Moda Razzismo

Il problema della moda col razzismo (reale o percepito)

Cambia la mappa dei consumi. E con lei le sensibilità. Gucci e Prada corrono ai ripari con tavoli di lavoro "inclusivi". Riscrivere la storia non si può. Ma si può scrivere meglio il futuro.

  • ...

Se bastasse una sola canzone/a far piovere amore, un sacco di gente non starebbe misurando da una settimana i chilometri che separano il quartiere del Gratosoglio, periferia Sud di Milano, dal luogo imprecisato dell’Egitto dov’è nato il padre del vincitore del Festival di Sanremo, Alessandro Mahmood, un tipo che “voleva solo Soldi” e che se n’è andato lasciandolo da solo con la mamma di origine sarda, dunque una suddita dei Savoia e che in questo demenziale Google Map suprematista è un argomento a favore. Se, invece, la fisiognomica non fosse la para-disciplina di natura razzista che è, dunque passibile di ogni adattamento simbolico a seconda del momento e delle convenienze, Gucci non avrebbe dovuto ritirare un maglione passamontagna che alla comunità afroamericana ha ricordato il blackface, cioè la pratica offensiva dei bianchi di dipingersi la faccia di nero. Noi, che da questa parte dell’oceano non avevamo capito che si dovesse pensare malissimo di Al Jolson e del suo Cantante di jazz che aprì la storia del cinema al sonoro (vista con occhi europei è la storia di un profugo ashkenazita per non finire a cantare in sinagoga si tinge la faccia di nero e cerca fortuna nel luogo che ritiene più congeniale, cioè ad Harlem: pur forzata, ci pareva una ricerca di integrazione), abbiamo scoperto che per scioccare le audience americane non servono i monologhi della vagina, ma basta un maglione nero col collo a mezza faccia e un segno rosso attorno all’apertura della bocca.

ANCHE RIHANNA HA INDOSSATO IL CAPO "INCRIMINATO"

Quando l’avevo visto nella versione di una balaclava un anno fa alla sfilata, insieme con qualche altro centinaio di persone lì presenti più qualche altro milione collegato sui social, mi aveva ricordato le Brigate Rosse e, come diretta conseguenza, la certezza di non poterlo indossare, vista l’anagrafica che la mia associazione mentale inequivocabilmente denunciava. I giovanissimi avrebbero invece potuto trovarlo divertente, beati loro, e infatti Rihanna, paladina dei diritti black e titolare della linea di make up “inclusiva” Fenty Beauty, insomma una che avrebbe dovuto lanciare l’allarme al primo sospetto di non conformità del capo ai più rigidi dettami dell’inclusione, qualche mese dopo ne aveva indossato uno al Coachella. Nessuno, nemmeno i presunti diretti interessati, vi aveva ravvisato le stigmate del razzismo. La situazione si è ribaltata al momento della comparsa del maglione sul sito e sui social media, un anno dopo: ai pochi che hanno cercato di ricondurre la questione a un puro fatto di moda (ne citiamo due: “ehi, ragazzi, dopotutto è solo un fottuto maglione”; “non vi sembra di esagerare?”), dopo un presumibile check up al profilo per verificarne le credenziali etniche è stato intimato di tacere “in quanto bianchi”, dunque geneticamente e culturalmente impossibilitati a comprendere i risvolti offensivi di quel modello di maglione.

QUASI UNA DISCRIMINAZIONE AL CONTRARIO

Con quella bocca non puoi più dire ciò che vuoi. Non fosse per il pesante portato psicologico dell’affermazione, cioè per i sensi di colpa di cui l’Occidente va facendosi carico da una ventina d’anni senza azzardarsi a controbattere, cioè a promuovere finalmente un dibattito storico costruttivo, questa reazione potrebbe sembrare una discriminazione a contrariis. Tu hai il diritto di parlare, tu no perché il tuo trisavolo, forse, ha ucciso il mio. Eppure, l’interpretazione della storia non è mai statica, come osservava tempo fa lo studioso Robert Hughes. L’ultima parola non esiste. E, se fino a (quasi) tutto il Novecento, l’epica avanzata della “civiltà” contro la “barbarie” ha preso piede soprattutto a livello popolare, giustificando agli occhi delle masse la spoliazione e la riduzione in schiavitù di popoli interi, adesso si lavora alacremente alla costruzione del mito opposto, cioè alla demonizzazione del conquistatore e della sua memoria presso i suoi eredi, santificando le vittime.

