Intervista Wim Wenders Papa Francesco Cinema

Intervista a Wim Wenders su cinema e spiritualità

Dallo stato di salute del cinema di oggi al docufilm che ha girato su papa Francesco, passando per 3D, musica e spiritualità. A tu per tu con il regista tedesco sul futuro della settima arte.

  • Giovanni Sorge
  • ...

Il suo primo documentario, a differenza dei successivi, aveva un esito certo e ineluttabile: la morte del protagonista. Sì, perché quando nel 1980 il 34enne Wim Wenders accettò di filmare e firmare quello che sarebbe diventato lo scioccante testamento di Nicholas Ray, non c’erano grandi mezzi e neppure una sceneggiatura, ma la sola certezza del cancro che stava dilaniando il regista, suo mentore e amico. Inno alla vita attraverso la sua negazione estrema, la quale paradossalmente più d’ogni altra cosa può darle un senso, Lightning Over Water - Lampi sull'acqua è rimasto un unicum nella storia del cinema. Che in un certo senso prefigurava, quasi 40 anni orsono, usi e abusi possibili del cosiddetto ‘tempo reale’, ormai ubiquo nella sua riproducibilità compulsiva.

Non mancarono le critiche, al presunto voyerismo dell’opera, straziante anche per lo stesso Wenders che difatti ne fuggì, affidando il montaggio a Peter Przygodda, per poi tornarci sopra, dopo Cannes e Venezia, rimontandola e accorciandola. Certo è che, sin dagli inizi, il tema della spiritualità informa la ricerca wendersiana, con una concretezza tutta sua, che ricorda l’anelito degli angeli ne Il cielo sopra Berlino (1987) i quali, anziché bearsi di un’algida, distaccata eternità, guardavano alle umane vicende con empatico trasporto. Del film che più lo rese celebre ha detto a Cannes un paio d’anni fa: «Col senno di poi, è sembrato come se gli angeli che ho ricercato ed evocato nel film mi avessero concesso una grande lezione sull’atto del vedere».

LA MACCHINA DA PRESA COME STRUMENTO DI RICERCA CREATIVA E SPIRITUALE

Abbandonata l’idea sacerdozio (e meno male: non sarebbero nati film quali Lo stato delle cose, Paris Texas, Lisbon Story, o Fino alla fine del mondo), Wenders ha fatto della macchina da presa lo strumento primo della propria quest, creativa e spirituale, riplasmando come pochi altri la fisionomia stessa del documentario (e sotto molti aspetti anche della fiction). Regalandoci, essenzialmente, veri e propri tributi che riflettono di volta in volta tappe di una passione, e direi anche compassione, incessante e poliedrica. Opere che aprono squarci su mondi e figure capaci di affinare e innalzare lo sguardo di chi le vede: basti pensare, ad esempio, a Buena Vista Social Club (1999) – una «fairy tale», come l’ha definita, che ha portato alla ribalta internazionale, a due anni dalla pubblicazione dell’omonimo album, l’ormai indimenticabile gruppo di musicisti cubani, a Pina (2011), il pionieristico omaggio in 3D alla coreografa Pina Bausch e al “teatrodanza” da lei concepito, o a Il sale della terra dedicato a Sebastião Salgado (2014): pellicola impreziosita dagli stupendi scatti del fotografo brasiliano che testimonia altresì il tragitto interiore di colui che, dopo aver documentato condizioni di lavoro fra le più disumane nel pianeta e le peggiori atrocità della guerra – fra cui quella genocida in Ruanda nel 1994 - non finiva, e c’è mancato poco, nel baratro della depressione, dello scoramento per un’umanità che mai impara dai propri errori e perciò sempre li ripete, ma sceglieva invece di tornare alla sua terra, in Brasile, e da lì ripartire, rimboscando ettari di terreno che si era desertificato (da quell’esperienza nacque una riserva naturale e l’Istituto Terra, che si occupa di riforestazione e protezione dell’ambiente).

