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Mick Jagger e la condanna dell'immortalità

Dopo l'operazione al cuore pare quello di sempre e a luglio riprenderà coi Rolling Stones. Considerato vanesio, cascherino, fatuo, ha dimostrato di poter morire per la sua arte. Ma non date la sua eternità per scontata.

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Mick Jagger è come il Nuvolari di Lucio Dalla: «Ha 50 chili d'ossa, ha un fisico eccezionale».

Gli hanno sostituito una valvola, come alle automobili, e lui si è fatto una foto che non sembra neanche, sembra quello di sempre e a luglio riprenderà coi Rolling Stones il giro di concerti americani che ha dovuto sospendere alla vigilia, in aprile. E Mick non è come Keith Richards, che dopo aver rischiato di crepare ogni giorno, nei modi più fantasiosi, per mezzo secolo, si lascia crescere la panza e se sbaglia completamente un assolo ci ride sopra, in faccia a 100 mila persone, tanto sa che la sua leggenda ormai è inattaccabile. Mick deve essere sempre in forma, al massimo, se no non esce, non si esibisce. «Mi va ancora bene», ha commentato nel 2013, quando per un concerto ha riesumato la camicia sfoggiata nel 1969, al concerto di Hyde Park in memoria di Brian Jones appena affogato.

Tutti a un certo punto si sono lasciati andare, imbolsiti, spelacchiati, appesantiti. In varie forme hanno ceduto. Mick Jagger no

È giusto che un uomo di 76 anni si consumi ancora correndo e urlando come un pazzo per due ore ogni sera? E chi fa spettacolo lo sa, che solo un martire può reggere cinque o sei chilometri di corsa cantando a tutti polmoni in un microfono. È giusto, è normale? Sono domande che non si pongono, non nel caso di questo irripetibile, inquietante mostro di longevità e di accanimento artistico. Tutti, chi più chi meno, a un certo punto si sono lasciati andare, imbolsiti, spelacchiati, appesantiti. In varie forme hanno ceduto. Mick no. È sempre stato considerato vanesio, cascherino, fatuo, ma ha dimostrato di poter morire per la sua arte. Per quello che sa fare, che vuole fare, che è.

La prima foto pubblica di Mick Jagger dopo l'operazione al cuore.

JAGGER SEMPRE PROIETTATO SU UN FUTURO CHE NON GLI LASCIA SCAMPO

Mick Jagger è la regina delle superstar. Gira in jet personale, l'ultimo figlio lo ha fatto (per ora) due anni fa («Oh, Dio, fatti una vasectomia, vecchio porco!», ah, sempre il solito Keith). Ha una fidanzata 33enne (per ora), ma va con le ventenni. Ha un miliardo di dollari in tasca, e può capitare in qualsiasi posto del mondo e lo riconosceranno e non avrà bisogno di chiedere un tetto. Ha avuto una vita impossibile da vivere, da raccontare, da immaginare. Ma tutto questo è niente davanti al suo bisogno di esibirsi, di suonare il rock and roll. Essere Mick. Con la faccia consumata, la giacchetta di uno qualunque, e ancora e sempre il frontman più grande sulla terra.

Sempre proiettato, sparato sul domani, su un futuro che non gli lascia scampo, tra 10 mila progetti, imprese, impegni e su tutto sempre l'eterno ritorno dei Rolling Stones. È normale che un uomo a quasi 80 anni non senta il bisogno di tirare i remi in barca e di godersi, anche lui, la sua leggenda? Che continui a spaccarsi le coronarie in una vita da rockstar adolescente? Inutile chiederselo, inutile chiederglielo: è uno che non può essere altri che chi è, e chi è coincide con un miracolo perverso: condannato a cantare, a danzare oltre la sua vecchiezza, coi suoi 50 chili d'ossa.

ARTISTA, COMMERCIALISTA, ESPERTO DI COMUNICAZIONE E DI CULTURA POP

«Che barba, diventare vecchi!», cantava quasi 60 anni fa. Ha sconfitto anche quell'incubo, perché ormai, vecchio, non ci diventa più. È andato oltre, si è cambiato una valvola ed è pronto a ripartire. E in questa consacrazione di sé, in questo rischiare di morire sul palco, come Moliére, come qualsiasi istrione che si rispetti, sta la risposta a chi lo ha sempre sospettato di fare del rock un mestiere: «Sì, lo so cosa dicono tutti: Keith il cuore, Mick il calcolo. Ma anch'io ci metto cuore: perché tutto fili come deve, perché non è mica uno scherzo, sai, mandare avanti questa baraonda di disperati; se non ci sto io a controllare che tutto fili liscio, ci schiantiamo dopo due giorni». Mick artista, commercialista, esperto di comunicazione, studioso di cultura pop. Mick che ha insegnato al mondo come essere giovane, poi come essere una rockstar decadente, e infine come non invecchiare mai. E nessuno gliene rende merito, perché sembra a tutti – deve sembrare, sempre, a tutti – che la sua eternità sia scontata, sia non un dono di sé rivolto al mondo ma il contrario, un privilegio piovuto dal cielo.

I Rolling Stones in un concerto nel 2017.

Ha smesso di fumare nel 1977, circa, non, ovviamente, con “integratori” più sostanziosi, ma in quel suo personalissimo modo di reggere al tempo «che non aspetta nessuno», anche i vizi sono diventati una faccenda diversa da quella di una normale rockstar: più terapia, elisir di lunga vita, che modo debosciato, più o meno elegante, di buttarsi via. Adesso un altro tour (l'ultimo, naturalmente, come dal 1969), un disco nuovo, poi chissà. «Noi non chiuderemo come gli altri», ha bofonchiato Keith con la sua pancia e i suoi solchi impossibili. Sono gli stessi di Mick, però scavati in un modo diverso: quello per troppo sfasciarsi, questo per troppa salute. Ma sono ancora qui, intenti come sempre a superarsi, ciascuno a modo suo, per arrivare insieme fino al termine della vita. La nostra.

23 Aprile Apr 2019 1400 23 aprile 2019
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