Politics Musica Trump Brexit Libro Fernando Rennis

Estratto del libro "Politics" sulla musica nell'era Trump e Brexit

L'autore Fernando Rennis analizza la connessione tra gli eventi che stiamo vivendo e la produzione artistica angloamericana. Che conferma un forte impegno politico e sociale. 

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La musica ha sempre avuto la capacità di descrivere i cambiamenti socio-politici che attraversano determinati periodi storici. Gli ultimi anni non fanno eccezione: eventi che stanno segnando le dinamiche sociali come l’elezione di Donald Trump e il referendum sulla Brexit sono due estremi che inter­secano problematiche legate alla questione razziale, al tema del gender e all’abuso di potere a sfondo misogino, all’era della post-verità e alle reazioni contro gli attacchi terroristici internazionali. Politics. La musica angloamericana nell’era di Trump e della Brexit di Fernando Rennis (Arcana Edizioni, pp 272, 19,50 euro) prova ad ana­lizzare la connessione tra gli accadimenti storici che stiamo vivendo da vicino e un’intensa e variegata produzione musicale che accomuna le due sponde dell’oceano Atlantico. I vincitori dei Grammy 2018 Lcd Soundsystem e National, PJ Harvey, Moby, Algiers, Kendrick Lamar, i rapper del grime e della trap, e tanti altri ancora, ci mostrano come quella che stiamo vivendo sia un’era di incertezze ma, allo stesso tempo, di opere dal forte significato umano e sociale.

Lettera43.it pubblica un estratto del libro.

La copertina di Politics, la musica angloamericana nell'era di Trump e della Brexit (Fernando Rennis, Arcana Edizioni).

La caotica situazione politica internazionale e, in particolare, quella europea è molto ben inquadrata dalla poetessa e musicista britannica Kate Tempest. Il video del brano Europe Is Lost è un collage di frammenti estratti da internet e dalla tv: si alternano sequenze del Ku Klux Klan, delle elezioni americane, Trump, Isis, scene di guerra e immagini apocalittiche. Il testo del singolo è ugualmente denso di significati, a mio parere uno dei momenti lirici più alti di dissenso sociopolitico degli ultimi anni. Consiglio la lettura integrale, limitandomi a riportare soltanto i primi versi della canzone:

Europe is lost, America lost, London lost
Still we are clamouring victory
All that is meaningless rules
We have learned nothing from history

L’Europa è perduta, l’America è perduta, Londra perduta
Stiamo ancora reclamando la vittoria
Tutto ciò non è altro che una serie di regole senza senso
Non abbiamo imparato nulla dalla storia

Londra sta affondando e con lei il concetto di Europa, la Brexit è uno dei sintomi che lo dimostrano. In un periodo di crisi come quello che stiamo vivendo è ancora una volta la cultura a dover ricucire gli strappi del tessuto sociale. L’arte, che trova nell’Europa un contenitore di valori comuni e il terreno dove ha posto le sue radici, ha il ruolo di sensibilizzare e responsabilizzare gli esseri umani. La Gran Bretagna ha ormai una storia d’impegno musicale pluridecennale, proprio come i Clash, i Fall o gli Smiths, i musicisti contemporanei, primi tra tutti gli esponenti del grime, stanno portando avanti una battaglia di rivendicazione e informazione. Chi non lo fa attraverso le proprie canzoni lo perpetra tramite i canali social, ma quasi nessuno volta le spalle e si ritira nel proprio orto. Questa generazione di artisti impegnati non si cura di poter perdere follower o fan, le facce e le parole dei musicisti hanno riempito la campagna elettorale della Brexit così come hanno fatto quelle dei politici. Mettersi in prima linea in questo scenario sociopolitico, significa anche informare, stimolare la voglia d’informazione. Le rivendicazioni e il dibattito in merito alla Brexit confermano una democrazia funestata dal populismo e dalla nebulosa della post-verità.

Eventi critici come quello della Brexit colpiscono tutto il mondo, grazie anche all’arte ci riscopriamo più vicini l’un l’altro, meno isolati. La musica costruisce ponti e abbatte i muri, ci ricorda che non siamo abbandonati a noi stessi e, simultaneamente, abbiamo il nostro ruolo nel meccanismo democratico. Come Bowie riusciva a contrapporre l’amore alla tensione, cantando di un bacio che due innamorati si scambiavano sotto il muro di Berlino e tra i proiettili che si rincorrevano nella zona militarizzata della città, così album e canzoni, di artisti britannici e non, in questi anni stanno descrivendo e decostruendo il fenomeno Brexit. Ancora una volta, la musica non è mero mezzo ricreativo, ma inquadra il periodo storico in cui è prodotta, cristallizzando fenomeni sociopolitici in testi e musiche che, di fatto, diventano a tutti gli effetti commenti e cronache del nostro piccolo grande vivere quotidiano.

Il risultato del referendum sulla Brexit è un dato elettorale determinato dalla maggioranza della popolazione, lo sconcerto di parte dell’opinione pubblica deriva dall’inaspettato esito della consultazione. Le critiche invece sono state perlopiù indirizzate alle bugie utilizzate in campagna elettorale. Anche dall’altra parte dell’oceano il risultato delle elezioni ha portato a un cambiamento; quello che però sta succedendo negli Stati Uniti è una reazione costante agli atteggiamenti di Donald Trump, una vera e propria collezione sterminata di brutte figure, clamorosi tweet sgrammaticati, amicizie contestabili e una serie di affermazioni e gesti omofobi, misogini, razzisti e irrispettosi, come quelli rivolti a un giornalista disabile. I musicisti di tutto il mondo rispondono a questi deprecabili comportamenti con album, canzoni e dichiarazioni. L’America di Trump, come la Gran Bretagna della Brexit, si riscopre vulnerabile e divisa. La musica che nasce all’ombra della Statua della Libertà o del Big Ben svela tutto l’impegno politico che attraversa quasi un secolo di attività musicale angloamericana.

(Estratto da Politics. La musica angloamericana nell’era di Trump e della Brexit di Fernando Rennis, Arcana Edizioni. © 2018 Lit Edizioni. Per gentile concessione).

13 Gennaio Gen 2019 1100 13 gennaio 2019
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