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SOCIOLOGIA E DINTORNI
9 Febbraio Feb 2019 0900 09 febbraio 2019

Sanremo e il trionfo dello Strapop

Questa sottocultura populista è diventata dominante e disprezza intellettuali ed élite. Mentre i suoi "miti" vanno dai tatuaggi di Fedez all'opinionismo alpino di Corona. 

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Guardi il Festival di Sanremo e capisci che il pop, abbreviazione di popolare, è diventato strapop. Ovvero superpopolare, quasi “populista”. Più o meno come il trap rispetto al rap. Una derivazione e una deriva inevitabili perché la cultura di massa in tutte le sue manifestazioni soggiace anch’essa alla legge di gravità. Salire e innalzarsi si può - si dovrebbe - ma è un percorso difficile, impegnativo, che richiede voglia e impegno e soprattutto non consente scorciatoie. Scendere o stare su livelli facili (di lettura, di ascolto, di visione, di conversazione) viceversa è ciò che viene meglio e tendono a fare tutti. Naturalmente. Perché è facile, appunto, ascoltare un canzonetta, guardare un varietà, leggere un romanzo d’evasione o un giornale popolare, raccontarsi barzellette, parlare di sport al bar. Molto più che argomentare in pubblico, ascoltare musica sinfonica, interessarsi di Ermeneutica o Filologia, studiare le lingue o le scienze e più in generale addentrarsi nei territori ostili dell’alta cultura, per usare un termine al quale da sempre si contrappone quello di bassa cultura.

LA FIGURA DELL'INTELLETTUALE ORA VIENE OSTEGGIATA

Ovviamente non da oggi la seconda la fa da padrona. Nel contempo i colti, gli intellettuali, gli spiriti eletti da sempre si lamentano della barbarie culturale delle masse. Gli anatemi di Benedetto Croce e di Th. W. Adorno nei confronti dell’industria culturale fanno il paio con i giudizi tranchant dei grandi Maître à penser: da Foucault a Habermas, da Pasolini a Umberto Eco: ultimo degli “apocalittici” a scagliarsi contro “ gli imbecilli del web”. La contrapposizione fra colti (pochi) e incolti (tanti), che permane, ha tuttavia cambiato segno e caratteristiche, in modo sostanziale, in anni recenti. La novità che vediamo nitidamente ora è che la cultura alta che prima era osteggiata, ma rispettata, ora non è più riconosciuta ed addirittura vilipesa. Ma non solo: c’è molto di più e di peggio. È la figura stessa di scienziato e di intellettuale che viene rigettata: perché valore non più in corso, come la lira. C’era una volta, ma ora c’è l’euro. Contestuale a questo disconoscimento dell’esistenza di livelli superiori di sapere/saperi, si registra poi l’emergere di una o forse più sottoculture che lungi dal considerarsi minoritarie e in opposizione alla cultura egemone si pensano e si comportano da culture dominanti.

IL PARADOSSO DI UNA (SOTTO)CULTURA DOMINANTE

Chiarito che il termine sottocultura viene inteso non come giudizio di valore ma come constatazione dell’esistenza di una cultura che si oppone a quella dominante, possiamo infatti affermare che recentemente questa relazione è profondamente mutata. Addirittura si è ribaltata. Se riprendiamo i fondamentali lavori sociologici di Richard Hoggart (La cultura del povero) e Dick Hebdige (Sottocultura: il fascino di uno stile innaturale) e consideriamo le sottoculture dei decenni precedenti (dai punk e skinhead ai nostri paninari o pariolini, e passando dagli autonomi sino ai più recenti hipster) osserviamo due fondamentali mutazioni. Le forti identità, antagoniste, si sono stemperate. Ma anche ridotte quantitativamente. Al punto che al posto di tante, ora sembra che ci sia solo una grande sottocultura, generata e ancor oggi alimentata dalla tivù commerciale, ma portata a piena maturazione dal web. Una sottocultura “webbara” o meglio “tivù-social”, non più opposta e conflittuale rispetto alla cultura dominante per la ragione che essa stessa è diventata (sotto)cultura dominante. Sembra un gioco di parole, forse è un paradosso, però è drammatico.

TERRAPPIATTISTI E NO VAX SONO SOLO LA PUNTA DELL'ICEBERG

Questa sottocultura dominante, infatti, è una novità assoluta, dal momento che non si considera più minoritaria e inferiore, nemmeno all’alta cultura. Soprattutto perché non la riconosce più come tale. Terrapiattisti e no vax sono la punta estrema e caricaturale di un ampio movimento, populista appunto, che nega la scienza, disprezza gli intellettuali, definiti sapientoni o professoroni, odia le élite in quanto tali, non riconosce più maestri di pensiero, non legge libri e si nutre di credenze e fake news. Facebook è il canale di diffusione privilegiato della cultura strapop, che oggi è maggioranza nel Paese. Identificabile, secondo il Rapporto Pisa-Ocse, in quel 50% e oltre di italiani che giornalmente guarda molta tivù e ancor più sta sul web, ma legge pochi giornali e libri.

