Pecunia Non Olet Finmeccanica Alessandro Da Rold

Estratto del libro "Pecunia non olet" sulla mafia nell'industria pubblica

La storia raccontata da Da Rold è incredibile perché mostra come l'illegalità criminale si sia trasformata in pratica normale al punto che un latitante come Vito Palazzolo è riuscito a fare affari anche con Finmeccanica.

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C'è una mafia che non uccide ma vende armi. Elicotteri, mitragliatrici, bombe, fregate militari: un arsenale ricchissimo e pronto all’uso là dove le guerre causano morti e arricchiscono i portafogli di speculatori e dittatori. La storia raccontata da Alessandro Da Rold in Pecunia non olet, la mafia nell’industria pubblica. Il caso Finmeccanica (Chiarelettere, Principio Attivo, pp. 240, euro 16) è incredibile perché fa vedere come l’illegalità criminale possa trasformarsi in una pratica normale e ripetuta, al punto che un latitante come Vito Palazzolo, «uno dei soggetti più pericolosi della comunità criminale internazionale», ricercato già da Giovanni Falcone e finalmente arrestato nel 2012, riesce a entrare nei salotti buoni del commercio internazionale e fare affari con Finmeccanica, Agusta e vari governi, incluso quello sudafricano di Nelson Mandela. A dire di no sono pochi: alcuni valorosi magistrati del Sud, di Napoli e Palermo, cui si affiancheranno quelli del Nord, di Busto Arsizio e di Milano. Dice di no, pagandone il prezzo, anche Francescomaria Tuccillo, avvocato e manager napoletano, direttore di Finmeccanica per l’Africa subsahariana. Nonostante il vento spiri a favore di chi agisce nell’illecito, alla fine la verità vincerà. La partita è enorme: in gioco c’è il destino del colosso della Difesa, attraversato da scandali e arresti e da un intrico di poteri, in cui si mescolano politica, servizi segreti, mafia, massoneria, criminalità organizzata, che ha compromesso la competitività dell’industria italiana e messo in gioco il futuro economico del nostro Paese, la sua capacità di creare lavoro e il suo ruolo sullo scacchiere internazionale.

Lettera43.it pubblica un estratto del libro.

La copertina di Pecunia non olet, la mafia nell’industria pubblica. Il caso Finmeccanica di Alessandro Da Rold (Chiarelettere, Principio Attivo, pp. 240, euro 16).

Per capire da un’istantanea il ruolo ricoperto da questo personaggio con un nome da romanzo – Robert von Palace Kolbatschenko – nella storia della mafia e dell’industria italiana occorre compiere un salto cronologico in avanti di circa 20 anni e spostarsi in un luogo che dista quasi 10 mila chilometri dal porto di Talamone: Luanda, la capitale dell’Angola. Lunedì 7 settembre 2009 molti uomini in giacca e cravatta, con stile da manager in trasferta, si ritrovano nell’affollato atrio di un albergo della città africana. Si tratta dell’Hotel Trópico, un quattro stelle anonimo con qualche pretesa di design a buon mercato situato in rua da Missão 103. Toponomastica portoghese a parte, potrebbe trovarsi identico a Bangalore o Anchorage. Tutti sono lì per assistere a un seminario dal titolo Forum economico Italia-Angola. Opportunità di collaborazione per le imprese. Destinato a circa 50 società metalmeccaniche, agroalimentari, edili e operanti nel settore delle infrastrutture, è organizzato dall’ambasciata d’Italia e dall’Ice in occasione della visita di Adolfo Urso, viceministro dello Sviluppo economico con delega al Commercio estero nell’esecutivo in carica, il Berlusconi IV […].

Dopo i lunghi interventi dei funzionari Ice, Sace e Simest, alle 13 scatta finalmente l’ora della pausa pranzo. Tutti si alzano con un sospiro liberatorio, allentano il nodo della cravatta e raggiungono il porticato intorno all’albergo, dove è servito il buffet. Al momento dell’aperitivo – un prosecco fresco e frizzante che rimonta il morale e fa sentire a casa – sono in tanti a raccogliersi a capannello intorno a un 40enne bruno e svelto di pensiero e parola. Si chiama Francescomaria Tuccillo, è il nuovo direttore di Finmeccanica per l’area Africa subsahariana, assunto da poco più di un mese. È napoletano, come lascia intendere subito la sua cadenza inconfondibile che lui non tenta mai di correggere ma, al contrario, ostenta orgogliosamente. Laureato in Giurisprudenza e figlio di un principe del Foro partenopeo, dopo 10 anni di lavoro come avvocato penalista e d’affari, ha deciso di intraprendere una nuova avventura nell’industria, inizialmente come consulente e, da poco, come dirigente […].

Mentre discute animatamente con i colleghi che lo circondano, vede avanzare verso di lui una coppia di sconosciuti. I due uomini sono entrambi intorno ai 60 anni. Il primo è più piccolo e sicuro di sé, il secondo alto, squadrato e muscoloso. Li guarda con curiosità anche perché non assomigliano a nessun altro. I cosiddetti manager internazionali sono in generale standardizzati nell’abbigliamento e nell’atteggiamento. Quei due no: si distinguono dalla massa. Come tutti indossano giacche di buon taglio e cravatte firmate, ma hanno un’aria strana, in cui si mescolano un’inconsueta determinazione e una sfumatura di volgarità che l’abito non riesce a nascondere. È in particolare il più basso a colpirlo. Un po’ chiatto e tozzo, ha le gote arrossate e gli spessi capelli neri venati di grigio che, divisi da una scriminatura centrale vecchio stile, gli ricadono in due improbabili riccioli sulla fronte. Un arricchito. Ecco: gli dà l’impressione istintiva di essere un arricchito.

«La vita non è altro che il risultato naturale di un’assurda, e talvolta persino triviale, concatenazione di eventi», sosteneva lo scrittore giapponese Haruki Murakami nel romanzo 1Q84. E così quel giorno il destino incrocia le strade di due uomini che razionalmente non si sarebbero dovuti incontrare mai, perché antitetici per indole, formazione, ceto e valori. L’unico punto in comune è che entrambi vengono dal Sud Italia. L’avvocato di Posillipo si ritrova così a stringere la mano che gli viene tesa con decisione dal siciliano di origini contadine diventato finanziere internazionale: Vito Roberto Palazzolo. L’incontro tra i due è breve e inizia con i soliti convenevoli tipici degli aperitivi che fanno da contorno ai meeting di affari. Ci si presenta. Si parla di Napoli e di Palermo. Si fa cenno anche a Finmeccanica. Il siciliano sembra molto ben informato di tutte le novità del gruppo, compresa la recente nomina del nuovo direttore per l’Africa subsahariana, che non si chiede come mai l’altro sia al corrente della sua evoluzione professionale. L’immensa Africa è un piccolo villaggio pettegolo, soprattutto nell’ambiente degli espatriati: tutti sanno tutto di tutti. E, se non lo sanno, lo inventano per vedere se ci azzeccano. E poi c’è un uomo che collega i due interlocutori. Di cognome fa Chabrat.

21 Gennaio Gen 2019 1448 21 gennaio 2019
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