SERGIO LEONE FILM 4

Cinque curiosità su Sergio Leone

Nel trentennale della morte, ecco alcune pillole sul creatore dello Spaghetti western. Dalla diffidenza per gli americani alle frizioni con Morricone ed Eastwood fino all'accappatoio totem.

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Esagerato, adorabile e scaramantico cowboy del cinema. Così ricordiamo oggi Sergio Leone, di cui ricorre il trentennale della morte avvenuta a Roma, per un attacco di cuore, il 30 aprile 1989.

Sergio Leone era uno che, tanto per fare un esempio, con il collega americano Peter Bogdanovich litigava furiosamente per la pellicola. Perché questo la voleva di una grana e di una risoluzione che proprio non c'entravano nulla con le fantasie dell'altro. Finì così che Bogdanovich, famoso per acquerelli d'antan in bianco e nero come Paper Moon, dovette rinunciare al progetto di dirigere Giù la testa, obbligando Leone, inizialmente orientato a fare il produttore, ad assumersi in prima persona anche questa regia. Era il 1970, un'epoca in cui il cinema si faceva infilando nella "cinepresa" un pregiatissimo nastro di celluloide noto come pellicola. Un qualcosa che oggi, nell'era della digitalizzazione imperante e delle post-produzioni sovrane, non esiste più: negato, in nome del video infinitamente riciclabile, perfino ad autori ossequiosi del passato come Quentin Tarantino.

Sergio Leone, creatore dello Spaghetti western, nel suo studio.

CINQUE CURIOSITÀ SU SERGIO LEONE

È solo una delle tante suggestioni che affiorano dalla lettura di Perché la vita è cinema, libro appena pubblicato per i tipi di Mursia da Fabio Santini, 67 anni, giornalista, voce radiofonica e commentatore sportivo, mosso da inguaribile passione a diventare biografo del regista romano cui bastarono sei soli film per creare una mitologia: da Per un pugno di dollari del 1964 a C'era una volta in America del 1984, fino, in successione, a Per qualche dollaro in più, Il buono, il brutto e il cattivo, C'era una volta il West e Giù la testa. Una mitologia popolata da divi come Clint Eastwood, Henry Fonda, Robert De Niro, Claudia Cardinale e Romolo Valli. Ecco cinque curiosità sul grande regista

1. CARLA LEONE, LA MIGLIORE ALLEATA DI MORRICONE

Il libro ricostruisce con sapida ricchezza di particolari inediti il rapporto, straordinariamente creativo sì, ma anche spettacolare al punto giusto, fra due primedonne quali erano Sergio Leone e l'ex compagno di scuola Ennio Morricone, autore di tutte le maestose, amatissime colonne sonore dei suoi film. «A dire il vero», rivela Santini, «questa meravigliosa fiaba cinematografica nemmeno sarebbe iniziata se fosse stato per i noti caratteracci dei due artisti, subito divisi dalla musica che doveva accompagnare il finale di Per un pugno di dollari. È Carla Leone, non solo moglie, ma anche autentica musa del regista, a convincerlo che l'amico Ennio quella volta aveva proprio ragione. Proprio la signora Carla, che è scomparsa due anni fa, mi ha sempre affettuosamente consigliato, sia per lo spettacolo che per il libro».

La locandina di per qualche dollaro in più.

2. QUEL LETTO PERICOLOSO PER FONDA E CLAUDIA CARDINALE

Uno vede C’era una volta il West, datato 1968, e si immagina che la celebre, lunga e dissacrante scena d’amore fra Claudia Cardinale-Jill e Henry Fonda-Frank, ovvero fra una ex prostituta e l’assassino di suo marito, sia stata girata nel religioso silenzio che di solito si impone per favorire la migliore intimità possibile fra due attori in mezzo ai cavi e ai microfoni del set. Nulla di più lontano da come andarono i fatti, in questo caso. Già, perché Leone, intenzionato a “sospendere” i due amanti in una dimensione vagamente onirica e fuori dal tempo, ordinò a Carlo Leva, l’assistente dello scenografo Carlo Simi, un letto basculante sospeso nel vuoto. «Di conseguenza», racconta Santini, «la scena viene girata con il terrore che i due, trascinati dal pathos, volino giù dal letto rompendosi le costole, e tanta è l’apprensione, diffusa in tutta la troupe, che nessuno fa caso al gruppetto di giornalisti nel frattempo introdotto sul set, per un incontro con la stampa programmato a riprese finite… L’unico immune dal panico è ovviamente Leone, concentrato a tal punto sulla visione che intende creare, da contagiare facilmente due artisti così grandi nella magia della scena, con gli effetti meravigliosi che tuttora possiamo ammirare su quel letto cigolante…».

3. L'URSS STREGATA DAL MAESTRO

Il regista di Per un pugno di dollari era un affabulatore fluviale e immaginifico, capace di inchiodare qualsiasi uditorio. Nella Mosca dei primi Anni 80 lo appurano anche i dirigenti del Partito comunista sovietico. A questi Leone si rivolse per convincerli della bontà di Leningrado, l'ultimo progetto a cui dedicò le sue energie prima di morire, deciso a girare un kolossal sui tre anni di assedio che l'attuale San Pietroburgo subì, durante la Seconda Guerra mondiale, da parte delle truppe tedesche. Incapace di fare breccia sui propri ascoltatori con qualsiasi dettaglio tecnico, Leone improvvisò a braccio il minuzioso racconto delle prime scene dell'opera, le cui immagini, come si trattasse di un frammento "fuggito" da Fantasia di Walt Disney, prendevano vita dallo spartito della settima sinfonia del compositore russo Dmitrij Sostakovic. Alla fine, irretiti e commossi dalla narrazione del maestro, burocrati di partito e funzionari del Kgb scattarono in piedi sommergendo Leone di applausi.

4. I RAPPORTI DIFFICILI CON GLI USA

Il sentimento di ovvia devozione provato per la nazione che inventò i film western, si stemperò inevitabilmente quando al regista toccò avere a che fare con una certa sbrigativa superficialità degli americani. Al momento di scritturarlo come protagonista di Per un pugno di dollari, diffidava di Clint Eastwood, che trovava troppo sciatto e pigro, mentre sul set di Giù la testa litigò a più riprese con il premio Oscar Rod Steiger. Perarltro, gli yankee ricambiarono: quando nel 1984 venne lanciato il suo ultimo film, C'era una volta in America, epopea di gangster nella New York della prima metà del secolo, la distribuzione americana tagliò le originarie quattro ore di pellicola, riducendole a poco più di due. Con il risultato che il pubblico assistette disorientato a un film di cui gli sfuggiva addirittura la trama. Tanto che, avvicinato all'uscita di un cinema di Roma da uno spettatore in cerca di lumi sull'epilogo appena visto, Leone rispose con il suo noto sarcasmo: «Scelga lei la fine che preferisce, lascio al pubblico la soluzione che meglio crede».

La locandina di Giù la testa di Sergio Leone.

5. UN ACCAPPATOIO "RUBATO" PIÙ VOLTE

Come tanti artisti, Sergio Leone era maniacalmente superstizioso. Ospite del lussuoso George V Hotel di Parigi, si innamorò così tanto dell'accappatoio trovato in bagno, ampio al punto giusto per la sua taglia extralarge, da ficcarlo in valigia e portarselo trionfalmente a Roma. Da quella volta, d'accordo con la direzione dell'albergo, ogni soggiorno al George V si concludeva con il "furto" dell'accappatoio, mai dichiarato alla reception.

30 Aprile Apr 2019 0130 30 aprile 2019
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