IL FILM SU PAPA FRANCESCO, UN UNICUM NELLA STORIA DEL CINEMA

Da ultimo, l’anno scorso, è arrivato Un uomo di parola, il docufilm su papa Francesco, un lustro dopo la richiesta del Vaticano di pensare a un documentario sul pontefice da poco eletto, lasciando al regista carta bianca. Ne è nato un altro unicum nella storia della settima arte, anche per la scelta di indirizzare lo sguardo del papa, durante le quattro lunghe interviste con lui condotte, direttamente in telecamera, per dare il senso di un dialogo diretto con lo spettatore. Dopo quello della Berlinale nel 2015, Wim Wenders ha ricevuto lo scorso ottobre un premio alla carriera. A conferirglielo è stato lo Zurich Film Festival, una rassegna nata 14 anni fa che grazie a sponsor facoltosi, ma soprattutto a una programmazione oculata quanto smart, si sta profilando per la sua capacità di coniugare glamour e impegno sociale (tra i suoi partners c’è Amnesty international e Medici senza frontiere), richiamando nella maggiore città elvetica vip e celebrities, ma anche giovani filmmakers debuttanti (in quest’edizione sono stati presentati 160 film da 48 Paesi, dei quali 42 opere prime e 12 première mondiali).

Wenders ha voluto dedicare il premio alla carriera a Netflix e Amazon, con l’auspicio e l’invito che i loro film vadano anche nelle sale

Un’occasione, per Wenders, per raccontare qualche retroscena poco noto del suo percorso: ad esempio l’aver realizzato di voler davvero fare il regista solo dopo il quarto film «mentre a mia madre ce ne sono voluti 10 per rinunciare all’idea che diventassi medico; e per capire che questo è un mestiere vero…»). E per lanciare un appello a favore del cinema come esperienza condivisa, anziché consumata in solitaria. Per questo ha voluto dedicare il premio a Netflix e Amazon, con l’auspicio e l’invito che i loro film vadano anche nelle sale. Ricordando così il tema della prossimità che a suo giudizio sta al cuore del messaggio di papa Francesco, che considera «l’unica autorità morale» del nostro tempo, per il coraggio e la radicalità con cui incarna una Chiesa povera, ecumenica e anticapitalistica. Di questo, ma anche di 3D, tecnologia e spiritualità, e di come è cambiata la film industry abbiamo parlato con il regista il giorno della premiazione.

Wim Wenders.

DOMANDA: Che cosa ha significato per lei affiancare documentari alla fiction?
RISPOSTA:
Nei documentari trovo più libertà, maggiore senso di avventura. Lo scenario dei lungometraggi si è fatto ormai piuttosto prevedibile, più di quanto mi piaccia. La mia forza sta nel lavorare a film in cui si possa cambiare rotta, film senza sceneggiatura o senza gran parte di essa. Nella fiction oggi questo è diventato praticamente impossibile. Con i documentari invece si dà per scontato che il regista possa non sapere esattamente dove lo porterà la storia.

Da giovane voleva diventare sacerdote. Cosa le ha fatto cambiare idea?
L’arrivo dei film e del rock'n’roll nella mia vita. Una grande tentazione, giunta all’improvviso, a cui non ho resistito. Succedeva all’inizio degli Anni 60, l’epoca dei Beatles, di Bob Dylan... era la mia generazione - tra le mie canzoni preferite c’era proprio My generation degli Who - un’intera generazione che ha cercato di ridefinire i propri obiettivi, e così ho fatto anch’io. Ma non sono diventato ateo. Ho lasciato, sì, la Chiesa cattolica, nel 1968, da studente socialista. In seguito, alla fine degli Anni 80, sono rientrato nel grembo del Cristianesimo dall'altra porta, convertendomi al protestantesimo.

Per quale ragione?
Perché credo in Dio, non in una Chiesa. Mi sento un cristiano ecumenico. Ritengo che la religione organizzata crei parecchi problemi e impedisca a molti di entrare in contatto con Dio.

