Keith Richards Talk Is Cheap

Keith Richards torna con Talk is Cheap in versione deluxe

A distanza di 30 anni, viene ripubblicato l'album del chitarrista che segnò l'età più burrascosa dei Rolling Stones. Rock anarchico, pieno di brani picareschi. Un viaggio nel tempo. 

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Nel 1988 c'era la Terza guerra mondiale. Noi magari non ce n'eravamo accorti, anzi ci preparavamo all'epilogo della Guerra fredda, al crollo del muro di Berlino, ma Keith Richards, che per orizzonte ha sempre e solo avuto i Rolling Stones, così concepiva la situazione.

TALK IS CHEAP TORNA DOPO 30 ANNI

E gli Stones non c'erano più. E allora, per non morire o uccidere, lui s'era risolto a un passo che mai avrebbe voluto: un album solista. Nasceva così, per rabbia e per amore, Talk is Cheap, salutato come «lo spavaldo ritorno di Mr Richards», a detta di molti – non di chi scrive – il disco più bello dei tre licenziati in solitaria dal chitarrista, di certo il più sorprendente e anarchico: pieno di brani picareschi, di reimmersioni nella tradizione più spudorata, suonare per suonare, per tornare a sentirsi vivo. Oggi di quell'album meraviglioso esce la ristampa in formato deluxe, arricchita di sei brani finora rimasti nel cassetto, impreziosita da una confezione colma di memorabilia con tanto di libro di 80 pagine e le solite trovate che deliziano i completisti sordi alle proteste del portafoglio: la versione più costosa, con la custodia in frassino a forma di chitarra “Micawber”, una delle preferite di Keith, viaggia sui 150 euro.

La copertina di Talk is Cheap primo album solista di Keith Richards.

Centocinquanta euro per un disco di 30 anni fa. Con sei inediti, d'accordo, che non aggiungono granché alla fisionomia dell'album, mentre dicono molto di quell'approccio blues incondizionato, mai tradito da Richards: alcune tracce sono più che altro delle jam o somigliano a provini di pezzi sviluppati altrimenti, poi si contano due versioni fondenti degli standard Big Town Playboy, di Eddy Taylor, e My Baby di Jimmy Reed, ricamate dal pianoforte di Johnnie Johnson. Il tutto, naturalmente, rimasterizzato con le tecniche attuali, a cura di Steve Jordan, che negli X-Pensive Winos, il gruppo fondato ad hoc da Keef, era l'altra anima pensante.

Ed è, naturalmente, un gran bel sentire. È il rock, anzi il rock and roll, come sempre dovrebbe essere. Senza fronzoli ma con infinite sfumature di classe, tutte da delibare in cuffia. Non è esagerato sospettare che proprio questo “disco dei Rolling Stones senza i Rolling Stones” sia quello che ha salvato i Rolling Stones da una deflagrazione definitiva, irreversibile. Il gruppo ormai non esisteva più, distrutto dalla collisione dei due ego atomici, il suo e quello di Mick Jagger.

LE SCINTILLE TRA KEITH RICHARDS E MICK JAGGER

Già da anni le cose non giravano più come prima, Mick nel 1985 s'era permesso di uscire con un disco da solo, She's the boss, un pop rock commerciale che l'altro subito seppelliva sotto tonnellate di disprezzo: «Avesse cantato Mantovani, avrei capito: ma questa merda?». L'anno dopo il frontman tornava nei ranghi per l'irrisolto, ammalato Dirty Work, dove i due in studio si incontravano il meno possibile per non azzannarsi (e un'allusione vivida si sarebbe avuta col video del singolo One Hit: Jagger e Richards che si prendono a spinte, a calci); e quello sarebbe stato il secondo album di fila, dopo Undercover, a non accompagnare un giro di concerti. «Allora, Keith, partirete in tournée?». «Chiedi alla puttana!». Ma la «puttana» aveva altro per la testa e Richards lo sapeva: «Se si prova a partire senza di noi, gli taglio quella cazzo di gola». Jagger però non era tipo da spaventarsi per le affettuose minacce del suo peggior amico, e sarebbe effettivamente partito per conto suo, un anno dopo, a rimorchio del secondo e più mediocre album solista, Primitive Cool, assemblato con Dave Stewart degli Eurythmics. Un tour talmente fallimentare che finirà prima del previsto, con la scaletta piena per metà di hit degli Stones.

