Fabrizio De André 20 Anni Morte
BLUES
11 Gennaio Gen 2019 0800 11 gennaio 2019

Fabrizio De André e la maledizione del Vate à porter

A 20 anni dalla morte procede spedita la santificazione del cantautore genovese. Una insufflazione del mito con generose dosi di superficialità buona per tutte le stagioni e per tutti i “regimi”.

  • ...

Vent'anni dalla morte di Fabrizio De André e scoppia la santificazione, una santificazione commerciale alla faccia del sacro anarchico. Ma chi in Italia, specie nel giro dell'arte, non è anarchico, ribelle, genio incompreso, chi secondo retorica lacrimevole non ha dovuto sudare le sette camicie, mettersi tutti contro prima di assurgere all'inevitabile trionfo dell'eroe solitario? C'è perfino chi ribadisce una anarchia impenitente essendo salito e sceso per tutti i carrozzoni possibili, come a dire: avete visto, sarò anche per tutti ma non sono di nessuno.

De André non era di questi opportunisti ed è stato, diciamolo subito, un autore pregevole: ma si può cantarne la mancanza con eccessi tra il patetico e il ridicolo, «ah, è morto l'unico poeta che abbiamo avuto negli ultimi 50 anni», si può piangerlo come il Dante, il Leopardi che ci manca? Tutto questo è molto neolatino, molto italiano, ma non serio, così come è discutibile la spremitura postuma, a mezzo di opportune fondazioni, per Faber come per Gaber come per altri. Postuma ma perenne, si direbbe inesauribile: Faber ha detto, Gaber ha detto, ecco qui l'antologia della silloge della raccolta. Quella volta che fece così, che rispose colà, tutta un'agiografia francescana, ma anarchica, che poco si accorda con l'oculata gestione, almeno dal successo in poi, della propria vita e delle proprie sostanze.

LA SANTIFICAZIONE COMMERCIALE PROCEDE SPEDITA

Faber era ottimo e insofferente, non uomo per tutte le stagioni, ma neppure uno sprovveduto: l'ultima tournée, già malato, la intraprese da Porto San Giorgio nelle Marche e la sera prima offrì una sontuosa conviviale ai giornalisti nel ristorante più rinomato del luogo (chi scrive può raccontarne perché, da irrilevante cronista locale, preferì sottrarsi). Finì all'alba fra canti e libagioni squisite. Dopo il concerto piovvero cronache estasiate, che magari lo spettacolo meritava ma come non vederci la captatio benevolentiae, la frequentazione intima, familiare? Ma sì, d'accordo, così fan tutti, anzi peggio, oggi c'è chi i giornalisti li mette sull'aereo così cantano meglio le meraviglie e, se sgarrano, vengono richiamati all'ordine: mi hai deluso, non provarci mai più. Però, almeno non facciamo di un artista vero ma scafato il martire che non era, che non aveva bisogno di essere. Ma via, queste sono minima immoralia, lascia perdere, quanto sei meschino, Faber non si discute.

Un Vate à porter, buono per tutte le stagioni e per tutti i “regimi”

A destra hanno “Oriana”, la Fallaci che te lo dava lei l'Islam, tutto da sola. A sinistra hanno gli anarchici con l'aureola i cui testi vanno infilati d'imperio nei libri di scuola. Solo che resta sempre il dubbio se sia autentica ammirazione lirica o un afflato didattico militante, fazioso, far dire al Bardo non quello che intendeva ma quello che conviene. Un Vate à porter, buono per tutte le stagioni e per tutti i “regimi”. Faber avrebbe detto, Faber avrebbe fatto. Non tanto il Faber quanto l'homo-faber, l'evangelista, l'apostolo, il pappagallo, quello che riempiendosi la bocca di citazioni o frequentazioni cerca una credibilità che lo strappi al gossip autoreferenziale in cui sono inzuppati. «Quella volta che Lui mi disse..:». E siccome quasi tutti hanno un aneddoto da spendere, la santificazione commerciale procede spedita.

