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La Cina compra debito

Perché Pechino è interessato ai bond europei.

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Da colonizzatori a colonizzati, perché «la Cina non comprerà soltanto i nostri titoli di Stato, comprerà noi. Sta acquisendo anche economia reale, fabbriche, marchi, tecnologia, beni strumentali. Siamo già dipendenti da Pechino sul fronte dell'export e lo diventeremo anche dal punto di vista della finanza». Giacomo Vaciago, docente di Politica economica ed Economia monetaria all'Università Cattolica di Milano, ha un'idea precisa dell'interesse manifestato dall'impero del Dragone per i debiti sovrani dei “Pigs', Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna. E a Lettera43.it ha spiegato: «Loro sono il primo creditore degli Usa. Sono lungimiranti e hanno capito che si tratta di una posizione pericolosissima, perché gli Stati Uniti sono un grande Paese e non saranno mai alla mercé dei loro creditori».

Lo shopping di Pechino

La Cina detiene un decimo dell'enorme debito americano e oltre 2.500 miliardi di dollari di riserve valutarie. Tuttavia, i poco redditizi T-bond statunitensi non allettano più come prima e il gigante asiatico preferisce buttarsi sui più redditizi titoli dei traballanti Paesi periferici di Eurolandia. Un enorme riposizionamento dei portafogli cinesi è quindi alle porte. Questa settimana sono attese emissioni a medio e lungo termine da Spagna, Portogallo, Italia, Germania, Olanda e Austria. Il vicepremier di Pechino, Li Keqiang, proprio in questi giorni si aggira come un falco per l'Europa e ha già promesso al premier José Luis Zapatero l'acquisto di titoli di stato spagnoli per tenere a bada la speculazione sul debito iberico. La cifra potrebbe aggirarsi sui 6 miliardi di euro, mentre Madrid china la testa e ringrazia con la contropartita di 14 accordi commerciali.
L'ITALIA PER ORA E' FUORI. Nell'agenda di Li Keqiang non c'è Roma. Per adesso l'Italia resta fuori dal giro. Tuttavia appaiono confermati gli abboccamenti sempre più frequenti fra i dirigenti del fondo sovrano China Investment Corporation e la Cassa depositi e prestiti, emanazione operativa del Tesoro. Sono lontani i tempi in cui il ministro delle Finanze Giulio Tremonti, tra l'altro in piena consonanza con la Lega Nord, guardava terrorizzato dentro le fauci del Dragone.
Ormai gli occhi a mandorla non spaventano più, anzi in molti ricordano quando il titolare del Tesoro, il 3 dicembre scorso, andò nella tana del lupo e ai giovani quadri del Partito comunista cinese disse, citando Marx: «All'antica indipendenza nazionale si sovrapporrà una interdipendenza globale», poiché «in un mondo che cambia velocemente, nel quale il G20 ha di fatto sostituito il G7, la Cina è pronta a occupare il suo posto».

La porta per l'Europa in svendita

Giacomo Vaciago, docente di Politica Economica e Economia Monetaria all'università Cattolica di Milano

Sul fatto che si tratti solo di questione di tempo, Vaciago è scettico: «Persino l'Italia è un debitore un po' troppo grosso. I cinesi studiano, conoscono la storia d'Europa e hanno capito che a loro conviene la riconoscenza e la benevolenza di piccoli Paesi indifesi che da sempre rappresentano una porta, un “gate” verso il nostro continente. Comprare per quattro soldi le chiavi di ingresso in Europa è un'idea favolosa. Prima queste cose le facevano gli Stati Uniti o la Gran Bretagna», prosegue l'economista, «Ora però siamo nel secolo cinese che succede a quello inglese e a quello americano. Il principio, tuttavia, è sempre uguale».
LA FINANZA AL SERVIZIO DELL'ECONOMIA. Resta da chiedersi perché il Dragone non comprie direttamente i titoli tedeschi. «La Germania è il cuore, non la porta d'ingresso del continente. E poi Berlino non glieli dà i titoli ai cinesi», risponde l'economista. Pechino può ragionare a lungo termine, secondo Vaciago, e per adesso «non chiede nulla di grosso in cambio, fra cinque però anni ne riparliamo. Di certo, Spagna, Grecia, Irlanda o Portogallo sapranno essere grati alla Cina. È inutile leggerci dietro alchimie finanziarie: nel gigante asiatico la finanza è ancora strumento dell'economia reale, loro sono allo stadio iniziale del capitalismo, come noi 100 anni fa. Questa crisi, comunque, sembra fatta apposta per favorirli».
TOCCA ANCHE ALL'ITALIA. L'economista piacentino ha lanciato anche un'infausta previsione: «Ci stupiamo ora che il punto debole sia il Portogallo? Lo sappiamo da un anno. Sapevamo che a gennaio sarebbe caduta Lisbona, a Pasqua toccherà alla Spagna e a giugno all'Italia. Era chiaro da tempo. Eppure qualcuno, ieri, a Francoforte e a Berlino faceva la faccia sorpresa».

I cinesi controllano il 7,3% del debito dell'Europa

La Cina ha dichiarato espressamente di essere interessata ai titoli portoghesi, spagnoli e greci. Ad Atene, inoltre, ha proposto affari nel settore navale. D’altro canto, il rischio default Usa non è più impossibile anche se resta puramente teorico e Pechino sta pensando a una decisa revisione dei pesi in seno alle proprie riserve. Secondo le stime di ieri del quotidiano economico francese la Tribune, la Banca centrale cinese (Bcc) controlla già il 7,3% circa del debito pubblico dei Paesi dell'area euro, per una cifra vicina a 630 miliardi.
DIFFERENZIAZIONE STRATEGICA. In altri termini, in mano ai cinesi c'è oltre il 28% della parte di debito detenuta da creditori esterni alla zona euro. «L'equilibrio del terrore finanziario», come qualcuno l'ha felicemente definito rievocando la guerra fredda, non consente al Dragone di abbandonare di colpo il dollaro: pena un collasso della moneta americana che la Cina stessa pagherebbe con un crollo del valore del proprio “tesoro”. Tuttavia, la superpotenza orientale «evita di comprare nuovi titoli Usa e investe gli enormi surplus in titoli opposti ai dollari o comunque diversi. Per esempio l'euro, che non è opposto al dollaro ma simmetrico (sale uno e scende l'altro). Oppure si rivolge, come detto, all'economia reale», ha concluso Vaciago.
OCCASIONE GHIOTTE. Insomma, il gigante asiatico si prepara a fare shopping sulle rive del nostro continente. E le occasioni non mancheranno. Togliendo pure l'Italia, che ha poco meno di 1.100 miliardi di euro in aggregato tra debito sovrano e bancario detenuti all'estero, la Spagna ne ha 852 miliardi, l'Irlanda è a quota 671, il Portogallo a 221 e la Grecia a circa 180. Le dipendenze reciproche tra i Pigs non sono rilevanti, se si escludono i 66,6 miliardi di debito portoghese in mani spagnole. Le emissioni del 2011 saranno in ogni caso massicce (20 miliardi solo per il piccolo Portogallo, giusto per fare un esempio) e il Dragone guarda all’Europa con l’acquolina in bocca.

10 Gennaio Gen 2011 1928 10 gennaio 2011
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