LA CRISI PIÙ PROFONDA DEI ROLLING STONES

Per i Rolling Stones, quella fu una crisi più profonda, più devastante perché, per la prima volta, non cadeva sui problemi di salute o di tenuta di qualcuno e invece scavava un solco, seminava la zizzania delle divergenze di sensibilità e di ambizione fra tutti quanti. Mentre Keith voleva difendersi dagli Anni 80 rinserrandosi nel fortilizio del rock and roll, come l'ultimo dei giapponesi, Jagger sceglieva di assecondare la tendenza: ora voleva produrre “musica per i giovani”, che è sempre sicuro sintomo di senilità incipiente. Gli Stones non hanno mai seguito la moda, l'hanno dettata. Adesso proprio Jagger, il frontman, si mette a inseguire Michael Jackson e Madonna, a competere con Boy George e Simon Le Bon, vuol dimostrare che anche da solista vale più di loro. Non ce ne sarebbe bisogno, non ha alcun senso, ma l'uomo è così, preda del suo ego sconfinato. Il gruppo implode ed esplode in un turbine di schegge. Charlie Watts, a 45 anni suonati raggiunge nel vortice dell'eroina Richards e Ron Wood, il quale, per buon peso, si abbandona a gozzoviglie eccessiva anche per un sacerdote dell'esagerazione come lui, e che lo porteranno sul crinale della morte (si salverà suonando in giro con Bo Diddley).

LA SQUADRA SCELTA DA KEITH

A Keith, traumatizzato e furibondo, in piena depressione, non resta che il fatalismo: sceglie di curarsi immergendosi come sempre nella musica, dapprima producendo Hail Hail Rock and Roll!, omaggio, su disco e sul palco, al vecchio maestro Chuck Berry, per il quale accetta con umiltà il ruolo del subalterno che non aveva mai concesso a nessuno, esponendosi alle persecuzioni del bisbetico vecchiaccio; quindi, realizzando «per non uscire pazzo» quel disco solista sempre vagheggiato e sempre rimandato, «perché sarebbe solo un altro disco dei Rolling Stones con me che canto». E infatti, Talk is Cheap è il disco più bello dei Rolling Stones da 16 anni a quella parte peccato soltanto che gli Stones non ci siano: Richards si affida a una masnada di esperti musicisti messi insieme per l'occasione: l'affilato e dinamico chitarrista Waddy Watchel, il polistrumentista Ivan Neville dei Neville Brothers, il “padrino del funkBootsy Collins, Steve Jordan dietro i tamburi, alternato a Charley Drayton che all'occorrenza copre anche il basso (tutti suonano tutto, qui dentro), c'è posto pure per la figlia di Rufus Thomas, Carla, in un duetto, e perfino per Patti Scialfa, la signora Springsteen, ai cori («No, Bruce non c'è, si è fatto vedere ma non c'entrava molto con questa cosa»).

UN ROCK SENZA COMPROMESSI

Tutte le declinazioni del rock su Talk Is Cheap sono felicemente sviscerate, spontanee, senza compromessi, e dal vivo, nel corso di un breve tour, verranno sviluppate in modo arrembante. Keith come musicista è ormai completamente ristabilito ed anzi sembra vivere qui, lontano dai Rolling Stones, una delle fasi migliori della sua parabola tecnica. E alla fine sarà proprio la riuscita dell'album di Keith a convincere l'amico Jagger, la “puttana”, che il gioco solitario è finito, che conviene tornare all'ovile: gli Stones sono fatti per il rock, quello vero, e tutti insieme. Mentre è ancora in tour con gli X-pensive Winos, Keith capta i segnali di fumo di Jagger: si riparte, e questa volta sarà tutto diverso. Con Steel Wheels, dell'anno seguente, si aprirà, incredibilmente, la più sontuosa, faraonica, lucrosa, clamorosa fase dei Rolling Stones dal vivo. Dura da 30 anni, dura ancora oggi, alla vigilia dell'ennesimo, forse ultimo tour americano, mentre tutti aspettiamo un nuovo album di inediti che manca ormai da 14 anni, un'epoca. Bè, non l'avevano sempre detto, che il tempo è dalla loro parte?

29 Marzo Mar 2019 1546 29 marzo 2019
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