FU A LUNGO UN REPLICANTE DEI CHANSONNIER FRANCESI

Tre anni fa Lettera43.it mi mandò a Bolzano, a seguire l'omaggio a Faber che l'attore Neri Marcorè aveva voluto, modestamente con tanto di orchestra; incontrandolo prima del concerto gli chiedevo, ma non sarete un po' troppi a cantarlo, a santificarlo? «Ognuno ha il suo modo, la sua sensibilità», mi rispondeva vagamente infastidito Marcorè, come per dire: a ciascuno il suo Faber ma il mio è più autentico del suo. La sera, in teatro tutti a seguire in mistico e un po' comico silenzio la rilettura che Neri faceva della rilettura che Faber faceva dei Vangeli Apocrifi. Sui quali un teologo avrebbe avuto da ridire. Ecco, a infastidire, più che questi autori, sicuramente sensibili, certamente sopravvalutati, è la folla plaudente, il martirologio perenne e inspiegabile, l'insufflazione del mito con generose dosi di superficialità.

Il negozio museo in via del Campo a Genova dedicato a Fabrizio De Andrè.

Quanto deve il pur bravo De André all'ombra musicale della Pfm, di Mauro Pagani in specie? Quanto agli chansonnier francesi di cui fu a lungo un replicante, elegante, raffinato, ma replicante? Ed era davvero tutto oro a luccicare, oppure avevano ragione Lucio Battisti nella sua brutale percezione - «De André è bravo ma va bene per i liceali» - oppure Rino Gaetano (anche lui in odor d'anarchia), più cauto ma scettico circa la idolatria già in vita? Ci sono autori che, grazie ad una sapiente gestione dell'immagine, diventano intoccabili, nessuno osa discuterli: se succede, si avvolge tutto nell'oblio.

IL MALEDETTISMO E QUEL SOCIALISMO DI CONSERVA

Resta agli annali, benché misconosciuta, la polemica del liberale conservatore Enzo Tortora verso l'”anarchico” Giorgio Gaber già nel 1970, ai tempi della svolta teatrale-militante con Sandro Luporini, un articolo di rasoio al quale l'altro non riteneva di replicare. Ma si può dire almeno che anche questi, nel loro assodato talento, scoprivano il fianco all'incoerenza e, ogni tanto, a una noia sconfortante, si può dire che le parole con cui Gaber in Io se fossi Dio commentava la fine di Aldo Moro non facevano che ricalcare, quasi alla lettera, le castronerie dei brigatisti nei loro comunicati?

L'alcoolismo devastante, con il fastidio dell'iconografia molto curata, molto studiata

Anarchici, ma per dire. Con il macigno retorico dei carrugi, le puttane, i disperati, il maledettismo, il socialismo di conserva, l'alcolismo devastante, con il fastidio dell'iconografia molto curata, molto studiata: ecco Faber, sdraiato su un lettone coperto di giornali, perché i giornali (quelli giusti, è chiaro), l'informazione, la Cultura, con la maiuscola, lo spirito critico, la coscienza civile, l'anarchia...

Fabrizio De André in concerto.

CHI CRITICA FABER VIENE COMPATITO IN FAMA DI IGNORANTE

È difficile scrivere in modo non adorante di De André senza farsi fraintendere, odiare, compatire in fama di ignorante, terra terra, rosicone; ma proviamoci ancora con una scena di cui fummo testimoni diretti nel lontano 2001, all'epoca dei Girotondini che girotondavano contro il regime dell'epoca a Milano. Al palazzetto c'è tutta la crema protestataria da Marco Travaglio a Dario Fo, da Flores d'Arcais a Sabina Guzzanti, e c'è, stordita, poveretta, Fernanda Pivano, ostentata in processione, sorretta dalla vedova De Andrè: è la fase finale di “Nanda” che, già poco lucida, paragona «i miei amici cantautori», da Ligabue a Jovanotti a De André ai poeti immortali e a quelli, già più mortali, dell'immancabile Beat Generation. Anche quello era Deandreismo e dei più patetici: lei, coi dentoni scoperti in un sorriso di marmo e gli occhi sbarrati dalla senescenza, venerata come la Madonna degli anarchici, saluta tutti e non riconosce nessuno. Se siamo ancora qui a scriverne dopo quasi 20 anni, vuol dire che la scena rimase nella mente come atroce. Faber era morto da 2 anni e già avanzava la consacrazione, forsennata, commerciale, dell'anarchico oculato, dalla Sardegna alla Liguria.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Correlati
Potresti esserti perso