Poesie 25 Aprile Resistenza MILANO

Le poesie dedicate al 25 aprile e alla Resistenza

Da Pasolini a Calamandrei, passando per Pavese, Primo Levi, Quasimodo e Rodari: i versi scritti in ricordo della lotta partigiana e della Liberazione dal nazifascismo. 

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Nel 1952 l’ex-generale Albert Kesselring, che dal 1943 alla fine della Seconda guerra mondiale aveva assunto il comando supremo di tutte le forze tedesche in Italia, venne rilasciato per motivi di salute dal carcere dove stava scontando una pena all’ergastolo.

Nel 1947 un tribunale militare britannico in un processo celebrato a Venezia lo aveva riconosciuto tra i responsabili degli eccidi e delle rappresaglie naziste durante la guerra e lo aveva condannato alla fucilazione. La condanna capitale fu commutata in una pena detentiva. Ritornando in patria dopo pochi anni di prigione, Kesselring disse di non essere pentito di nulla e che anzi gli italiani avrebbero dovuto erigergli un monumento per come si era comportato durante il conflitto.

L'EPIGRAFE DI CALAMANDREI PER IL «CAMERATA KESSELRING»

Da questo episodio nasce una delle poesie oggi più celebri dedicate alla Resistenza italiana. È quella che scrisse il giurista antifascista Piero Calamandrei, il cui figlio Franco fu uno dei protagonisti della guerra di liberazione romana. La poesia è posta come epigrafe a un monumento eretto a Cuneo in memoria dell’avvocato partigiano Duccio Galiberti.

Piero Calamandrei (Firenze, 21 aprile 1889 – Firenze, 27 settembre 1956) è stato tra i fondatori del Partito d'Azione, di cui fu capogruppo all'Assemblea Costituente.

È la risposta al generale nazista: «Lo avrai camerata Kesselring/ il monumento che pretendi da noi italiani/ ma con che pietra si costruirà/ a deciderlo tocca a noi». È anche una celebrazione dello spirito e dell’orgoglio della lotta partigiana: «Volontari si adunarono/ per dignità e non per odio/ decisi a riscattare/ la vergogna e il terrore del mondo». E si conclude, sempre rivolgendosi al criminale di guerra tedesco, ribadendo i valori di coloro che scelsero di darsi alla macchia: «Su queste strade se vorrai tornare/ ai nostri posti ci ritroverai/ morti e vivi collo stesso impegno/ popolo serrato intorno al monumento/ che si chiama/ ora e sempre/ Resistenza».

Pier Paolo Pasolini (Bologna, 5 marzo 1922 – Roma, 2 novembre 1975).

La lotta partigiana e il suo ricordo non sono celebrate solo attraverso romanzi, memorialistica e saggi storici, ma anche da una produzione poetica forse non estesissima, ma di grande impatto e che contribuisce a costruire una memoria collettiva e individuale estremamente autentica di quel periodo.

L'AMBIVALENZA DI PIER PAOLO PASOLINI

Pier Paolo Pasolini non fu un resistente, ma il fratello minore Guido, membro delle Brigate Osoppo con il nome di battaglia di Ermes, morì a 19 anni nella faida tra fazioni partigiane che aveva dato origine all’eccidio di Porzus. Questo portò lo scrittore a un atteggiamento di forte ambivalenza nei confronti della lotta di liberazione espressa nelle poesie La Resistenza e la sua luce e Lacrime. Da «memorabile coscienza di sole», la ribellione divenne un sogno tradito: «Il doloroso stupore/ di sapere che tutta quella luce, per cui vivemmo/, fu soltanto un sogno ingiustificato,/ inoggettivo, fonte ora di solitarie,/ vergognose lacrime».