TROVANO RAZZISMO E SESSISMO PURE IN SHAKESPEARE

Cristoforo Colombo è apparentato ad Adolf Hitler; a intervalli regolari qualcuno parla di epurare i testi di William Shakespeare dal sessismo e dal razzismo che conterrebbero, azzerando dunque secoli di sviluppo culturale che invece sono un bene prezioso da preservare e tramandare, a testimonianza dello sviluppo positivo delle sensibilità. Se non fossero mai esistiti Colombo con la fola dell’uovo e dei gioielli venduti della regina Isabella per finanziarlo (è una palla: se li era venduti anni prima per comprare dei cannoni), i popoli delle Americhe sarebbero vissuti in un paradiso incontaminato giungendo fino a noi con il simbolo del serpente piumato intatto? La congettura è, ovviamente, insensata, visto che entrambi i continenti sono stati invasi da più culture e, l’America del Nord in particolare, ha dato origine al famoso melting pot di cui ci siamo riempiti la bocca ammirati fino a tutti gli Anni 80; ma l’evidenza storica, per tornare a Hughes e alle ricerche effettuate negli ultimi decenni, dimostra che in fatto di crudeltà, torture, sessismo, riduzione in schiavitù dei nemici, sbeffeggiamento dei perdenti, le popolazioni autoctone delle Americhe non erano seconde a nessuno.

IL GIOCO DI DIVIDERE IL MONDO FRA BUONI E CATTIVI

I maya si estinsero per ragioni endogene, combattendosi l’un l’altro allo sfinimento, mentre gli aztechi erano il prodotto di una cultura messianica e imperialista così aggressiva e potente che ancora oggi, qui in Europa, ne prendiamo per buone le profezie sdilinquendoci in ammirazione. Dividere il mondo in buoni e cattivi assoluti è il gioco di questi ultimi anni, ma il pregiudizio vale solo nei confronti dei dominatori di un tempo al punto che, parlando con Dario Ballantini che porta all’Off/Off Theatre di Roma una rilettura di Ettore Petrolini, gli abbiamo domandato se di fosse sentito in dovere di cambiare qualcosa dei testi affrontati e lui ci ha risposto di no, perché mai. In effetti, le parole del grande drammaturgo sono tuttora modernissime e condivisibili, Salamini e Gastone e tutto il resto, non fosse per qualche lirica tipo Li magna sego che scrisse all’indirizzo degli austriaci con intenti chiaramente offensivi, benché quelli non dovettero aversene a male perché venne scritta attorno al 1918, cioè mentre ce le davamo di santa ragione sul Carso e dopotutto, che ci vuole a dare del grasso di maiale da candela a un crucco, tutti condividerebbero anche adesso e nessuno avrebbe da ridire. Discriminazione? Ma quando mai.

LA CORSA AI RIPARI DOPO LA FLAGELLAZIONE SOCIAL

Dopo qualche ora di flagello social, Gucci ha dunque tolto dal mercato il maglione, esattamente come ha fatto qualche mese prima Prada con un gadget da borsetta (le labbra del pupazzo erano state ritenute troppo rosse e tumide per non evocare i caratteri somatici africani a scopo di dileggio) ed H&M con una campagna per la linea bambino che però, in linea di massima, avrebbe potuto indispettire non solo quelle di origine africana, ma tutte le mamme del mondo (chiunque di noi ha dato della “scimmietta” con gioia divertita alla propria creatura, ma l’avesse fatto la vicina di passeggino ai giardinetti l’avremmo presa a mazzate). Oltre all’ordine di cancellare il maglione blackface dalla faccia della Terra, dal quartiere generale del brand Kering di via Mecenate, a Milano, è partito contestualmente un comunicato che sottolineava l’impegno del gruppo nel considerare “la diversità un valore fondamentale”: un messaggio che suonava al tempo stesso ridondante (le collezioni di Alessandro Michele hanno inaugurato un nuovo filone di studi sulla fluidità di genere) e riduttivo, perché per quanto si possano moltiplicare le voci negli uffici stile chieste a gran voce dai social, ingaggiare consulenti, valutare azioni pacificatrici, cospargersi il capo di cenere, ogni controversia, anche non scelleratamente autogenerata come quella di Stefano Gabbana sui “cinesi mangiacani”, troverà sempre un esercito di seguaci entusiasti per le ragioni più varie, ma anche e solo per farsi notare, sapendo di trovare terreno fertile.

E ALLORA I PENDENTI A CROCE CATTOLICA?

