Leaving Neverland Recensione

Leaving Neverland, operazione miserabile dove nessuno è innocente

Un documentario cinico e di raro squallore dove Robson e Safechuck, con i loro sorrisi di circostanza e le memorie stucchevoli, superano di gran lunga la miseria umana che poteva nascondere Michael Jackson.

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La pedofilia della pedofilia, il voyeurismo allo specchio. Il bambino concupito da Michael Jackson, sul palco con lui, trent'anni dopo parla di se stesso con morbosità autoriferita e percepisci il losco, puoi quasi respirarlo nel suo darsi in pasto. Amore per i soldi? Inseguimento di una fama perduta? Ritorno alla dimensione onirica del piccolo clone a immagine e somiglianza del dio nei centri commerciali, nelle feste, vestito come lui, sgambettante come lui? Cavarci quel che ancora si può, visto che siamo diventati quello che siamo?

È difficile non essere cinici davanti a un'operazione come Leaving Neverland, perché Leaving Neverland è una operazione cinica – e non si dà minimamente la pena di nasconderlo. Da qualsiasi parte la guardi. Quella della divina popstar che fagocita bambini nel suo reame di Nessunaparte. Quella dei genitori che glieli lasciano, sapendo o almeno intuendo a cosa vanno incontro. Quella di questi bambini cresciuti, ma non abbastanza, ma non più, esattamente come il dio morto e allo stesso modo cresciuti un po' troppo, che inscenano il dolore e, già che ci sono...

I PUPILLI PENTITI WADE ROBSON E JAMES SAFECHUCK

«Michael chiamava dall'Australia, voleva mio figlio...». Il documentario, imbastito sulle rimembranze di questi due pupilli pentiti, e poi pentiti di essersi pentiti, e ancora pentiti dell'ultimo pentimento, Wade Robson e James Safechuck, con rispettive mami e papi, è di un raro squallore perfino per questi tempi decaduti che scorrono trent'anni dopo quelle prodezze. Squallido e noiosissimo, con quelle inquadrature fisse e gli effetti di luce scontati. Le foto d'epoca, gli spezzoni d'epoca, il feticismo delle brochure, delle giostre, dei giocattoli di Nessunaparte, le riflessioni del senno di poi, da abbecedario dell'ovvio, «a quell'età chiunque vuole sentirsi amato». Agli americani piacciono queste cose, l'orrore impacchettato nella Meraviglia, le vittime, povere vittime, che al momento giusto dicono scusate e si asciugano gli occhi con una smorfia e non si capisce bene se stanno piangendo o gli scappa da ridere. «Sono eterni bambini gli americani», diceva Albert Einstein, «e possono diventare pericolosi».

UN DOCUMENTARIO SQUALLIDO SENZA PROFONDITÀ NÉ ANALISI

A che serva, a che porti una roba del genere, a parte risucchiare una notorietà di risacca, con la mercede del caso, è difficile dirlo. Non c'è profondità, analisi, morale, non c'è neppure denuncia: c'è voyeurismo da un buco della serratura grande come l'insanità di chi ha messo insieme tutto questo. Chi ricorda. Chi racconta. Chi guarda. Dite che la figlia di Jackson, Paris, ha tentato di ammazzarsi per questo? Francamente pare un gesto spropositato per tanta risaputa pochezza. E qui, attenzione, nessuno sta difendendo l'idolo, il Lucifero caduto nella spirale di sé, di quel tagliarsi la faccia e chiudersi nelle camere iperbariche come un moderno vampiro, no, anzi diamo pure per scontato che dietro il fumo deve pur esserci l'arrosto, che un Peter Pan alienato, avvezzo a razzolare ragazzini da rinchiudere nel castello, qualcosa che non andava ce l'avesse.

Lo chiamavano: «Mio figlio vuole conoscerti». Lui, naturalmente, mandava subito una limousine. Chi adescava chi, in questa storia?

