Keith Flinn Morto Prodigy 2
Cultura e Spettacolo
4 Marzo Mar 2019 1337 04 marzo 2019

Keith Flint: se ne va l'icona di una generazione

Il frontman dei Prodigy si è tolto la vita a 49 anni. Con il suo gruppo aveva miscelato stili e generi diversi fino alla consacrazione del mercato generalista. 

  • ...

Ricomincia la Spoon River dei musicisti? A tradimento se ne va Mark Hollis portandosi via un pezzo di Anni 80, passano pochi giorni e lo segue Keith Flint, a nemmeno 50 anni e trascina in archivio i Prodigy e i Novanta più agitati, tachicardici. Trovato stecchito, per estrema decisione, nella sua casa nell'Essex, secondo la polizia senza presupposti sospetti. Flint era il tipo dall'aspetto inquietante, un elettro-punk, che aveva dato un volto a un gruppo la cui eredità si disperde nel futuro, perché il genere dei Prodigy, l'elettronica di consumo, il breakbeat, il ballabile di massa, per sua natura vive di un perenne, forsennato mutamento imposto dalle migliorie tecnologiche; la sua classicità sta nel continuo superamento di ciò che era. E i Prodigy, dopo 30 anni, secondo i critici più severi si erano ormai ridotti a un videogioco essi stessi, come risucchiati dalle ambientazioni sonore, ossessive, spiraliformi, di quei game che orchestravano.

LO SPARTIACQUE DI SMACK MY BITCH UP E FIRESTARTER

Eppure, di semi ne hanno gettati a piene mani. Uscivano dalla sbornia dell'acid-house inglese, sulla quale inserivano elementi tribali, rock, punk spalmati su tappeti hip-hop. A volte con risultati innovativi e potenti, in altri casi didascalici o manierati, comunque paradigmatici: tantissime sarebbero state le formazioni, assai più fruibili, determinate a collocarsi nella loro scia. Ma è chiaro che un gruppo di questo genere non poteva restare confinato tra playstation e console destinate a microcosmi giovanili che dopo un paio di stagioni sono già cresciuti, crisalidi uscite dal bozzolo: le sfuriate degli inizi, come è fatale, si arabescavano per i tanti rivoli delle sinuosità elettroniche, ritmiche, prima e dopo quella Firestarter e quella Smack my bitch up che si consacrano come il loro spartiacque, inni di schegge dalla techno in tutte le direzioni, la cui osticità non impediva una forte identificazione generazionale.

LA CONSACRAZIONE DEL MERCATO GENERALISTA

E il disco di riferimento, The fat of the land, si staglia come la pietra miliare in cui la sintesi tra jungle e punk trova uno sbocco verso un mercato generalista che li consacra: accuse scontate di svendita in saldo, di auto-cannibalismo, ma forse era il pubblico a essersi sintonizzato sulle vibrazioni, sempre piuttosto estreme, dei Prodigy. Poi, certo, si potranno fare i paragoni del caso coi Chemical Brothers, coi Daft Punk o Fatboy Slim, si potrà dire che in realtà non avevano inventato niente e frullato di tutto, che – con Simon Reynolds – avevano «ucciso il rave», ma se quella sottocultura si è poi diffusa con la sinuosità di un fiume carsico, lo deve in una misura non trascurabile all'influenza dei Prodigy.

Keith Flint con i Prodigy riuscì a miscelare sottogeneri fino alla consacrazione del mercato generalista.

KEITH DA BALLERINO A FRONTMAN

Keith Flint in quel gran casino c'era entrato da ballerino: uno dei tre, ma dopo qualche anno s'era scavato in un modo o nell'altro il ruolo del frontman, quello che consente una identificazione, una riconoscibilità. Elemento cruciale come non mai in una proposta che nella effervescenza elettronica, volatile, inafferrabile, trovava il proprio marchio di fabbrica. Come moltissimi della sua anagrafe artistica, ha avuto una carriera complicata, polverizzata tra casa madre, gruppi alternativi, dischi licenziati e subito abortiti.

Keith Flint da ballerino divenne frontman dei Prodigy cantando alcuni dei pezzi più ballati degli Anni 90.

UNA ICONA PIÙ RICONOSCIBILE CHE CONOSCIUTA

La sua stessa morte, per quanto se ne sa, non fa eccezione: confusa e complicata. «È arrivata una segnalazione, questa mattina intorno alle 8, a proposito della salute di un uomo». Niente di più vago, e quell'uomo era l'ancor giovane Flint e sulla sua salute non c'era più molto da chiedersi, né molto da fare. Anche l'indiscrezione che parla di suicidio resta da verificare, da confermare nei dettagli, nelle modalità e, se mai, nelle motivazioni. Certo, scompare un'icona, magari non planetaria. In queste ore i media, come presi alla sprovvista, sono avari di biografia, annaspano tutti nelle stesse, scarne note di repertorio: Flint era più visto che famoso, più riconoscibile che conosciuto. Chi non è corso su Wikipedia in questi minuti di necrologio? Ma anche lì, di materiale da saccheggiare ce n'è poco.

Eppure è stato un araldo, un portavoce di una transizione artistica continua, protratta quanto complessa, uno che addosso ha portato il fardello di un genere fatto di tanti sottogeneri, di una fase lunga, di una cultura parallela; è difficile immaginare ancora in giro i Prodigy senza il loro spiritato cantante dai ciuffi sparati come corna diaboliche e gli occhi bistrati pesante, che sembravano schizzare fuor dall'orbite, come la lingua col suo pungiglione. Quell'agitazione inglese, londinese, che nell'Essex, a un rave naturalmente, incontrava il suo destino nelle sembianze del dj Liam Howlett e tutto cominciava. E cominciava presto, a 20 anni, per finire troppo presto. Il cuore di Keith si è fermato come una pulsazione estenuata, giunta all'ultimo battito. Un big beat che si arrendeva.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Correlati
Potresti esserti perso