Secondo lei il cinema può assolvere a funzioni analoghe a quelle di una Chiesa?
Il cinema è uno strumento potente, di grande ricchezza, e riveste molteplici funzioni. Può, tra l’altro, fungere anche da Chiesa. Nel passato è successo di frequente. Alcuni dei miei registi preferiti, come Carl Theodor Dreyer, Robert Bresson o Andrei Tarkovsky, fanno un cinema spirituale: che resta, a tutt’oggi, una delle innumerevoli possibilità dell’arte cinematografica. I film possono essere qualsiasi cosa, possono parlare di tutto e devono anche continuare a farlo e a poterlo fare.

Come giudica oggi lo stato di salute del cinema?
Mi costerna molto il fatto che oggi, in modo strano, ha preso piede una definizione di cinema alquanto limitata, che lo riduce a mero intrattenimento. L’entertainment è senz’altro una funzione importante del cinema, di certo non la sola. Un film può fare molto di più. Può dirci che siamo capaci di essere migliori, e talvolta mostrarci un mondo migliore; o almeno la possibilità della libertà d’immaginare un mondo migliore. C’è chi ancora lo fa e vedo sempre più documentaristi convinti che il mondo si possa cambiare. Invece i film d’intrattenimento, in genere, non fanno che convalidare l’ineluttabilità di un mondo che va bene così com’è.

Per il suo ultimo film ha girato otto ore di intervista con il pontefice nel corso di ben due anni. Che impressione ne ha tratto?
Di una persona capace davvero di parlare a tutti. Papa Francesco non si rivolge esclusivamente ai cattolici e neppure ai soli cristiani. Parla a ognuno di noi, parla anche ai musulmani, e il suo miglior amico è un rabbino. Può suonare radicale, ma credo che questo papa rappresenti non tanto la Chiesa, ma le persone di buona volontà in un’accezione molto ampia. Credo stia cercando di promuovere la pace tra le religioni, perché alla fine non ce n’è mai stata molta, di pace, tra credi diversi. E penso sia questo uno dei compiti immani che sta cercando di affrontare. D’altronde, quale leader politico è stato sia al Muro del Pianto a Gerusalemme, sia al muro di divisione tra Israele e i territori palestinesi? Non lo fanno. Quest’uomo invece si reca ovunque vi sia dolore, dimostrando un coraggio straordinario.

Quanto il suo incontro con il papa la ha cambiata e come ha influito sulla sua fede?
In un certo senso ha cambiato il mio atteggiamento, perché ho realizzato che quest’uomo non ha paura. Non è solo coraggioso, è davvero completamente privo di paura. Rappresenta un esempio per tutti, a prescindere dalla professione di ciascuno; e per quanto mi riguarda ho anche capito che alcuni dei miei film erano stati guidati dalla paura di non poter fare questo o quest’altro… Mi ha insegnato a essere più convinto di me stesso.

La posizione del Papa è stata duramente criticata da frange conservatrici interne alla Chiesa, penso ad esempio alla corrente capeggiata dal cardinale ultraconservatore Leo Burke o a quella dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò (da non confondersi con monsignor Dario Edoardo Viganò, colui che contattò Wenders nel 2013 per il film sul pontefice, ndr), come pure da chi lo accusa di non fare abbastanza. Che cosa ne pensa?
A mio parere papa Francesco è un uomo di un’apertura incredibile. Penso che questo voglia anche dire tolleranza zero quando parla di pedofilia. Vuole trasformare una rigida organizzazione in qualcosa di trasparente. Ma gran parte della Chiesa si oppone alla trasparenza e all'apertura. Molti suoi critici sono persone che prima non amavano la sua politica. Mi pare che stiamo assistendo a una battaglia dalle dimensioni epocali, una delle più impressionanti del nostro tempo; contro quanti non vogliono accettare la Chiesa guidata dall'attuale papa, l'apertura e la tenerezza che rappresenta. Francesco rimane saldo, mantiene le proprie opinioni, ma combattere le forze conservatrici nelle sue fila da un lato e l'intero cosiddetto mondo liberale dall'altro rimane un’impresa estremamente difficile.