Anche se i tribunali l'avevano scagionato sulla base delle calunnie smontate, dell'avidità puntualmente sbugiardata dei suoi accusatori, del resto si sa come è la Giustizia, pensa solo a O.J. Simpson. Ma sì, mettiamoci pure che Michael pagava il silenzio e quando è morto non c'era più ragione per non mettersi a parlare. È che i protagonisti di questa necrofobia, con le loro acconciature e i sorrisi di circostanza, le memorie francamente stucchevoli al netto della egopornografia, superano di gran lunga la miseria umana che poteva nascondere il dio Michael. «A me non sembrava appropriato che mio figlio dormisse con lui... Però... Jimmy ha insistito tanto...». Quando si dice finire nelle fauci dell'orco, con un piccolo aiuto dai tuoi amici, anzi dalla tua mamma. Lo chiamavano: «Mio figlio vuole conoscerti». Lui, naturalmente, mandava subito una limousine. Chi adescava chi, in questa storia?

PIÙ CHE IL DOLORE PER GLI ABUSI, EMERGE LA NOSTALGIA DI UN SOGNO PERDUTO

Dal docusputtanamento vien fuori tutto quello che si sa, o si crede di sapere, o che si immagina su un “pedofilo”: la gentilezza melliflua, i modi insistenti, insinuanti, poi ossessivi, la progressiva discesa agli inferi della perversione, il contagio - «ero diventato come lui, ero lui» -, lo sfarzo indicibile, la bolla fatata: e allora? Se li portava in tour, li vestiva come lui, li faceva ballare come lui: poi se li faceva. E allora? E ancora: solo Jackson, nell'allegro circo perverso del pop-rock? E che cosa avrebbero da dire adesso questi due bellimbusti che si piangono letteralmente addosso, le loro mammine che si narrano, perché qui ciascuno parla di sé, col pretesto del caro estinto?

Più la faccenda scorre, lunghissima, estenuante, due ore, su due puntate in Italia trasmesse da La Nove, più non si ha la sensazione di un dolore sedimentato per gli abusi sui pargoli quanto per la nostalgia per una dimensione perduta, dove niente era normale e tutto valeva la pena. Poi arriva il giorno che Jackson si mette a giocare col sesso del fanciullo, «ed è cominciata così». E giù cateratte di particolari francamente evitabili, ma se li eviti che senso resta a una operazione come questa? Roba talmente esplicita, e insieme patetica, che se non ci fosse di mezzo, bene o male, la distruzione fisica e morale riferita di due infanti, verrebbe da chiosare Lino Banfi nei suoi momenti migliori: «A chièppe divarichète». Ed è forte la tentazione, perché Leaving Neverland ti rende cinico contro i cinici.

SUL CORPO DI JACKSON FIORISCE IL MERCATO DI MUSICA E PEDOFILIA

Tutto quello che puoi immaginare è vero, però non lo immagini perché ti vien servito tutto, ma proprio tutto, sul piatto d'argento della memoria di chi c'era e parla di chi non c'è più e non può rispondere. Anche se dalla Jackson Corporation fioccano le richieste di risarcimento, è un circo questa storia, un maledetto circo di richieste di risarcimento, di amichetti che salvano l'idolo prima di annientarlo, capovolgono le testimonianze assolutorie in atti d'accusa spietati urbi et orbi, orgie di ritrattazioni, speculazioni, azioni, reazioni, rivelazioni e nessuna pistola fumante, fumo sì, pistola lo dicono i i cari Jimmy e Wade, e i dischi tornano in classifica e Louis Vuitton cancella precipitevolissimevolmente una linea di vestiti dedicata a Jacko nel decennale della morte e gli esperti del linguaggio del corpo si scatenano e fiorisce un macabro merchandising di musica e pedofilia e tutti sono pronti a farci soldi.

Se per un attimo esci da questo allucinante racconto di Leaving Neverland e torni in te, ti riscopri a domandarti: ma cos'è 'sto schifo, ma cosa mai sto guardando? E ti fai un po' senso

Ah, l'America! Però se per un attimo esci da questo allucinante racconto di Leaving Neverland e torni in te, ti riscopri a domandarti: ma cos'è 'sto schifo, ma cosa mai sto guardando? E ti fai un po' senso e devi ricordarti che lo guardi per lavoro. Certo, a chi è sporco dentro un programma del genere lascerà grandi soddisfazioni. Ma in chi resta normale, deposita solo una profonda, desolata mestizia affogata nella noia, noia, noia, tutto il resto è noia in questa operazione miserabile dove nessuno è innocente ma forse, tutto considerato, chi è vivo e si racconta addosso lo è meno dell'idolo morto, è più repellente, è più mostro.

20 Marzo Mar 2019 1138 20 marzo 2019
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