LA STORIA
6 Novembre Nov 2011 1450 06 novembre 2011

La lobby di Jekyll Island

Dal summit segreto di sette banchieri nacque la Fed.

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Nelson Aldrich, senatore repubblicano.

Faceva freddo, quella notte a Hoboken. Faceva un maledetto freddo e dal cielo veniva giù qualcosa di indefinibile che non era più pioggia, ma che ancora non si poteva chiamare neve.
Faceva uno stramaledetto freddo, quella notte a Hoboken, e le pensiline all’aperto della stazione ferroviaria del New Jersey, a un tiro di schioppo dal corso grigio e ancor più gelido del fiume Hudson, non offrivano la benché minima protezione.
Ma più che scosso dai brividi, il manipolo di cronisti e fotografi 'parcheggiati' lì in pianta stabile dai principali quotidiani newyorkesi a fare la guardia al barile per la rubrica del «Chi arriva e chi parte», era pervaso da una fastidiosa sensazione. Del genere: «Qui qualcuno ci ha fregati». E da quella, ancor più sgradevole, di essersi probabilmente lasciati scappare una succulenta notizia.
RIUNIONE IN SORDINA. Era la notte del 22 novembre 1910 e sarebbe passata alla storia soltanto qualche anno dopo per via di quella clamorosa fregatura tirata ai reporter mondani, molti dei quali spediti a coprire un incarico tanto effimero e disagevole proprio in quanto pivelli alle prime armi.
Era così sfuggita loro l’invidiabile occasione di poter raccontare il primo passo che avrebbe poi portato alla nascita della Federal reserve (Fed), la banca centrale americana.

A Hoboken il gotha della finanza mondiale

I sette banchieri che parteciparono alla riunione del 1910 per fondare la Federal reserve.

Una pagina poco chiara, per nulla trasparente. Sarebbero passati sei anni prima che la verità venisse a galla per merito di un giornalista un po’ più sveglio, curioso e pervicacemente ficcanaso: un certo Bertie Charles Forbes, futuro fondatore della rivista economico-finanziaria che ancor oggi porta il suo nome.
Sta di fatto che a pochi minuti uno dietro l’altro, sotto i nasi dei giovani reporter mondani - più usi a riconoscere belloni dello spettacolo, muscolosi assi del baseball e ancheggianti squinzie annesse - erano sfilati sette degli uomini più potenti del mondo borsistico e finanziario statunitense.
Nell’ordine: il senatore repubblicano Nelson Aldrich, capo della Commissione monetaria nazionale; A. Piatt Andrew, assistente del segretario al Tesoro; Frank Vanderlip, presidente della City National Bank di New York, nonché braccio destro di William Rockefeller; Henry P. Davison senior, partner anziano di Jp Morgan Company e indiscusso alter ego di mister John Pierpont Morgan in persona (come dire il padre di tutti i banchieri); il suo collega Benjamin Strong, capo della Jp Morgan Bankers Trust; Charles D. Norton, presidente della First National Bank di Manhattan e Paul M. Warburg, partner della Khun, Loeb and Company, rappresentante delle famiglie Warburg e Rotschild in Europa.
Messi tutti insieme, rappresentavano all’epoca un quarto dell’intera ricchezza mondiale.
LONTANO DAI CRONISTI DI MANHATTAN. Avevano tatticamente deciso di partire da una stazione secondaria come quella di Hoboken, nel New Jersey, in quanto molto più defilata rispetto a quella troppo in vista di Manhattan, là dove i cronisti erano di norma reporter più grassi, navigati e anche ben piazzati in un salottino riscaldato.
Per ulteriore scrupolo, al fine di depistare eventuali curiosi, i sette big cheeses - «pezzi grossi», nel gergo affaristico newyorkese - erano arrivati preceduti da montagne di valigie tra le quali spiccavano in voluta bella vista custodie di fucili da caccia.
«Beati loro, se ne vanno a sparare alle anatre al caldo della Florida», aveva ingenuamente e collettivamente concluso il manipolo di sbarbati cronisti, stringendo delusi i bloc notes ancora vuoti tre le dita ormai livide per il freddo.
Quegli uomini dai cappotti impellicciati avevano tirato diritto scortati da una pattuglia di facchini ed erano saliti in fretta su un piccolo convoglio privato, protetto dalle tendine abbassate, che li attendeva su un binario secondario con la vaporiera in tiro. Quindi un fischio, «si parte» e via nella notte.
Via da Hoboken, via da quel freddo, via dallo stramaledetto New Jersey, via da occhi che non avrebbero dovuto vedere. Via soprattutto da possibili lettori dell’indomani, quelli che non avrebbero mai dovuto sapere.
Dopo un migliaio di miglia verso Sud, e innumerevoli ore di viaggio più tardi, il convoglio si era fermato alla stazione di Brunswick, in Georgia, un luogo famoso unicamente - lo è ancor oggi - come capitale americana dei gamberi. Roba che è difficile da catturare a fucilate.