Lei è stato il primo, con Pina (2003) a realizzare un film interamente in 3D. C’è chi guarda al 3D come un’innovazione dalle grandi potenzialità che, insieme alle cosiddette virtual e augmented realities, fa parte di una sorta di ‘rivoluzione digital’ a cui molti ‘credono’ in modo quasi religioso. Lei come la vede?
Da sempre mi interessa tutto ciò che potenzia i nostri mezzi, il linguaggio e le opzioni che abbiamo per capire la realtà in cui viviamo. Ma parte della società contemporanea produce proprio quel che ci rende più soli, penso soprattutto ai cosiddetti social media, che sono tutt’altro che social(i). La nostra cultura digitale concorre a isolare le persone. Sono stato felice dell’arrivo del digitale come pure del 3D, ma non credo che la realtà virtuale o la augmented reality possano diventare strumenti narrativi. Penso afferiscano piuttosto all’area dell’intrattenimento, della distrazione. Con la realtà virtuale te la vedi da solo: puoi anche collidere con chi ti sta vicino, ma senza vederlo, il che è piuttosto triste.

La dipendenza digitale è una malattia perché ci isola e annulla la prossimità: fa scomparire il bisogno di incontrarsi

Più in particolare, qual è il suo giudizio sull'uso che si fa del 3D?
Credo sia stato un ampliamento fantastico del nostro vocabolario, e trovo piuttosto scandaloso per la storia del cinema che la film industry stessa abbia soppresso questo strumento straordinario, a cui non è stata data neppure la possibilità di dimostrare le sue potenzialità, potenzialità poetiche e sociali. Oggi il 3D è stato relegato esclusivamente ai film per bambini, ai film d’animazione o ai blockbusters d’azione. Lo si è tenuto deliberatamente distinto da ogni altro genere, circoscrivendone il territorio e impedendo qualsiasi interferenza con altri territori. Per uno dei mei ultimi film avevo pensato al 3D, ma non c’è stato verso di convincere gli attori, che erano comunque disposti a lavorare con me, o i loro agenti, in sostanza perché lo si ritiene un medium poco serio, utile solo a creare sensazionalismo. Sono stato l’ultimo dei mohicani, finché non ho capito che era una battaglia persa.

Questo cambiamento è avvenuto dopo Pina?
Dopo Pina pensavo che molti se ne sarebbero serviti. Il 3D è uno strumento straordinario per qualsiasi rappresentazione della natura; è favoloso per quanto riguarda l’architettura; e secondo me funziona anche per lo storytelling, perché ti coinvolge, ti fa immergere in una storia, attiva parti del cervello che partecipano all’esperienza molto più di quanto accade con lo schermo piatto. Insomma produce un’espansione a tutti gli effetti. Purtroppo non è andata così.

Quanto è potente il messaggio del papa nella nostra era digitale, di rapidi mutamenti? Può davvero raggiungerci?
Fra i messaggi che gli stanno più a cuore c’è quello che riguarda la vicinanza, la prossimità. Nella sua lingua si dice “cercanía”. Che la vicinanza reale, oggi, stia diventando un vero e proprio lusso fa parte delle malattie peggiori della nostra epoca. Una delle cose più straordinarie che ha detto il papa durante l'intervista è qualcosa, in fondo, di molto semplice. «Perdete tempo con i vostri figli?» era la sua domanda ricorrente ai genitori durante la confessione. Siamo di fronte a uno dei grandi problemi culturali e sociali del nostro tempo. La maggior parte dei miei amici ha figli. Sono diventato nonno anch'io e ne sono felice. Ma quanti giovani genitori mandano i loro bambini all’asilo per vederli solo al mattino e alla sera? Ci sono sempre meno i genitori capaci di ‘sprecare’ tempo con i propri figli.

