IENE STRISCIA LA NOTIZIA GIORNALISMO
Cultura e Spettacolo
30 Gennaio Gen 2019 1140 30 gennaio 2019

Giorgio Simonelli analizza la trasformazione de Le Iene

Per il critico televisivo il programma Mediaset è rimasto vittima del cambiamento. «Se Salvini twitta a manetta, Di Battista spara a zero», spiega, «adesso che mestiere possono fare?».

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Dove vanno le Iene? Soprattutto, cosa diventano? Tra campagne spericolate come Blue whale, Stamina, No-vax, i servizi innocentisti per Rosa e Olindo e quelli colpevolisti per Fausto Brizzi, ma anche le inchieste sulla morte di David Rossi e quelle sui guai dei padri di Luigi Di Maio e di Alessandro Di Battista, il programma d'assalto di Mediaset sta subendo una mutazione genetica che sembra risentire di una certa confusione di fondo. Come a non sapere bene come porsi, e come rileggere in chiave aggressiva il mondo che sfugge. Forse il logorio di una formula che ha addosso 22 stagioni, forse la necessità di adeguarsi a nuovi gusti e nuove mode; forse anche a una società che ormai supera in souplesse gli incubi più impensabili. Secondo il critico, autore e docente di Storia della televisione Giorgio Simonelli, le Iene rischiano di essere mangiate dagli stessi che fino a ieri avevano azzannato; non proprio gli stessi, diciamo un potere che, sostituendo al gesso istituzionale la pelle rettiliana di un populismo hardcore, ha rimescolato le carte in modo anche imprevedibile e con effetti difficili da arginare, ben oltre il limite delle Iene stesse.

Il critico televisivo e docente di Storia della televisione Giorgio Simonelli.

DOMANDA. Dove vanno le Iene?
RISPOSTA. Secondo me hanno un problema: sono costretti a cercare cose nuove, ma il clima è cambiato. Il Paese è cambiato.

Cambia sempre questo Paese squinternato, anche se pare di no...
Stavolta però è più drastico: sparito il vecchio establishment, le famose élite che venivano cercate, stanate (anche) dalle Iene, oggi c'è un nuovo potere di stampo populista ed è diventato difficile attaccarlo: sono loro, è proprio quel neopotere a dire, a urlare che il re è nudo.

Hanno rubato loro il mestiere?
Completamente! Anche le occasioni. Il vecchio formalismo del potere, più o meno ingessato, arrivato fino a Paolo Gentiloni, è del tutto saltato: Matteo Salvini twitta a manetta, Alessandro Di Battista spara a zero: e noi adesso che mestiere facciamo? Questo è il loro problema. Difatti si attaccano a cose marginali, alle briciole: oppure tirano via.

E magari ne esportano qualcuno in politica...Ma una trasmissione a populismo spinto come questa che ruolo può avere in una Mediaset il cui capo, Silvio Berlusconi, ha riconvertito il suo populismo, in una sorta di senso di responsabilità neo-democristiano?
Loro lì a Mediaset sono ben coperti, per almeno due ragioni: rispecchiano il mito della libertà, il pluralismo sempre vantato, anche se chi pensa liberamente c'è. Penso per esempio ad Antonio Ricci, che la sua autonomia se l'è garantita con gli ascolti...poi continuano a fare grandi numeri, sono popolari, hanno una tradizione e hanno un ruolo inscalfibile nell'infotainment.

Quali sono le differenze tra Striscia e le Iene?
Striscia mette in scena la sua finzione. È un pupazzo e lo dice: alla fine di ogni servizio, anche duro, c'è la rimetta, il calembour, la trombetta che sdrammatizza, che riporta alla goliardia. Le Iene vogliono essere giornalisti d'assalto con tutta la serietà possibile.

Striscia, insomma, fa la "cazzona", le Iene se la tirano...
Se lo dice lei... (ridacchia). Va detto che a volte ci prendono pure: altrimenti... Sai, quando ti prendi così sul serio, poi la volta che la pesti fa più effetto, è più eclatante. E non te la perdonano.

Ed è ancora giornalismo questo?
Il problema è sempre il vuoto. Loro sono nati, questo non va dimenticato, in un momento in cui il giornalismo televisivo di inchiesta era sparito dal radar. Era quasi tutto talk, gente che parlava, parlava...

Sì, ma adesso?
Adesso sono vittime anche loro della grande confusione del mondo: se uno può parlar male dei vaccini in parlamento, se si arriva a questo, le Iene hanno un problema di utilità “pubblica”, tra virgolette.

Insisto: continuiamo a chiamarlo giornalismo?
È la logica del contenitore, perversa logica per cui tutto sta nel calderone e i confini tra generi crollano. Le storie come messinscena, una intervista tra due numeri di varietà.

Gli inviati delle Iene possono ancora essere definiti "giornalisti"?
Qui c'è un problema di legittimità: accade sempre più spesso che risalti come giornalista chi non ha titolo e invece si prende spazi in modo discutibile: si finisce per parlare più di questo, della polemica cercata, che dell'informazione in sé.

Dall'Ordine dicono che «non hanno gli strumenti» per intervenire.
Eh sì, perché la personalizzazione, sempre più spinta, finisce con l'attirare sul sedicente giornalista, che accende un determinato fatto, l'attenzione che si dovrebbe al fatto in sé. Per cui, paradossalmente, è più giornalista chi formalmente non lo è, di uno che lo è a tutti gli effetti.

In altre parole dobbiamo tutti adeguarci per poterci ancora chiamare informazione?
Temo che la tendenza sia difficile da contrastare; per fortuna il buon giornalismo si è ritagliato i suoi spazi. Nuovi spazi. Non fanno gli ascolti delle Iene o di Barbara d'Urso ma quelli dei vari Riccardo Iacona, Duilio Giammaria e altri restano spazi importanti. Perché riportano a una concezione corretta di cosa si intende con “approfondimento”: una volta era il caos, la baraonda, il mercato delle voci, adesso si è capito, si è ricordato che è altro: che costa mal di testa.

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