Christian Rocca Chiudete Internet 1

Estratto di Chiudete Internet di Christian Rocca

L'autore punta il dito contro una società che vuole fare a meno della competenza e dell’esperienza. E contro l’idea che i social siano strumenti neutri e quindi non responsabili delle informazioni che veicolano.

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La rivoluzione digitale ha cambiato la nostra quotidianità, ha ridisegnato radicalmente il mondo che abitiamo, offrendo possibilità inaudite di sviluppo, di conoscenza e di divertimento. Allo stesso tempo, però, la promessa di nuova libertà si è rivelata campo di battaglia per altri monopoli, terreno fertile per interessi opachi, conflitti e forme crescenti di controllo e dispotismo. Osservatore entusiasta dei fenomeni della rivoluzione digitale riguardo all’avanzamento della libertà, alla riduzione della povertà globale e alla costruzione del mito dell’incontenibile progresso economico e tecnologico di questi anni, Christian Rocca con Chiudete Internet. Una modesta proposta (Marsilio, 12 euro) lancia un duro j’accuse contro la società che vuole fare a meno della competenza e dell’esperienza. A minacciare seriamente il mondo contemporaneo è l’idea che i social network siano strumenti neutri e quindi non responsabili delle informazioni che veicolano. In un pamphlet che è allo stesso tempo sfida ambiziosa e proposta provocatoria per rivendicare i nostri diritti di cittadini digitali, l’autore definisce la necessità e analizza i vari modi possibili di regolamentare le grandi piattaforme digitali. Altrimenti non ci saranno rimedi da opporre alla fine del mondo come lo conosciamo.

Lettera43.it ne pubblica un estratto.

Chiudete Internet, Marsilio, è l'ultimo libro di Christian Rocca.

IL RINCRETINIMENTO GENERALE

Un tempo eravamo tutti commissari tecnici della Nazionale e in giro non c’era essere umano di sesso maschile che non fosse convinto di saperne di più, molto di più, degli allenatori di calcio professionisti in fatto di tattica e di sistemi di gioco. Non è cambiato niente, va ancora così e in fondo andrebbe anche benissimo se solo ci limitassimo al calcio o ad altri deliziosi passatempi. Il punto è che ci siamo allargati. Siamo diventati anche un popolo di costituzionalisti, biologi, meteorologi, criminologi ed esperti di flussi migratori e di incentivi al lavoro e di mille altre discipline di cui non sappiamo nulla.

Ci siamo trasformati in una versione moderna del mussoliniano «un popolo di poeti di artisti di eroi di santi di pensatori di scienziati di navigatori di trasmigratori». Ma se quella era propaganda di regime, oggi pensiamo davvero di dover spiegare ai virologi come combattere la diffusione dei virus, agli ingegneri come costruire i ponti, agli jihadisti come interpretare gli hadith del Profeta e ai banchieri centrali i rudimenti di politica monetaria. Il risultato è una religione di tipo nuovo, social, la cui dottrina della fede prevede che i dati di fatto non contino, al contrario delle teorie della cospirazione. La colpa è di Internet.

Studiamo su Google, ci laureiamo su YouTube, ci specializziamo su Wikipedia, facciamo lezioni al mondo via Facebook, interroghiamo su Twitter e, per meritato contrappasso, subiamo la rivincita sociale di quelli che un tempo venivano derisi perché da ragazzini corroboravano le loro enormità con la prova regina del «me l’ha detto mio cugino». Internet è «mio cugino».

Siamo arrivati al punto che uno youtuber spieghi alla più grande storica di Roma antica, l’inglese Mary Beard, la composizione etnica dell’impero romano; o che il wikibiografo di Philip Roth pretenda di conoscere la genesi di un suo romanzo meglio dello stesso autore. E quando Roth ha provato a far cancellare la falsa informazione, Wikipedia ha risposto che sul suo romanzo, proprio perché ne è l’autore, Roth non è una fonte attendibile, ma solo un inaffidabile esperto, a differenza di un qualsiasi «nostro cugino». Da Wikipedia ai ministri dei cinque stelle prevale l’ottusità del «questo lo dice lei».

L’impazzimento generale nasce però da una formidabile idea, talmente accattivante che si fatica a rinunciarvi: tutto il sapere del mondo a portata di tutti; fine dell’ignoranza; progresso assicurato. Sono cose meravigliose, irrinunciabili. Purtroppo non è andata sempre così: con l’informazione circola anche la disinformazione e, inoltre, la possibilità di accedere in modo istantaneo a questa massa non filtrata di dati e di nozioni, oltre alle bufale, cancella quasi del tutto la capacità di selezionare, di valutare, di discernere. Cioè di conoscere. Il paradosso è che prevale l’ignoranza mista ad arroganza. Più precisamente, prevale il non sapere di non sapere.

Quando frequentavo le scuole medie mi chiedevo a che cosa servisse perdere sonno con la matematica visto che per fare di conto si usavano già le calcolatrici, ma allora non c’erano ancora le applicazioni pratiche di Mark Zuckerberg o di Larry Page a potermi aprire gli occhi. Poco male se non sono stato io a scrivere l’algoritmo di Facebook o di Google, ma il punto è un altro: se è vero che senza la matematica non c’è l’algoritmo e senza l’algoritmo non c’è la Silicon Valley, è altrettanto vero che senza studiare non si sa nulla e se non si sa nulla non ci può essere democrazia.

Quella che era solo una mia ingenuità adolescenziale è diventata un’ideologia che si è diffusa in tutta la società: che bisogno c’è di studiare, infatti, se posso controllare su Google? A che serve un oncologo se sui social dicono che posso prevenire il cancro usando un sapone a base di aloe? Perché devo comprare un giornale serio quando posso informarmi dai citizen journalists? Perché abbattere gli ulivi infettati dalla Xylella se nel blog di Beppe Grillo c’è scritto che è un complotto delle multinazionali? Che cosa me ne faccio dei vecchi riti della democrazia rappresentativa quando con un clic mi regalo un reddito di cittadinanza, la flat tax, il muro anti-immigrati e la pensione anticipata?

Viviamo in un «mondo privo di senno», ha scritto il giornalista americano Franklin Foer nel libro World Without Mind, diventato in italiano I nuovi poteri forti, ed è normale che senza un vaccino efficace contro i nuovi poteri forti digitali si rischi la catastrofe civile, in particolare in quei paesi, come il nostro, dove la scuola dell’obbligo degli ultimi decenni è stata concepita disinteressandosi della qualità dell’insegnamento e con l’obiettivo principale di assorbire occupazione. L’antidoto all’impazzimento generale non può che essere quello di regolamentare, ripensare, fermare Internet. Chiudere l’Internet così come lo conosciamo, salvando la straordinaria tecnologia di cui siamo tutti entusiasti.

La diagnosi perfetta sullo spirito del tempo digitale risale ai primi del Novecento e l’ho letta in esergo a un capitolo del saggio Il tramonto del liberalismo occidentale di Edward Luce: «La democrazia non è la moltiplicazione di opinioni ignoranti». Non c’è da aggiungere altro, se non che la frase è di Beatrice Webb, con due «b», mica con una sola. Chi è Beatrice Webb? Lo so che state cercando su Wikipedia, e va benissimo perché Wikipedia è uno strumento di consultazione utilissimo. Va solo preso con le molle, per evitare di trasformarsi in esperti caricaturali alla Bouvard e Pécuchet.

25 Marzo Mar 2019 1645 25 marzo 2019
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