The Voice 2019 Prima Puntata Recensione

The Voice of Italy? Un nonsense perpetuo di serie B

La prima puntata conferma che il talent Rai è il parente povero di X Factor, un fac simile un po' taroccato. Qualcosa che più lo segui e meno ci capisci e più ti chiedi: ma perché, Dio santo, perché?

  • ...

Mamma mia, che gran casino The Voice of Italy, il talent che vuol essere la risposta della Rai al più titolato X Factor ma affonda, come prima, più di prima, in un cafarnao di urli, di starnazzi, di grugniti gutturali dove nessuno capisce niente, salvo una cosa: che nessuno crede davvero in quello che fa, ovvero siamo qui per far soldi e non lo nascondiamo, anzi.

Il meccanismo, al di là degli arzigogoli, è ribaltato rispetto alla concorrenza, qui sono gli aspiranti che, in un modo o nell'altro, scelgono i coach i quali non si fanno scrupoli di sorta: «Vieni con me, che ti faccio vendere un mare di dischi, ti faccio ricca». Con allettamenti come questi, chi ha bisogno di proposte indecenti? E scatta il canaio a suon di strida, di cazzimme, che al confronto il mercato delle vacche è il Carlton di Londra. Ma perché, Dio santo, perché?

Morgan non può più cantare, è afono e i suoi conati mettono qualche angoscia

Morgan, che campa da una vita sulla fama di genio sciupato, non può più cantare, è afono e i suoi conati mettono qualche angoscia, sarà anche quello che “di musica ne sa” ma i suoi giudizi, le sue lusinghe a quindicenni perfettamente anonime, che non fanno niente di speciale, che non sono niente di che, coincidono regolarmente con quelli dell'ereditiera da corsa, Elettra Miura Lamborghini che sta qui perché sarebbe «a scommessa di Simona Ventura» e al suo attivo musicale ha una roba chiamata Pem pem. Morgan si agita al basso, dell'ereditiera trash le cose più espressive sono quelle due borracce in alta definizione, cazzimme urlanti e lei urla, urla sempre, sempre di più, sempre più a casaccio, urla «potere alle donne», «le donne fanno paura», ma no, a far paura se mai è una profetessa della riccanza che per tutta una puntata ripete sempre lo stesso nonsense.

SI CERCA L'EFFETTO D'URSO, SI COPIA X FACTOR, SI IMITA CATTELAN

Ecco, The Voice all'esordio questo suggerisce: un nonsense perpetuo, qualcosa che più lo segui e meno ci capisci e più ti chiedi: ma perché, Dio santo, perché? Gue Pequeno, con quel pigiama damascato, che fa il duro del Gratosoglio o del Giambellino ma un duro per dire, uno che non disturba, con la faccia di chi ha fatto i soldi e di più vuol farne e sarebbe disposto a tutto, a qualsiasi compromesso, a qualunque rinnegamento. Più inquietante, ma per davvero, è Gigi D'Alessio, quasi minaccioso, che guarda in tralice i concorrenti, parla con marcato accento e non ha niente, o forse troppo, del neomelodico bonario del lumpen immaginario. Quanto alla Simona Ventura, anche lei urla, sciala in banalità, sfarfalla per lo studio, lei non vuole essere un accessorio, una pianta ornamentale come l'omologo Alessandro Cattelan all'X Factor, però finisce per strafare senza fare.

Da sinistra, Gigi d'Alessio, Elttra Lamborghini, Simona Ventura, Carlo Freccero e Gue Pequegno.

C'è una ricerca dell'eccessivo, dell'improbabile, dell'effetto D'Urso, con cui non a caso è in gara di palinsesto, che nessuno si preoccupa di mascherare. Ci sono concorrenti fuori da ogni logica, uno, tutto alluttato, viene da Rovigo«ma quando non vengo da Rovigo vengo da un'altra parte»: dall'oltretomba, canta ai funerali, una prefica. C'è poca sostanza di talento e troppi illusioni e illusionisti, gente che ci prova senza nessun presupposto e, tutto sommato, senza nessuna pretesa: o la va o la spacca. Tanto, sembrano pensare insieme agli immancabili genitori, in orgasmo se ce l'hanno fatta quei quattro lì sulle poltrone... Beata speranza, ma questo The Voice è un gran bordello per ora senza fisionomia, dove tutto è eccessivo, rumoroso, emulativo: X Factor è tonante? Noi alziamo il volume, con meno mezzi, con zero idee, con le controfigure in tutto, ma ci proviamo, l'importante è esagerare. Solo che l'intento è talmente palese, e mal condotto, da risultare un po' patetico e un po' irritante: al miliardesimo «girl power» starnazzato, scusate, dall'ereditiera a volume da lobotomia, non ce la fai più e smetti anche di chiederti perché, Dio mio, ma perché?

UN PROGRAMMA TRASH E DI SERIE B SUL SERVIZIO PUBBLICO

Anche perché il perché, alla fine della fiera, arrivi a spiegartelo: questo è il modo che ha la Rai di reggere all'urto della concorrenza, questo è il modo in cui il servizio pubblico ha sempre risposto agli attacchi delle tivù commerciali fin dai primi Anni 80, fin dai tempi di Silvio Berlusconi che lo scioccava, ne svuotava la concessionaria di pubblicità Sipra, lo obbligava a darsi una mossa: al che la Rai non cercava di crearsi una fisionomia diversa, di mantenere uno stile riconoscibile, una misura istituzionale, se mai rinunciava, e non ha più smesso, a ogni senso del limite, inseguendo i competitori nel peggio e spesso riuscendo a superarli. Adesso c'è qui a RaiDue Carlo Freccero, che da quel tipo di televisione arriva, in fama di genio, anche lui, come Morgan, e chissà se The Voice sarà un exploit – quando si scava sotto il ground zero del trash tutto è possibile – o un altro flop della sua gestione transeunte, ma una cosa è certa, che The Voice si conferma il parente povero e caoticamente sguaiato di X Factor, un fac simile un po' taroccato, la dimostrazione che non basta imitare qualcosa, qualcuno per ottenere gli stessi risultati: rimane l'effetto serie B, quel mistero per cui o l'x factor ce l'hai o è inutile insistere, peggiori solo le cose.

24 Aprile Apr 2019 1431 24 aprile 2019
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Correlati
Potresti esserti perso