Lingua Italiana Evoluzione Crusca

L'accademico della Crusca Patota spiega come cambia l'italiano

Al giorno d'oggi vince la lingua populista, aggressiva e violenta e ben più preoccupante dell’uso distorto del congiuntivo. Ne parla il linguista Giuseppe Patota con Enrico Cisnetto a Roma InConTra.

  • Marco Dipaola
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Bello e complesso. L’italiano, da molti considerata la lingua più bella del mondo, è oggi protagonista dell’ennesima evoluzione, vissuta in parallelo con quella dell’Italia, da cui assorbe vizi e virtù. È così che nasce l’italiano populista che Giuseppe Patota, linguista e accademico della Crusca, identifica nella linguaggio di Beppe Grillo e Matteo Salvini.

«Il loro italiano è fortemente violento», ha commentato ospite di Enrico Cisnetto a Roma InConTra, «aspetto ben più preoccupante rispetto alle tante altre sofferenze che patisce la nostra lingua, a partire dall’uso del congiuntivo». C’è da credergli, specie in rifermento all’asprezza delle parole e al vigore esasperato dei toni. D’altronde nell’epoca dell’abolizione della complessità (altro che povertà!) anche l’italiano ne risente, per esempio attraverso l’utilizzo di un numero limitato di vocaboli, circa 2 mila, sulle oltre 100 mila di cui è composto l’intero vocabolario.

IL CONGIUNTIVO E GLI STAFALCIONI DEI POLITICI ITALIANI

«L’italiano sta benissimo», consola ironicamente Patota, «stanno molto meno bene gli italiani che lo usano». A partire dai politici e dai loro strafalcioni grammaticali. Sarebbe troppo facile rimembrare ancora (che Silvia ci perdoni!) le memorabili performance di Antonio Razzi, la cui dimestichezza con la lingua natia è ampiamente inferiore rispetto a quella con il coreano, rigorosamente del Nord; o citare la gaffe del grillino Davide Tripiedi che in un suo discorso alla Camera premise di essere «breve e circonciso». Meglio allora lasciarsi guidare da Patota, che elenca a memoria i politici che di recente sono inciampati nella trappola linguisticamente più comune: il congiuntivo. Da Luigi Di Maio («i miracoli non li avrebbero mai raggiunti se non ci sarebbero stati») a Giuseppe Conte («non so perché i giornali scrivino»), fino a Nicola Zingaretti, col suo scivolone da neo-segretario del Pd, («quello che chiediamo è che i bandi non si interrompino…») come se cadere sul congiuntivo fosse una tappa forzata per chi aspira al governo del Paese.

Enrico Cisnetto e Giuseppe Patota.

Di fronte a questa fiera degli orrori quanto devono sembrar lontani a Patota i tempi del Rinascimento, della lingua di Niccolò Macchiavelli, Ludovico Ariosto e di Pietro Bembo, che definisce «il padre padrone della grammatica italiana, colui che per primo ha individuato nel fiorentino del Trecento il modello di lingua da seguire». Proprio a loro Patota ha dedicato la sua ultima fatica letteraria: La Grande Bellezza dell’italiano. Il rinascimento, edito da Laterza, seconda parte di un’indagine sulla nostra lingua cominciata con l’italiano di Dante, Petrarca e Boccaccio.

L'EVOLUZIONE DELLA LINGUA E IL RISCHIO DI DISTORCERLA

Eppure il linguista non è per nulla pessimista sulla tenuta della nostra lingua, tanto da consolarci persino sul congiuntivo: «Non è affatto morto! Siamo portati a crederlo perché alle orecchie di persone linguisticamente educate un congiuntivo sbagliato fa lo stesso effetto del gesso che scricchiola sulla lavagna. Così facciamo caso agli errori e non a tutti quei congiunti corretti che fortunatamente si continuano a operare». Magra consolazione, direbbero i duri e puri della lingua. «Scialla!», risponderebbero i sostenitori dell’apertura all’italiano libertino e aperto all’influenza del parlato. Di certo l’italiano evolve in continuazione, ed è difficile credere che qualsiasi tipo di conservatorismo lo possa bloccare. La speranza, allora, è che la nostra lingua sia più forte di coloro che la utilizzano in maniera distorta e che abbia in sé gli anticorpi necessari per resistere al populismo. In principio fu la lingua, poi una nazione ed infine un popolo. Quindi, letteralmente, prima l’italiano!

31 Marzo Mar 2019 1500 31 marzo 2019
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