potenti sponsor. Vero è che Sanremo è carrozzone mastodontico da oliare perché arrivi, ansimando, cigolando, ai risultati predefiniti, così che se ne giovi chi se ne deve giovare, e qui dentro sono tanti e per motivi anche molto diversi, con una generosa mano, però, proprio da quelli che dovrebbero sorvegliare, criticare certi meccanismi. Nessuno noterà come, per pura combinazione, a imporsi nei giovani, perfino sulla strafavorita Abbate, è uno che si scrive Einar ma si legge Maria: De Filippi, la sanguinaria, la berlusconiana, quella della televisione concorrente, ma non tanto. Roba da gomblotto immediato, ma è escluso che una grillina consapevole di sinistra come la Mannoia, anche lei amica di Maria, ci trovi qualcosa di sospetto: a Sanremo tutti, anche le donne, sono uomini di mondo, hanno fatto il militare a Cuneo.

Il vincitore della prima serata di Sanremo giovani 2018: Einar, della scuderia di Maria De Filippi.

FOSCO: 17 Dicembre (4). Sale da Bologna, il che annuncia coordinate precise: Carboni, Bersani, Cremonini. Pantaloni a “zompafosso”, ma la personalità è latitante. Un clone e nulla più.

EINAR: Centomila volte (4). Cubano di Brescia: un altro Michele Bravi, più o meno, che non sa cantare, checché ne sbrodoli Barbarossa il quale mente sapendo di mentire. Centomila volte dovremo sentirci dire che è un talento, questo, sol perché è amico degli amici di Maria.

ANDREA BIAGIONI: Albapiena (5+). Il folksinger mesto pare uscito sparato dagli Anni 60. Tipo Baudo. Orgogliosamente démodé. Intenso. I primi 40 secondi, poi t'ammazza. Finale col classico acuto da maroni nello Schiaccianoci.

Wepro a Sanremo Giovani 2018.

SYMO: Paura d'amare (2). Se ti senti una predestinata, due sono le cose: o sei una predestinata, o sei una fanatica, come dicono a Roma. Indovina un po'? Paura di sentire, casomai.

FEDRIX & FLOW: L'impresa (4). Ma 'sti due sono fratello e sorella e fanno gli innamorati? Ma non c'è più religione, e neanche fascia protetta. Sì però che melassa, pare una commedia di Garinei & Giovannini. L'impresa è ascoltarli.

ROS: L'incendio (5-). Rieccoli, da Montepulciano, dal Rock Contest di Firenze, da X Factor dove furono fregati dai Maneskin di quell'altro che si crede un rocker. E va bè, sono tre al posto di due, ma sempre 'ste cosettine alla White Stripe o Strokes, sulle tracce del ritornello perfetto. Che non c'è.

MARTE MARASCO: Nella mia testa (5-). «Marte perché plurale di Marta, tante piccole me». Insomma è schizofrenica. Cosa frulli dentro la sua testa giuro che non l'ho capito, ma forse neanche lei. «Mi hai fatto proprio ridere», le dice Annalisa, da soave carogna. Facciamo finta di credere che la finta stramberia nasconda un messaggio.

WEPRO: Stop/Replay Andovà co' st'occhiali? (1). Si è disegnato addosso col pennarello, disgrazièto maledètto. Baudo, che la sa lunga, lo scarica a Rovazzi: «Cucinatelo tu». Ora, tu potresti dire: questo mi pare un po'... (a piacere). E sbaglieresti: non ti pare, è proprio così. Annalisa, sempre più carogna: «Smuovi qualcosa dentro». Lo Young Signorino si chiama come un aspirapolvere, ma nel suo titolo c'è un “replay” di troppo.

Federica Abbate, concorrente di Sanremo Giovani.

GIULIA MUTTI: Almeno 3 (6--). Ma tre di cosa? Ell'a c'ha 'l chiodo fisso de irrocche, la c'ha, Maremma pitturata! Almeno la meno peggio, ovvia, però sta a irrocche come Renzi alla politica.

FEDERICA ABBATE: Finalmente (2/3). Responsabile di alcune tra le peggiori nefandezze recenti di Fedez, Ramazzotti, Giusy Ferreri e altri, molto spinta in ambienti genovesi, le solite paccate di visualizzazioni su youtube che significano niente, qui porta una efferatezza tutta sua. Voce insopportabile, come il resto, del resto, e la s che “scia”. Però canta. La premiano pure.

DIEGO CONTI: 3 Gradi (3). Ventitre anni, e dice che i suoi lo addormentavano con gli Stones e Battisti. “Lo addormentavano, capite?” (con la voce sconvolta di Bluto quando gli cascano le birre). Io avrei usato il gas dell'accendino.

DESCHEMA: Cristallo (2). Ma perché quello che canta, poverino, l'han preso a schiaffi con l'aspirapolvere? Poi parte la canzone (?) e hai tutte le spiegazioni, colmi tutti i perché. Meno uno. Perché stanno qua, questi?

Morale della storia: se questo è il meglio della musica ggiovane, figurati il resto. Baglioni, per questa scrematura, e per l'altra che seguirà stasera, pagherai caro, pagherai tutto.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Correlati
Potresti esserti perso