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CRISI
1 Dicembre Dic 2011 1920 01 dicembre 2011

Merkozy scivola sulla Bce

Parigi per il modello Fed. Berlino non ci sta.

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Le fiamme di un falò improvvisato di fronte all'Eurotower di Francoforte dagli attivisti di Occupy.

Nicolas Sarkozy ha chiesto che i poteri della Banca centrale europea (Bce) siano allargati, permettendo all’istituto di Francoforte di acquistare titoli di Stato direttamente dai Paesi e stampare moneta, come prestatore di ultima istanza.
Dall'altra parte, la cancelliera tedesca Angela Merkel, che in Europa conta più del presidente francese, ha ribadito il suo secco no a trasformare la Bce in un bancomat a disposizione degli Stati in crisi, ricordando come, in realtà, l’Eurotower sia un'istituzione sovranazionale, indipendente dai governi e a disposizione dei Paesi solo in caso di estrema necessità.
LA MISSION DEI PREZZI STABILI. Per statuto, la stella polare dell'Eurotower è conservare la stabilità dei prezzi, contenendo l’inflazione. E non, a differenza dell’americana Federal reserve e della Bank of England, favorire la crescita economica creando posti di lavoro.
A dispetto dell’ortodossia tedesca a strenua difesa dell’indipendenza delle Bce, è bene ricordare che, mantenendo trattato Ue e testo istitutivo così come sono, l'istituto di Francoforte continuerà a fare più gli interessi delle banche private che dei cittadini europei e dell'euro. Anche durante la crisi finanziaria ed economica.
D’altro canto, cambiare lo statuto e i trattati originari richiederà mesi, forse anni. E a imporre le decisioni finali saranno i medesimi Stati, Germania in primis, che hanno dettato il modello attuale.

Bce, il peso di Bundesbank e Banque de France

Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea.

Fondata nel 1998 per attuare la politica monetaria dei Paesi dell’Eurozona, nel 2011 la Bce ha infatti un capitale di 10,76 miliardi di euro, sottoscritto dalle banche centrali nazionali dei 27 Stati membri dell'Ue, con quote che riflettono il peso del rispettivo Paese sulla popolazione e sul Pil lordo dell’Ue. Poiché le singole banche centrali sono controllate da istituti di credito e società di assicurazioni, anche la Bce è un’istituzione europea privata.
Nel suo paniere, la tedesca Bundesbank, maggiore azionista, ha versato oltre 1 miliardo e 400 mila euro (il 18,9% del capitale), Banque de France circa 1 miliardo e 56 mila euro (14,2%) e Bankitalia, terzo azionista, circa 928 mila euro (12,49%). I giochi della finanza sovrazionale, però, sono ancora più complessi, considerato che, solo nel caso italiano, attraverso società controllate o partecipate, un terzo delle azioni di Palazzo Koch è in mano a istituti francesi: circa il 33%, tra Crédit Agricole (30,33%) e Paribas (2,8%).
GLI INTERESSE DELLE BANCHE. Creare denaro indirettamente, come finora ha fatto la Bce acquistando i bond dalle banche che, a loro volta, con quei soldi hanno concesso crediti a famiglie e imprese e comprato altre obbligazioni dagli Stati nazionali, è un meccanismo che fa soprattutto gli interessi dei maggiori istituti di credito europei.
Non a caso, durante le tempeste finanziarie, i banchieri tedeschi e francesi del Consiglio direttivo della Bce hanno pensato, in primo luogo, a limitare i danni per le loro banche. Proprio in quest'ottica, inoltre, all’Eurotower è stata data la stessa struttura organizzativa della Bundesbank, di cui, volente o nolente, ha raccolto una pesante eredità.
IL BRACCIO DI FERRO NEL CONSIGLIO. Giuseppe Pennisi, economista che ha lavorato in Banca mondiale e come dirigente del ministero del Tesoro ha spiegato a Lettera43.it che «anche durante la discussione per la revisione dello Statuto, l’Italia si troverà nella condizione di chiedere aiuto, non di pretendere modifiche».
Secondo l'esperto, «modificare il testo, in ogni caso, richiederebbe un negoziato tra i 17 Paesi dell’Eurozona e le rispettive ratifiche. Un processo lungo, procrastinato dal braccio di ferro dell'ala contraria a cambiamenti. Il blocco dell’area del vecchio marco, Germania, Austria, Benelux e Finlandia che», ha concluso Pennisi, «non accetterà mai di sedersi al tavolo delle trattative, per rendere la Bce prestatrice di ultima istanza».

La scorciatoia dell'art. 23 per effettuare prestiti al Fmi

Nell'intervento del primo dicembre all’Europarlamento di Bruxelles, il presidente della Bce Mario Draghi ha ricordato come le misure eccezionali dell’Eurotower per dare liquidità alle banche siano «limitate» nel tempo. La via maestra per il consolidamento dell’Eurozona resterà, viceversa, quella di interventi a lungo termine: rendere «operativo il fondo salva Stati europeo» (Efsf) per acquistare direttamente i titoli di Stato e lavorare a un «patto di bilancio» che porti gli Stati dell'Ue verso l’unione fiscale.
«Un cambiamento dei trattati non va escluso», ha precisato Draghi, alludendo però alle modifiche per attivare e rafforzare l'Efsf permanente nell’area euro, creando anche un coordinamento delle politiche finanziarie comuni. Il processo richiederà almeno un paio di anni. Nel frattempo, per aggirare l'impasse, alcuni economisti ed esperti di diritto hanno proposto di applicare l’articolo 23 dello statuto, che regola le operazioni esterne della banca centrale.
L'OPZIONE DELL'ART. 23. L’ultimo comma prevede infatti che l'istituto possa «effettuare tutti i tipi di operazioni bancarie, con i Paesi terzi e le organizzazioni internazionali, incluse le operazioni di credito attive e passive». Grazie un’interpretazione ampia del testo, a mali estremi, l’Eurotower potrebbe effettuare prestiti al Fondo monetario internazionale (Fmi). Che, a sua volta, come nel suo ruolo, impiegherebbe i soldi per dare liquidità agli Stati a rischio default.
Con questa triangolazione, la Bce aggirerebbe il divieto di finanziamento diretto ai governi. «Tuttavia, non bisogna sottovalutare che l’articolo 2 dello statuto ha come obiettivo dell'istituto il mantenimento della stabilità dei prezzi, in conformità all’articolo 127 del Trattato di Lisbona», ha spiegato a Lettera43.it Giorgio Sacerdoti, ordinario di Diritto internazionale e dell’Ue alla Bocconi.
REVISIONE LONTANA. Riuscire a scavalcare questo pilastro con l’articolo 23 sarà dura, considerato il niet categorico della Germania alla Francia. Per Pennisi, un ennesimo tira e molla tra le due potenze «comporterebbe caos, aggravando la situazione già tragica».
Dunque, ha proseguito Sacerdoti, alla fine si dovrà procedere necessariamente «verso una modifica dello statuto, sempre che, con la volontà politica, si decida di cambiare il ruolo dell’istituto di Francoforte».
Rivedere il testo che regola la politica monetaria dei 17 Paesi dell’Eurozona, anche per l’esperto, «sarà forse una procedura più breve rispetto alla modifica dei Trattati Ue ratificati da tutti i 27 Stati membri. Ma, in ogni caso, richiederà trattative e passaggi lunghi, che dureranno mesi».

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