Festival Di Sanremo
Sanremo
Sanremo 2019 Pagelle Finale

Le pagelle della finale di Sanremo 2019

In un Festival all'insegna del conflitto di interesse e della scarsa organizzazione vince Mahmood, un ragazzo che ha i numeri per durare a lungo. Dai conduttori ai testi: i voti di Massimo Del Papa.

  • ...

da Sanremo

Bolso. Partito in modo preoccupante, se non imbarazzante (come e peggio dell'anno scorso), il Festival di Sanremo 2019 si è in qualche modo rimesso in rotta ma sempre barcamenandosi, con più infamia che lode. Su tutto, una pesante sensazione di raffazzonato, di male organizzato, di improvvisato giocoforza. Era, va ricordato, una edizione di trapasso, con una Rai sull'orlo di una crisi di nervi come non mai, con una questione politica che scavava in profondità, disturbava non poco e per la quale le polemiche sui migranti erano non più che pretesti, casus belli. Claudio Baglioni si è trovato in mezzo a un passaggio di consegne governative, cui la Rai è geneticamente ipersensibile, che forse non ha saputo gestire al meglio. Nelle conferenze stampa si sono sprecati i sorrisi e i mazzi di fiori con la nuova direttrice di Rai Uno, Teresa de Santis, una che alla viglia aveva sibilato: se resto io, Baglioni il Festival non lo fa più; adesso si mormora una seconda riconferma, per l'edizione, prestigiosa, dei 70 anni.

Certo è che un Baglioni ancora direttore artistico non potrà cavarsela maturando la formula fra un disco e un tour, fra un concerto e l'altro. Quest'anno, più che dall'armonia, è stato il Festival del caos e della vaghezza: tanta carne al fuoco, non esattamente di prima scelta, lasciata bruciacchiare; ne hanno patito, e non lo hanno nascosto, un po' tutti dagli orchestrali ai conduttori. Il numero delle canzoni in gara era troppo lungo e Baglioni stesso lo ha pubblicamente riconosciuto: «Io le riporterei a 20». Gli ascolti non sono stati esaltanti, non hanno premiato, e le ragioni ci sono tutte. Hanno appena tenuto a galla una nave che faceva acqua da troppe parti.

LA FORMULA: 4

Sbagliata, per opinione comune: un solo gruppo laocoontico di “big” con dentro gli unici due provenienti dalla scrematura di “Sanremo Giovani”; tutta la filiera delle selezioni, via Area Sanremo e suoi derivati, di fatto cancellata. Forse non c'era altra strada, ma così hanno avuto campo totalmente libero, ancora una volta, le case discografiche. L'odore di spartizione è stato forte, se non evidente, anche fra network: uno dei due promossi tra i big, Einar, data anche la pochezza, ha indotto a sospettare la corsia preferenziale per la solita Maria De Filippi di Mediaset. Ben rappresentati anche i talent, non solo per gli svariati provenienti da quei format, ma anche perché Anastasio, pur dimostrando già un talento fuori dalla media, è il freschissimo vincitore di X Factor su Sky.

LA MUSICA: 5

Baglioni aveva promesso di far rima con rivoluzioni: se voleva dire rivoluzione all'italiana, rivoluzione a metà, allora ha mantenuto. Motta insieme a Il Volo insieme a Federica Carta e Shade sono non una rivoluziò, ma un fricandò: non c'è niente di male, cambiare è un processo graduale, ma almeno non si promettessero cose che non esistono. In realtà, la tanto sbandierata musica giovane (mai sentito nessuno definire la propria musica come vecchia), è stata tenuta molto al guinzaglio: nella serata di apertura, il primo cantante nuovo è arrivato dopo 95 minuti. «I giovani seguono il Festival sui social»: sai che sorpresa, ma poi commentano questi alieni per loro che si chiamano Loredana Berté, Patty Pravo, Claudio Baglioni. Molta enfasi sulla nicchia “indie”, genere che da almeno 10 anni, almeno per come lo si intendeva, sarebbe arduo precisare; a un certo punto, è diventata talmente vaga come dimensione, che rischiava di passare per indie perfino Nino d'Angelo.

Alla prova dei fatti si è visto che questo particolare segmento non aveva le spalle abbastanza forti per un palco, quello dell'Ariston, dove si canta davvero. Gli Zen Circus avevano un pezzo dal potenziale discreto, ma gli hanno preso le misure (rapportate alla dimensione del Festival) solo nella serata finale. Il premio dei duetti a Motta con Nada, del tutto incongruo, è sembrato voler consacrare in qualche modo un segmento che, strada facendo, si era perso nella gara. Oltre a riconoscere un contentino alla Sugar, etichetta di Caterina Caselli in sinergia con la indipendente aretina Woodworm, che gestisce entrambi gli artisti. Il carniere di questa infornata di 24 canzoni non è pingue: le luci nuove, in fondo timide, ancora rispettose dell'ortodossia sanremese, di Ghemon, di Mahmood, quella, più abbagliante, di Simone Cristicchi. Ma Cristicchi, per diverse ragioni, in questo Sanremo era un unicum.

