Intellettuale Collettivo Gramsci Saviano Cultura

La scomparsa dell'intellettuale collettivo e il disprezzo della cultura

Le élite di pensiero non fanno più gruppo. Non sono più un insieme che si confronta e si contamina. Chi è solo anche se popolare, come Saviano, può essere un faro ma non fa scuola. E perde la sua funzione civile. 

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«Quando sento la parola cultura metto mano alla pistola». Non siamo (ancora e per fortuna) al punto evocato da questa citazione attribuita – erroneamente - a Gobbels. Però come ha spiegato bene Irvin D.Yalom in Problema Spinoza oggi come ieri il disprezzo per la cultura e gli intellettuali cresce contestualmente all’emergere dei movimenti di estrema destra. Quanto più si diffonde un sentimento che si richiama al nesso «comunità, popolo e nazione», oggi riassunto nell’espressione “sovranismo”, tanto più intellettualità e pensiero critico diventano oggetto di sarcasmo e derisione.

Due le definizioni che si sono imposte a livello massmediale e nel dibattito politico: "professoroni" e “intellettuali radical chic”, identificati come figure iperboree, lontane dai problemi della gente, che pontificano seduti nei salotti o nelle terrazze delle loro belle case dei centri storici. Ovviamente, come in tutti gli stereotipi, c’è qualche elemento di vero, ma la realtà degli intellettuali, che oggi non sono più élite, anche numericamente, è ben diversa. Dagli insegnanti a tutto il personale pubblico ma anche privato che lavora in istituzioni culturali, biblioteche, fondazioni, gallerie d’arte, per non parlare dei nuovi lavoratori del web che producono contenuti e immagini per blog, aziende, media company, siamo di fronte a milioni di persone che vivono, più poveramente che riccamente, di un lavoro intellettuale.

STIPENDI CHIC MA SCARSA CULTURA

Il punto però non è disquisire di un fenomeno in realtà inesistente ("intellettuali con il Rolex" o la borsa di Gucci), oppure rovesciare l’accusa di radicalismo chic a chi la evoca in continuazione, segnatamente il vicepremier Matteo Salvini (come fa per esempio Giacomo Papi nel suo recente romanzo Il censimento dei radical chic), giusto per evocare il nome di un primo fra i tanti, in gran parte seduti in parlamento, soprattutto leghisti e pentastellati, che hanno stipendi molto chic, ma che, con rare eccezioni, sono intellettualmente e culturalmente scarsi.

Dopo la morte di Pasolini, la comunanza intellettuale cominciò a venire meno. Nello stesso tempo in cui si affermava la cultura di mercato

Il problema che qui interessa è la scomparsa dell’intellettuale collettivo, per evocare la nota categoria gramsciana. Ovvero il fatto drammatico che gli intellettuali e soprattutto le élite di pensiero non facciano più gruppo. Non siano più un insieme pensante che si confronta; saperi e competenze che si contaminano; volontà e desiderio di dare vita a progetti collettivi, a movimenti artistici o letterari, a nuove imprese editoriali o giornalistiche.

LA CULLA DELLA SINISTRA

L‘intellettuale collettivo che evocava Antonio Gramsci ha avuto in Italia la sua massima espressione nel Partito comunista, a partire dagli Anni 50 sino alla fine degli Anni 70. Da Renato Guttuso e Elio Vittorini a Emilio Sereni e Luciano Berio, da Giovanni Giudici e Paolo Volponi a Ettore Scola, per fare solo alcuni nomi, non c’è stata battaglia politica che non sia stata anche una battaglia culturale, combattuta dai personaggi più in vista della letteratura, musica e arte italiana. La meglio cultura nazionale stava tutta a sinistra: da Pier Paolo Pasolini a Umberto Eco, da Alberto Moravia a Enrico Baj gli orizzonti e l’impegno erano politici, di segno progressista e sintonizzati con le idee, gli orientamenti e il dibattito internazionali. Insomma: gli intellettuali erano molto rispettati, soprattutto dai politici.

DAL CAFFÈ LETTERARIO AL SALOTTO TELEVISIVO

Recentemente su RaiTre Dacia Maraini ha ricordato i tempi in cui si ritrovava al Caffè Rosati di Roma con Moravia, Pasolini, Bernardo Bertolucci e altri artisti e scrittori. Erano frequentazioni quasi quotidiane e si interruppero con la morte di Pasolini. Da quel momento, ma un po’ in tutt’Italia e in modo visibile con gli Anni 80, la comunanza intellettuale cominciò a venire meno, nello stesso tempo in cui si affermava la cultura di mercato e i salotti televisivi, anziché le biblioteche e i caffè letterari, diventavano i luoghi ambiti dell’intellettualità più in vista.