Isolati su Jekyll Island, isola acquistata per 125 mila dollari

Bertie Charles Forbes, fondatore dell'omonima rivista.

I pezzi grossi, senza più cappotti addosso, una volta scesi dal treno erano saliti su alcune automobili in attesa che li avevano condotti al porto. Di lì, in meno di un’ora di battello, avevano raggiunto Jekyll Island, la selvaggia isola subtropicale che dal 1886 era diventata il resort privato delle più potenti e danarose famiglie dell’establishment finanziario e politico statunitense: dai Morgan ai Vanderbilt, dai Pulitzer ai Carnegie, dai McCormick ai Rockefeller.
In quel paradiso isolato dal mondo avevano fatto costruire ville sontuose degne del loro censo (divenute oggi la struttura di un lussuoso complesso alberghiero dai prezzi tuttavia abbordabili) tenute perennemente pronte alla bisogna da un esercito di maggiordomi e camerieri in pianta stabile.
Era bastata un’inezia, un assegno di 125 mila dollari versato agli storici proprietari, i Du Bignon - piantatori di cotone decaduti perché rimasti senza più schiavi da far lavorare nelle piantagioni - e quel paradiso era diventato di loro proprietà.
NESSUN COGNOME, SOLO NOMI DI BATTESIMO. Comunque, come ulteriore misura discrezionale, per i 15 giorni che i sette uomini d’oro avrebbero dovuto fermarsi a Jeckyll, erano stati mandati in vacanza forzata tutti i cuochi, i camerieri e le sguattere abitualmente di servizio in quelle lussuose mansion, sostituiti da avventizi assunti a tempo. Con tutta probabilità molto meno esperti nel servire in tavola, ma per quello che davvero contava in quell’occasione totalmente all’oscuro in merito su chi fossero quei signori arrivati dal Nord.
Non ancora paghi, come misura di segretezza supplementare i sette si erano dati anche una regola che sarebbe divenuta poi per gioco un Club, quello dei nomi propri. Nel senso che durante il soggiorno si sarebbero chiamati unicamente con i rispettivi nomi di battesimo, senza lasciarsi mai sfuggire uno qualsiasi di quei loro ingombranti e rinomati cognomi.

Da Roosevelt il primo passo con la Commissione monetaria

Theodore Roosevelt, 26esimo presidente degli Stati Uniti.

A questo punto è necessario un breve passo indietro. Due anni prima, nel 1908, il presidente Theodore Roosevelt aveva dato vita alla Commissione monetaria mettendovi a capo proprio il primo di quei sette uomini d’oro, il senatore Aldrich.
La Casa Bianca era infatti intervenuta sull’onda del devastante Bankers Panic del 1907, quando in un niente la Borsa aveva perso il 50% del suo valore. Questo perché su un’economia già in recessione si erano andati a sovrapporre i fallimenti di numerose banche e società di intermediazione, provocati dal precipitoso ritiro dal mercato di titoli di prestito a rischio molto elevato. Col che si conferma la constatazione che la storia si ripete, senza che purtroppo gli uomini ne traggano mai utili insegnamenti.
RIFORMA BANCARIA SU ESEMPIO EUROPEO. Dopo aver girato per due anni la vecchia Europa delle banche centrali - ufficialmente a scopo di studio - ma spendendo e spandendo qualcosa come 300 mila dollari dei contribuenti, Aldrich era atteso dal Congresso americano con una soluzione in tasca. Qualcosa di scritto, una traccia, un suggerimento che potesse dar vita a una riforma bancaria in un Paese dove l’opinione pubblica vedeva per lo più come fumo negli occhi anche la sola idea dell’emergere di una strapotente banca centrale.
Ipotesi che sarebbe stata ben poco confacente al forte sentimento federale diffuso tra la maggioranza della gente. Le era stato infatti preferito fino ad allora il sistema indipendente delle Sotto-tesorerie, in modo da impedire a poche mani di impadronirsi dei beni di tutti.
Nella volontà dei sette ritrovatisi in gran segreto a Jeckyll Island, quello non avrebbe dovuto essere tuttavia un segreto di Stato. Semmai privato. Privatissimo.