E questo da cosa deriva a suo parere?
Credo sia dovuto, in misura non trascurabile, alla valanga digitale che ci sommerge quotidianamente. Siamo sovraccarichi di informazioni, dati e cose da fare contemporaneamente. Un bambino di due anni ormai sa usare lo smartphone meglio di me. Ma la dipendenza digitale è una malattia perché ci isola e annulla la prossimità: fa scomparire il bisogno di incontrarsi, di trascorrere del tempo insieme. Conosco tanti giovani che non hanno rispetto per le loro prime esperienze; preferiscono affidarsi a esperienze altrui, di seconda mano che ricavano dal piccolo schermo. Non so che cosa possa fare il papa rispetto a tutto ciò. Certo è che si tratta della grande sfida del nostro tempo, tornare alle esperienze dirette e riappropriarsi di un contatto reale con persone e cose.

Pare che, in media, i più tocchino la superficie dello smartphone migliaia di volte al giorno.
Già, e che fare se al cinema il tuo vicino continua a spedire messaggi? Sono mezzi di distrazione che finiscono per rendere molti incapaci di sedere e guardare, ad esempio, un film. La bellezza del cinema, come del teatro naturalmente, sta proprio nel condividere in tempo reale, è la condivisione dell’esperienza stessa di ascoltare insieme un pezzo musicale, una narrazione, e non dev’essere per forza una voce, può essere un flusso di immagini: è un’immersione comune. Molti hanno perso questa capacità. D’altronde i maggiori produttori ormai sono Netflix e Amazon: compagnie che dispongono di molti più mezzi di produzione dei vecchi studi cinematografici, e producono film che generano esperienze solitarie. Certo, puoi avere un bimer e invitare gli amici a casa, ma i più si guardano lo spettacolo da soli davanti al loro monitor. L’esperienza condivisa va scomparendo… per questo amo i festival cinematografici, e sono felice di essere al festival di Zurigo.

Quanto contano le domande e quanto le risposte nell’elaborazione dei suoi film?
Ogni mio film nasce da una domanda. E se trovo risposte o se, invece, la domanda permane, dipende dal processo che si è attivato, anzi fa parte di quello stesso processo. Può essere che arrivi una risposta, come pure che lo sviluppo sollevi nuovi interrogativi. E tutto ciò va seguito e fatto in modo tale da invogliare il pubblico a rimanere con te ‘scomparendo’ per 90 minuti o un paio d’ore. Oggi però il pubblico è abituato ad essere preso per mano.

A lei quali film piacciono come spettatore?
A me piacciono i film che lasciano più spazio tra le immagini e i dialoghi, così da poter sognare dentro di te. Amo l'idea di un cinema aperto che permetta a ciascun spettatore di crearsi – per così dire – il proprio film. Nella mia idea di cinema, il film esiste solo nella testa di chi lo vede ed è quindi sempre diverso. Penso inoltre che il cinema, in accordo con la sua stupenda visione originaria, faccia sognare, aiuti realmente a sognare. Mentre oggi i sogni sono perlopiù fabbricati. Leonard Cohen in Anthem canta: «C'è una breccia in ogni cosa / ed è da lì che entra la luce». Oggi molti film, soprattutto fiction, non lasciano aperta quella breccia. E non lasciano sognare.

Ci sono registi che a suo parere ancora lo fanno?
Oh, moltissimi… In Europa grandi registi si imbarcano ancora in lavori davvero avventurosi, e anche in America si vedono cose interessanti. Al festival [di Zurigo] ho appena visto Cold War di Pawel Pawlikowski: ottimo esempio di film realizzato nella migliore tradizione dello storytelling in una struttura aperta. Ma resta difficile competere con le grandi produzioni delle case prefabbricate, per così dire.