L'EPOCA DELL'INTELLETTUALE CATODICO

Che fosse il Processo del Lunedì, dove Carmelo Bene nobilitava le sgarruppate di Aldo Biscardi, o il Maurizio Costanzo Show con il duo Alberoni-Ferrarotti, ovvero il Bartali e il Coppi della sociologia nazionale, l’intellettuale catodico diventava la classica ciliegia. Una presenza che nobilitava una programmazione vieppiù commerciale e involgarita. Che trasformava il pensatore, lo scrittore, l’artista in una star dello showbiz, allontanandolo però dal gruppo dei pari. Distogliendolo non tanto dalle biblioteche e aule universitarie, ma invece dai luoghi di incontro informale che si realizzavano nelle manifestazioni politiche, nelle sezioni del partito, nei bar e caffè.

L'ESPERIENZA DEL GRUPPO 63

Per trovare un gruppo che ha prodotto un vero mutamento culturale bisogna risalire al Gruppo 63, costituito da una cinquantina di scrittori e critici fra cui Umberto Eco, Nanni Balestrini, Alfredo Giuliani, Angelo Guglielmi (del quale è appena uscita la raccolta Sfido a riconoscermi). E che è nei caffè e bar come il Jamaica a Milano, nel cuore di Brera, dove negli anni del boom si ritrovavano il pittore Lucio Fontana, gli scrittori Dino Buzzati e Luciano Bianciardi, il fotografo Mario Dondero, che gli intellettuali sono diventati un ceto rispettato e riverito. Soprattutto dalla politica e dai politici.

Un intellettuale da solo non fa scuola e diventa facile bersaglio dei populisti, schierati dalla parte dello “strapaese” che, come già all’epoca fascista, si compiace perfino della propria ignoranza

L'INTELLETTUALE SE SOLO ABDICA ALLA SUA FUNZIONE CIVILE

Anche retrospettivamente, e non solo pensando al presente, è certo che l’intellettuale nel momento in cui cessa di essere collettivo, di spendersi per cause o idee di cambiamento o protesta, e diventa, anche suo malgrado, solitario, viene meno a una funzione civile. Privato del gruppo, dunque della possibilità di confronto e apertura a nuove idee, si dimette dal ruolo di guida e opinion leader. Un intellettuale da solo, anche se popolare, per le sue battaglie e denunce (come Roberto Saviano), non produce innovazione, né sociale né culturale. Può essere un faro ma non fa scuola. Non fa massa critica e diventa anche facile bersaglio dei populisti, schierati dalla parte del "buon senso", delle "cose semplici" e facili da capire. Dello “strapaese” che, come già all’epoca del ventennio fascista, irride chi propone pensieri arditi e si compiace perfino della propria ignoranza.

LE SFUMATURE DI «CON LA CULTURA NON SI MANGIA»

Evocando la sottosegretaria ai Beni cultura Lucia Borgonzoni, che si è pubblicamente vantata di non aver letto un libro negli ultimi due anni, faremmo però torto a una verità che riguarda sinistra e destra allo stesso modo e non è prodotto esclusivo del sovranismo. Perché pure Paolo Gentiloni, da premier che era nel 2017, dichiarò candidamente che «non c’è tempo di leggere libri a Palazzo Chigi». Incorrendo così nella vibrante protesta e lettera aperta ai giornali dell’editore Laterza. Nondimeno va ricordata la famosa frase che il ministro delle Finanze Giulio Tremonti pronunciò a sostegno dei tagli di bilancio a scuola e università che da quel momento (correva l’anno 2010) è proseguita e prosegue tutt’ora, indifferentemente dal colore dei governi: «Con la cultura non si mangia» disse colui che il premier Silvio Berlusconi definiva un «genio». Non avendo però idea di come avrebbe dovuto definire Leonardo o Enrico Fermi. Per concludere, ancorché sbrigativamente, la banda di semianalfabeti che costituisce il grosso dell’elettorato populista (facebookista) ha solo dato una spruzzata (abbondante però) di trash a un sentimento collettivo e popolare che ciclicamente oscilla tra amore e disprezzo per la cultura e gli intellettuali. Ci si può solo augurare che torni presto il desiderio di avere maestri di pensiero rispettati, autorevoli interpreti e narratori del nostro tempo.

27 Aprile Apr 2019 0900 27 aprile 2019
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