IL RICORDO DI FRANCO FORTINI

Franco Fortini fu resistente e partecipò alla Repubblica Partigiana dell'Ossola che nel 1944 strappò per 40 giorni ai fascisti un pezzo di Nord Italia. Nella poesia Valdossola ricorda la tragica attesa di un distaccamento partigiano ormai sopraffatto dall’amara consapevolezza della fine: «Qui siamo giunti/ siamo gli ultimi noi/ questo silenzio che cosa./ Verranno ora/ verranno». Nella poesia del 1947 Quel giovane tedesco, il suo sguardo si posava anche sul nemico che moriva «solo» e «senza lamenti/ la fronte sul marciapiede». Lo spirito della lotta partigiana era riassunto nei versi del Canto degli ultimi partigiani: «Il nostro cuore non è più d’uomini./ Ma noi s’è letta negli occhi dei morti/ E sulla terra faremo libertà/ Ma l’hanno stretta i pugni dei morti/ La giustizia che si farà».

Franco Fortini ((Firenze, 10 settembre 1917 – Milano, 28 novembre 1994) partecipò alla Repubblica Partigiana dell'Ossola che nel 1944 strappò per 40 giorni ai fascisti un pezzo di nord Italia.

I MORTI DELLA RESISTENZA CANTATI DA UNGARETTI

Il poeta soldato della Grande Guerra Giuseppe Ungaretti, che pure aveva aderito apertamente al fascismo, scrisse negli anni del secondo conflitto mondiale Per i morti della Resistenza: «Qui vivono per sempre/ gli occhi che furono chiusi alla luce/ perché tutti li avessero aperti/ per sempre alla luce». Il poeta e giornalista Alfonso Gatto, resistente e antifascista della prima ora arrestato a Milano come oppositore già nel 1936, ricordava la gioia della liberazione nei versi di 25 Aprile: «E fummo vivi, insorti con il taglio/ ridente della bocca, pieni gli occhi/ piena la mano nel suo pugno: il cuore/ d’improvviso c’apparve in mezzo al petto».

Primo Levi (Torino, 31 luglio 1919 – Torino, 11 aprile 1987) fu partigiano e deportato ad Auschwitz.

LA MEMORIA DI PRIMO LEVI

Il tema della memoria fu uno dei più cari al partigiano e reduce di Auschwitz Primo Levi che scrisse la poesia Partigia nel 1981: «Dove siete, partigia di tutte le valli,/ Tarzan, Riccio, Sparviero, Saetta, Ulisse?/ Molti dormono in tombe decorose,/ quelli che restano hanno i capelli bianchi/ e raccontano ai figli dei figli come,/ al tempo remoto delle certezze,/ hanno rotto l'assedio dei tedeschi/ là dove adesso sale la seggiovia».

I SOGNI DEL VECCHIO PARTIGIANO DI TAJETTI

Il ricordo delle speranze e del sacrificio della lotta di liberazione compaiono nei versi di Vecchio Partigiano di Pietro Tajetti, membro della Brigata Matteotti di Milano: «Qualcuno voleva impedirti/ che altri uomini, altre donne, altri bambini/ vivessero in un mondo diverso/ fatto di lavoro, di benessere, di felicità/ non so se oggi si possa dire/ che tutto si sia realizzato,/ ma i sogni restano/ e quelli nessuno potrà toglierteli/ vecchio partigiano». Giuseppe “Pino” Bartoli ufficiale della formazione partigiana Silvio Corbari in Romagna ha dedicato diverse liriche alla sua esperienza; una delle più celebri è un ricordo del giorno della liberazione che si conclude con questi versi: «E sui monti che videro il nostro passo/ colmo di lacrime e fatica/ non resti dissecato/ quel fiore che si nutrì di sangue/ e di rugiada in un aprile stupendo/ quando il mondo trattenne il respiro/ davanti al vento della libertà/ portato dai figli della Resistenza».

Gianni Rodari (Omegna, 23 ottobre 1920 – Roma, 14 aprile 1980). Fu partigiano della 121esima brigata Garibaldi di Gavirate.

GIANNI RODARI PER I COMPAGNI FRATELLI CERVI

Di Gianni Rodari si ricorda soprattutto la sua attività come scrittore per ragazzi, ma fu uomo di impegno civile e politico. Partigiano della 121esima brigata Garibaldi di Gavirate dedicò diverse poesie alla resistenza da Compagni fratelli Cervi a La madre del partigiano («Sulla neve bianca bianca/ c’è una macchia color vermiglio;/ è il sangue, il sangue di mio figlio,/morto per la libertà»). La morte di un partigiano è al centro di un’altra poesia, Non piangere, di uno scrittore che appoggiò la resistenza, Giorgio Bassani: «Non piangere/ Non piangere, compagno,/ se m’hai trovato qui steso./ Vedi, non ho più peso/ in me di sangue. Mi lagno/ di quest’ombra che mi sale/ dal ventre pallido al cuore,/ inaridito fiore/ d’indifferenza mortale».