I COMICI: 5

A Sanremo non possono mancare. Però da quanti anni funzionano come tappabuchi anziché eventi nell'evento? In realtà, di divertimento ne è circolato assai poco: risate a denti stretti, come nella Settimana Enigmistica. E quando un duo come Pio e Amedeo diventa il picco di una serata, è evidente che c'è qualcosa che non torna. Comico di professione sarebbe anche il conduttore, ma a questo giro non se n'è accorto nessuno.

I CONDUTTORI: 5

Qui c'è un fatto clamoroso: erano tre, un cantante, un attor comico e una ottima circense. Tre conduttori che non sapevano presentare e lo dicevano: dovete avere pazienza, stiamo imparando, è un esperimento. Sì, e i risultati sono lì: gaffe, tempi morti, un perenne senso di incertezza. Non tutta colpa loro, intendiamoci: se una con le potenzialità di Virginia Raffaele – si veda la riuscitissima carrellata di cantanti a metà dell'ultima serata - la ingabbi in dialoghi inconsistenti e sketch parrocchiali, resta poco da fare. Resta il fatto che l'idea di giocarsi due spalle digiune di conduzioni motivandola con l'esperimento, il tentativo, è assurda: tanto vero, che in altre occasioni la Raffaele il Festival lo salvava restando se stessa, nel suo ruolo. Sono errori che in Rai qualcuno dovrebbe pagare. Non c'è altro da dire, se non: trovatene in fretta uno vero, poi vedetevela voi con gli impresari collegati alla politica, con le logiche oscure, con quello che vi pare, ma trovatelo.

I TESTI: 0

Questa è la metastasi del Festival da troppi, troppi anni. I testi dovrebbero essere il sistema nervoso di un evento del genere, la sua struttura neuronale: diventano, puntualmente, una ischemia dietro l'altra, una strage neuronale. E sono lì in una pletora, e sarebbe interessante conoscere i criteri di arruolamento. Ma come fanno a non capirlo? O davvero pensano che quelli a casa, nel loro gusto bovino, possano trangugiare ogni genere di frattaglia?

L'ORGANIZZAZIONE: 4

A dir poco discutibile. Mai tanti problemi, a tutti i livelli: le dirette lardellate di guasti, la logistica complicata, gli spostamenti, gli accessi, le autorizzazioni, una rogna. Quel tipico modo di complicare tutto maledettamente e inutilmente che ricorda i regimi più ottusi. Chi scrive ha assistito a decine di scenate, di proteste, di polemiche verso interlocutori sordi, dispettosi, spesso maleducati. Solo un esempio: per ricavare un accesso specifico per i giornalisti, che comunque erano lì per lavorare e dovevano ogni volta sottoporsi a file chilometriche nella folla e quindi a controlli maniacali, ha dovuto protestare clamorosamente in sala stampa la veterana Marinella Venegoni: hanno provveduto solo il venerdì. Accessi blindati, difficoltà di ogni tipo per cambiare un pass, impuntature, incomunicabilità: pare ci fosse di mezzo un avvicendamento in certi uffici Rai: sta di fatto che tutti, qui, rimpiangevano la poltrona di prima.

Simone Cristicchi.

IL CONFLITTO DI INTERESSE: 10 E LODE

Un capolavoro. Quando uno vede Ligabue che duetta con Baglioni, e hanno lo stesso impresario, che è quello che ha per combinazione 10 artisti in gara e tutti gli ospiti, fino al corpo di ballo, non gli resta che levarsi il cappello. Anche perché il conflitto, agitato all'inizio con gran pianto e stridor di denti, si è presto normalizzato in un sublime, armonioso concerto. Il loro concerto. Chapeau!

I VINCITORI: 1 (su 3)

I vari premi della critica a Daniele Silvestri erano nell'aria; quelli per l'interpretazione e la composizione a Cristicchi, indiscutibile. La classifica finale è, in un preciso senso, lo specchio dell'Italia. Si diceva un tempo delle assunzioni in Rai: hanno preso due raccomandati e uno buono. Fortuna, ha vinto quello giusto: non il migliore in assoluto, ma almeno il migliore dei tre. Nota a margine: da tre anni vince un brano mosso, ritmato, in qualche modo eccentrico; ma Mahmood, che nel giro di 40 giorni passa dal vincere nei giovani a essere il vincitore tra i big, ha i numeri per durare più di chi l'ha preceduto. Il suo sguardo sbarrato quando gli dicono che ha vinto è un lampo che vale l'eternità di un Festival estenuante.

10 Febbraio Feb 2019 0220 10 febbraio 2019
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Correlati
Potresti esserti perso