Il fatto che i nuovi miti siano tremendi e in molti casi orrendi nulla toglie all’evidenza con cui oggi essi segnano la cultura popolare, subalterna sino a ieri, ma ora dominante

IL WEB E I SOCIAL HANNO COMPLETATO IL LAVORO DELLA TIVÙ

La cultura strapop volendola connotare politicamente sta un po’ in tutti i partiti, ma soprattutto fra i 5 stelle e i leghisti. È fondamentalmente “populista” e si afferma negandosi ovvero dichiarandosi né di sinistra né di destra. È assolutamente priva di un’ideologia definita, è destrutturata, superficiale, veloce, virale. È una sottocultura (dominante) di matrice televisiva, come s’è già accennato, che s’è imposta con la forza paziente ma implacabile della goccia che scava il sasso, poco alla volta, ma tutti giorni: a colpi di troniste e veline, grandi fratelli e gabibbi, varietà sgangherati e accaldati talk show. È sempre attuale a questo proposito il saggio di Massimiliano Pananari L’egemonia sottoculturale. Da Gramsci al gossip. Il web e i social con semplicità e facilità quasi disarmanti hanno in questi anni completato il lavoro. Il “nazionalpopolare” ha letteralmente tracimato. Da una tantum (il Festival di Sanremo, Miss Italia, i grandi appuntamenti sportivi) la “cultura facile” e i generi ultra popolari (vippismo e comicità volgare, reality show e cronaca nera spettacolarizzata) sono diventati pane multimediale quotidiano. Soprattutto perché “aumentati” dai social, nella componente trash e dalla possibilità di commentare e condividere in tempo reale fatti, accadimenti e notizie, senza verificare la fondatezza delle proprie e altrui opinioni e senza alcun rispetto per l’interlocutore.

La cultura strapop sta un po’ in tutti i partiti, ma soprattutto fra i 5 stelle e i leghisti. È fondamentalmente “populista”. Priva di un’ideologia definita, è destrutturata, superficiale, virale

DAL "TUTTI CT" DEL BAR SPORT CATODICO AL "TUTTI DOTTORI" SUL WEB

Così si è imposto, quasi sovrano lo strapop, ovvero la cultura popolare diventata populista. Chiusa, conservatrice, impaurita e perciò aggressiva e offensiva. Intendiamoci la cultura di massa non ha mai brillato per raffinatezza e profondità di pensiero. Però ha sempre avuto rispetto dell’alta cultura, pur tenendosi lontana da essa e dalle sue diverse espressioni. Ora invece disdegna apertamente maestri ed élite culturali. Ma non solo. Pensa anche che non ci siano più percorsi e apprendistati (ovvero scuole) e che non servano più titoli di studio per “praticare un sapere”. Dal “tutti ct” del Bar Sport catodico al “tutti dottori” del web. All’epoca di Youtube, dei social e di una “googolata e via” nessuno più è escluso dall’opinionare liberamente su ogni cosa, pure sui massimi sistemi.

IL GRAN FRULLATO MISTO DEI MITI D'OGGI

Resta da dire per concludere che lo strapop si impone anche in forza del suo carattere mitologico, che in ogni tempo è stato fondamentale per istituire un ordine sociale, un sistema culturale. Il fatto che i suoi miti siano tremendi e in molti casi orrendi nulla toglie all’evidenza con cui oggi essi segnano la cultura popolare, subalterna sino a ieri, ma ora dominante. Miti d’oggi - per riprendere il notissimo saggio semiotico di Roland Barthes - che compongono una trama eterogenea ma coerente. Un gran frullato misto nel quale ci stanno i tatuaggi di Fedez e i tutorial degli youtuber da milioni di visualizzazioni; i master di un giorno venduti su Grupon con l’80% di sconto; la sottosegretaria della Cultura, la leghista Lucia Borgonzoni, che dichiara di non avere letto un libro negli ultimi due anni e il disprezzo dei congiuntivi mancati del vicepremier Luigi Di Maio; le lezioni ex-cathedra del sedicente filosofo Diego Fusaro e la nomina all’Unesco di Lino Banfi; il sovranismo catodico di RaiDue targata Freccero; l’opinionismo alpino di Mauro Corona a Carta Bianca e le improbabili professoresse Luxuria e Santanchè Alla lavagna; espressioni come “ciaone”, "le immagini parlano da sole” e i “comunisti col Rolex”. Il tutto accompagnato, come le web maledizioni che si rispettino, da # a manbassa.

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