L'APPELLO DI SALVATORE QUASIMODO

La guerra segnò profondamente l’opera poetica del Nobel Salvatore Quasimodo che dedicherà al conflitto alcune poesie in cui l’orrore è unito alla profonda crisi del poeta di fronte al silenzio imposto dalla violenza. L’ammirazione per il sacrificio dei giovani che si erano dedicati alla lotta di liberazione è testimoniato in particolare nell’epigrafe che realizzò per il monumento (opera di Giacomo Manzù) che commemora i partigiani di Valenza: «Non maledire eterno straniero nella tua patria/ e tu saluta amico della libertà/ il loro sangue è ancora fresco,/ silenzioso il suo frutto./ Gli eroi sono diventati uomini,/ fortuna per la civiltà/ di questi uomini/ non resti mai povera l'Italia».

Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo, 9 settembre 1908 – Torino, 27 agosto 1950) dedicò ai partigiani la poesia “Tu non sai le colline”.

LE COLLINE DI CESARE PAVESE

Cesare Pavese dedicò ai partigiani nel 1945 la poesia Tu non sai le colline: «Tu non sai le colline/ Tu non sai le colline/ dove si è sparso il sangue./ Tutti quanti fuggimmo/ tutti quanti gettammo/ l’arma e il nome. Una donna/ ci guardava fuggire./ Uno solo di noi/ si fermò a pugno chiuso,/ vide il cielo vuoto,/ chinò il capo e morì/ sotto il muro, tacendo./ Ora è un cencio di sangue/ e il suo nome. Una donna/ ci aspetta alle colline». Davide Laojolo, nome di battaglia “Ulisse”, fu amico di Pavese e suo collega per qualche tempo dopo la guerra nella redazione piemontese dell’Unità. Fu per sua stessa ammissione un “voltagabbana”. Fascista fino al 1943, decise di passare alla lotta armata contro i nazifascisti. Raccontò la sua esperienza in alcune poesie combattive come Rastrellamento («Gli uomini fuggiti nei boschi/ scavano le tane/ nel silenzio implacabile/ covano la vendetta») e Il nemico è vivo («Il nemico è vivo/ ancora vivo/ per la vendetta/ di domani»).

L'ECCIDIO DI PIASSA LURET NEGLI OCCHI DI FRANCO LOI

Il poeta milanese Franco Loi fu testimone, da ragazzo, dell’eccidio di piazzale Loreto dell’agosto 1944, quando vennero fucilati per rappresaglia 15 partigiani e i loro cadaveri lasciati sul marciapiede. Scrisse poi la poesia dialettale Piassa Luret, serva del Titanus (Piazza Loreto, dominata dal Titanus). Il Titanus era l’imponente albergo che si affacciava sulla piazza milanese e che era stato requisito dai tedeschi. Il poeta nei suoi versi non racconta la strage, ma l’orrore dell’esibizione dei corpi e il clima di intimidazione dei fascisti. «Una donna che era davanti a me», ha ricordato Loi in una recente intervista al quotidiano milanese Il Giorno, «vestita dimessamente con un fazzoletto in testa, pronunciò, lo ricordo ancora, solo poche parole: "Pôr fjö", poveri ragazzi; un milite la guardò negli occhi e disse: “Che cosa hai detto? Se lo ripeti ti faccio fare la fine di quei banditi”, e sputò verso i cadaveri». Uno dei partigiani uccisi era il padre del migliore amico di Loi. In piazzale Loreto si consumerà l’ultimo atto del fascismo e i cadaveri di Mussolini, Claretta Petacci e di altri gerarchi subiranno la stessa profanazione riservata ai partigiani.

25 Aprile Apr 2019 0630 25 aprile 2019
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