Nel cosiddetto mondo globale, dove l’Occidente si è trovato nella posizione obliqua di produttore di beni ancora desiderabili ma non più di egemone culturale, anzi sempre più spesso associato al Male, ogni manifestazione, ogni immagine, ogni sospiro è potenzialmente a rischio di boicottaggio economico e, Gucci non ce voglia se alziamo un’altra palla, stavamo giusto domandandoci perché mai nessuno abbia protestato contro i pendenti a croce cattolica fotografati in una delle ultime campagne pubblicitarie, come accadde una trentina di anni (fu uno dei primi casi) con la cover di Like a virgin di Madonna. Volendo prendere il numero di incidenti mediatici per presunta insensibilità alle istanze multiculturali che, nell’ultimo anno, hanno riguardato i settori più esposti, cioè la moda di alta gamma, il cinema e la musica, per incrociarlo con il tasso di aggressività e di egocentrismo che i social media hanno moltiplicato a dismisura e che rendono possibile a chiunque infliggere un danno di migliaia o milioni di dollari con un semplice post e vedere-l’effetto-che-fa, risulta facilmente comprensibile anche il motivo per il quale il ceo di Gucci Marco Bizzarri abbia annunciato il prossimo varo di una serie di sponsorship accademiche fra New York, Nairobi, Seul, Tokyo, Pechino per «facilitare l’ingresso di voci differenti all’interno nel nostro ufficio stile», e il gruppo Prada abbia annunciato la nomina della regista di Selma Ava DuVernay e dell’attivista Theaster Gate a presidenti del “Diversity and Inclusion Advisory Council” che, oltre a promuovere l’inserimento di “giovani studenti di colore nell’industria della moda” attraverso borse di studio e programmi di apprendistato, includerà nelle proprie strategie di sviluppo “le voci di accademici ed esperti culturali” scelti fra istituzioni di rilievo internazionale.

QUAL È IL PUNTO ZERO DEL POLITICAMENTE CORRETTO?

La stessa Miuccia Prada è intervenuta a enfatizzare l’aspetto più rilevante dell’iniziativa, e cioè la volontà del sistema della moda «che è riflesso del mondo in cui viviamo» e in particolare e come ovvio del suo gruppo, di «crescere non solo come azienda ma come singoli individui». Insomma, un autodafé in bella e dovuta forma, ma al tempo stesso un’apertura al confronto di cui ignorare i risvolti positivi e il potere di influenza su altri settori e altre voci sarebbe sbagliato: non si può riscrivere il passato in nome della parità dei diritti, ma si possono identificare storie che sono state distorte e ignorate e, naturalmente, scrivere il futuro secondo le nuove sensibilità, in modo corale. Ma se oggi inorridiamo, giustamente, davanti a una delle vignette con le “belle abissine” a seno nudo in vendita al mercato degli schiavi che la stampa di regime diffondeva negli Anni 30 (vi risparmio la didascalia), o se riteniamo ridicola, oltre che profondamente ingiuriosa, la fisiognomica dell’ebreo dal naso adunco, un’immagine che alcuni studiosi fanno risalire addirittura a un libro erariale inglese del 1223, l’Exchequer Receipt Roll, e da allora mai davvero dimenticata, resta da domandarsi non solo entro quali limiti possano spaziare la creatività, l’ironia e la satira, ma quale sia il punto zero del politicamente corretto anche nel prodotto altamente simbolico dell’abbigliamento.

CON ARMANI NON CI SI ACCORGE DELLE DIFFERENZE ETNICHE

Sporcarsi le mani affrontando temi sociali e politici scomodi, che è quanto fanno Gucci, Prada e, in misura diversa, Vivienne Westwood o Stella McCartney, espone inevitabilmente a rischi, come non accade invece a chi fa dell’abito un’espressione di estetica come Giorgio Armani che, pur non perdendo di vista la realtà sociale e l’evoluzione dei tempi, persegue scopi diversi rispetto alla volontà di incidere sui cambiamenti sociali. Le sue giacche esaltano la bellezza, i suoi abiti da sera accompagnano i movimenti, fluidificandoli in un sussurro di eleganza, ma non vi farà mai recapitare a casa un libretto di istruzioni sul rispetto della diversità di genere con tanto di disegni d’arte contemporanea a corredo come ha fatto Alessandro Michele. Guardate i suoi modelli in passerelle e non vi accorgete nemmeno delle differenze etniche, perché sono tutti, indistintamente, bellissimi (all’ultima sfilata Armani Privé una modella ha mostrato una schiena talmente perfetta da far ammutolire gli ospiti, e solo dopo esserci riavuti abbiamo pensato che sì, forse era di pelle ambrata). La bellezza ideale, perfetta, quella di cui tutti siamo abituati a riconoscere i codici, non ha colore e nasce in tutto il mondo. E, purtroppo, è l’espressione umana più ingiusta e discriminatoria che esista.

17 Febbraio Feb 2019 0900 17 febbraio 2019
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Correlati
Potresti esserti perso