La nascita dell'istituzione per tutelare i grandi banchieri

Frank Vanderlip, presidente della City National Bank di New York.

In una democrazia economica che a ben vedere era ancora a uno stato puberale, vigilata in realtà da pochi e immensi capitali, quei marpioni del credito in trasferta carbonara sotto il sole della Georgia avevano infatti un preciso mandato di 'bottega': dar vita sì a un’istituzione superiore, ma che sotto una veste apparentemente pubblica fosse in realtà la precisa espressione dei loro interessi. In modo da poter continuare a garantire a pochi grandi banchieri - i big cheeses, appunto - quella mano libera di cui avevano peraltro ampiamente goduto fino a quel momento.
Al senatore Aldrich, giudicato poi dalla Storia come uno scadente tecnico finanziario, ma riconosciuto universalmente per essere stato un navigato legislatore, spettava il compito di 'tradurre' quel testo di riforma in modo tale da farlo passare indenne sotto gli occhi di un Congresso che era stato tenuto ovviamente del tutto all’oscuro di quella spedizione sull’isola.
LE BANCHE NEI VERTICI DELLA FED. Congresso che avrebbe avuto sì il formale controllo della nascitura Fed - così chiamata proprio per non usare la deprecata espressione Central Bank (le sfumature della semantica contavano anche allora) - ma i cui vertici direttivi sarebbero stati sostanzialmente scelti dalle banche. All’europea, appunto, così come aveva recepito Aldrich nel suo dispendioso tour.
E per gettare ulteriore fumo negli occhi dei cittadini, tanto istintivamente ostili all’idea di un Moloch centrale, i sette 'autoreclusi' nel paradiso di Jekyll avevano pensato di dare vita al sistema delle Riserve regionali, all’inizio quattro e successivamente cresciute fino a 12, diventate altrettante filiali della Fed in diverse zone del Paese.

Con Wilson nacque ufficialmente la Fed

Woodrow Wilson, 28esimo presidente degli Stati Uniti.

Le cose andarono insomma così, all’insegna di una discutibile opacità di comportamento finalizzata al raggiungimento di un obiettivo che - se non è esatto definirlo con termini molto attuali ad personam, visto che a beneficiarne sarebbero stati un po’ più di uno - avrebbe fatto comodo a pochi. I soliti pochi.
A rivelarlo, ma soltanto sei anni più tardi, fu appunto quel giovane reporter di grande talento e di intelligente curiosità, Forbes, la cui futura omonima rivista sarebbe diventata quello che è ancor oggi: una bibbia indiscussa del capitalismo mondiale.
Fatto sta che la verità venne a galla a cose ormai fatte, quando non ci sarebbe stato più modo di tornare indietro. Perché nel frattempo, il 23 dicembre 1913, su proposta del presidente Woodrow Wilson, con l’approvazione del Congresso, era nata ufficialmente la Fed. Concepita in gran segreto in quell’ammucchiata di banchieri e ricconi, era venuta alla luce come banca centrale: ma clandestinamente, senza il coraggio di dichiararlo.
NELLA SUA STORIA, 200 EMENDAMENTI. Crescendo, questo è vero, la massima istituzione finanziaria americana è poi molto cambiata, come testimoniano gli oltre 200 emendamenti apportati fino a oggi dal giorno della sua legge istitutiva. Emendamenti che le hanno lasciato tuttavia il pudore di non menzionare ancora, nemmeno nel proprio sito internet - manca quarda caso una specifica voce «History» - quel summit segreto da cui tutto aveva avuto inizio.
Insomma, permane ancor oggi il buio su quel peccato originale consumato nel 1910 all’ombra delle querce secolari di un luogo fuori mano com’era allora Jekyll Island.
Peraltro un luogo bellissimo per peccare, fidatevi di uno che c’è stato.

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