Il cambiamento a cui si riferisce può essere fatto risalire addirittura agli anni Ottanta e all’avvento dei blockbusters?
Risale a parecchi anni fa. Moltissimi film vengono ormai costruiti su - o si ispirano a – parti di altri film, le storie originali sono diventate l’eccezione. Tuttavia non mancano, anche qui, opere notevoli. Penso a Blade Runner (di Ridley Scott, ndr), uno dei miei film preferiti in assoluto. Ero molto preoccupato prima di andare a vedere il sequel, temendo fosse un disastro, come lo è la maggior parte dei sequel e remake. Invece Blade Runner 2049 ha superato ogni mia aspettativa: è una vera e propria storia contemporanea di science fiction, perché un film di fantascienza mette in scena quel che ci aspettiamo adesso accadrà nel futuro. Così i film fantascientifici contengono spesso osservazioni molto più accurate rispetto ai film sul presente: e quello di Denis Villeneuve ne è un esempio semplicemente grandioso. Le sorprese non mancano, insomma, benché la maggior parte dei film, oggi, si attenga a formule precise, mentre i documentari ne sono in buona misura dispensati – non intendo i classici documentari per la televisione, ma quelli che, esplorando di volta in volta un determinato soggetto, si immergono in un mondo a sé.

I lavori di Alex Gibney per esempio.
Ottimo esempio. Un grande autore e un buon amico (regista, fra l’altro, di Taxi to the Dark Side del 2009 e Going Clear: Scientology e la prigione della fede del 2015, e produttore di L'anima di un uomo, film del 2003 dello stesso Wenders, ndr).

A volte la colonna sonora funziona meglio del film: come è successo ad esempio con Until the End of the World

Che cosa a suo parere è maggiormente cambiato, oggi, rispetto agli Anni 70-80? Le passioni, le mode, il pubblico…
Il packaging. È il ‘confezionamento’ del business, dei prodotti, della moda ad essere cambiato: in una parola, è il business oggi a guidare le idee. Quando ho iniziato a fare film era il contrario, le idee guidavano il business.

Ed è questo che più le manca?
Quel che mi manca di più è che bisogna fare i conti non solo il concept del film, ma anche con il business plan; e lì ci deve entrare l’intero progetto. La colonna sonora dev’essere commercializzabile, tante piccole cose.

Lei è stato fra i primi, peraltro, a creare colonne sonore molto commercializzabili.
Lo sono state quando avevano senso all’interno del film… (ride, ndr). A volte la colonna sonora funziona meglio del film: come è successo ad esempio con Until the End of the World.

Ha funzionato meglio per lei o per il pubblico?
Era ancora un tempo di relativa libertà. Il film venne girato nel 1990 e costò 24 milioni di dollari del tempo, il che significò una gran libertà. Era un film d’autore, e probabilmente uno dei film d’autore più costosi mai realizzati. Altrettanto probabilmente fu quella una delle ultime volte in cui un regista poté disporre di tanta libertà.

Il tema del film si riconnette a quello di cui abbiamo parlato poco fa, i potenziamenti tecnologici, le tentazioni del virtuale.
È stato un tentativo di anticipare il futuro, sì.

E in un certo senso ci è riuscito.
Ha cercato di immaginare come si sarebbe evoluto il settore audiovisivo, ne è emerso un quadro che non mi pare poi così distante dalla nostra realtà quotidiana.

Gli somiglia parecchio.
Abbiamo persino inventato il motore di ricerca prima che chiunque ne parlasse!

Per concludere: a cosa sta lavorando attualmente?
​A un documentario sull'architetto svizzero Peter Zumthor: il suo lavoro, le sue opere e il suo metodo. Alla Biennale di Architettura di Venezia, nel 2016, abbiamo presentato un primo cortometraggio su di lui. È un progetto che sta prendendo forma lentamente e richiederà diversi anni. Nel frattempo, probabilmente, mi dedicherò anche ad altro.

17 Febbraio Feb 2019 1500 17 febbraio 2019
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Correlati
Potresti esserti perso