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CRISI EURO
24 Aprile Apr 2012 1545 24 aprile 2012

Merkel taglia da sola

Il voto in Francia affonda il fronte d'austerity voluto da Berlino.

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I dipendenti pubblici ceci incrociano braccia (e stampelle) a Praga, contro i tagli a spesa pubblica, sanità e pensioni.

Attorno si è creato il vuoto, ma lei non molla. A braccetto con il ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, la cancelliera Angela Merkel continua a prescrivere ricette di austerity, convinta che la ragione stia solo dalla sua parte.
Anche se sia gli Usa sia il Fondo monetario internazionale (Fmi) spingono sul mantra della crescita. E nonostante i Paesi più vicini - Olanda, Austria e Repubblica Ceca - convinti della sua linea stiano cadendo sotto i colpi del rigore.
«Basta processi all'Unione europea. La verità è che i vertici del Fmi sono condizionati dagli americani», si sarebbe sfogato Schäuble in una riunione con i suoi funzionari, deciso a non farsi scavalcare dagli Usa.
BERLINO NON MOLLA. Un complotto, dunque, ordito Oltreoceano, per indebolire la linea tedesca del rigore e tornare a comandare in Europa. E la Francia allora? E tutti gli Stati virtuosi che, come Olanda e Austria, avevano stretto una cintura di fuoco attorno alla Germania e ora meditano la fuga?
Berlino non è minimamente sfiorata dal dubbio di essere caduto in errore. Quando invece, persino gli elettori tedeschi iniziano a mettere in dubbio l'operato di Merkel.
CRITICHE DALL'INTERNO. Dopo il voto francese contro la cancelliera, la caduta del governo in Olanda e le proteste di Praga, l'Associazione delle Camere dell'industria e del Commercio ha bollato come inefficaci le misure d'austerity in Germania.
Con la crisi, infatti, il debito tedesco è cresciuto di nuovo, hanno ammesso gli imprenditori in una lettera a Berlino. Per ripianarlo, a detta dei poteri forti tedeschi, serviranno - ebbene sì - ancora tagli alla spesa. Mentre sulla stampa, con il fronte dell'austerity che si sgretola, i commentatori constatano: «La cancelliera perde un alleato dopo l'altro».

Da Amsterdam a Praga: il vento di Hollande su Berlino

La scossa, come sempre, è partita Oltralpe, con lo schiaffo al presidente Nicolas Sarkozy, punito, con il voto del 22 aprile, per la sua politica europea subalterna alla Germania.
Se il candidato socialista François Hollande dovesse vincere il ballottaggio del 6 maggio, di certo il vento è destinato a cambiare: «Voglio riportare l'Europa sul cammino della crescita e dell'occupazione», ha messo le mani avanti il candidato che a sorpresa ha ottenuto più voti del presidente al primo turno.
Del resto, il socialista che punta all'Eliseo l'aveva messo in chiaro prima dell'apertura delle urne: «Senza misure per la crescita, non voterò il fiscal compact. Ho incontrato parecchi leader europei e in pochi sono soddisfatti della situazione economica. Non sono solo».
CRISI DI GOVERNO A PRAGA. Gli altri sono la Gran Bretagna e la Repubblica ceca, che, a marzo, con uno scatto d'orgoglio, hanno rifiutato di firmare il patto di rigore fiscale dell'Ue, confezionato dall'accoppiata Merkel-Schäuble.
Un mese dopo, è curioso che il governo di centrodestra di Praga vacilli proprio a causa del pacchetto di austerity alla tedesca, in corso d'approvazione.
Contro la medicina di tagli pubblici, il 22 aprile in piazza Venceslao hanno protestato oltre 100 mila persone. Mentre, in parlamento, la piccola formazione del Partito degli affari pubblici (Vv), indispensabile per tenere in piedi l'esecutivo, ha mollato il premier Petr Necas.
Se il rimpasto dovesse fallire, a giugno a Praga si andrà alle elezioni anticipate.
OLANDA, ELEZIONI ANTICIPATE. Proprio come, nelle stesse ore, è avvenuto in Olanda, dove il governo di centrodestra del dimissionario Mark Rutte è stato piantato in asso dal populista Geert Wilders, il leader del partito xenofobo Pvv che, dopo mesi di trattative, ha fatto saltare la manovra di rigore da 16 miliardi di euro.

Slovenia e Austria: il braccio di ferro contro l'austerity

Lo sciopero degli statali a Lubiana, contro il piano d'austerity targato Merkel.

Oltre alla Repubblica ceca e all'Olanda, in Europa ha preso a mobilitarsi anche un altro Paese di tradizionale influenza tedesca
Il 18 aprile, in Slovenia, contro le «misure imposte dall'Ue, che i politici copiano in maniera acritica», si sono ribellati i dipendenti pubblici, protagonisti, a detta dei sindacati, della più grande manifestazione dall'indipendenza del Paese, nel 1991.
In carica dallo scorso febbraio, anche al governo di centrodestra di Janez Jansa è stato infatti imposto il taglio drastico del deficit statale dal 6,5% al 3,5%, con risparmi per 1 miliardo di euro, da scaricare sulle spalle di più di 2 milioni di cittadini sloveni.
AUSTRIA, MANOVRA DA 30 MLD. Aria di burrasca, infine, tira anche a Vienna dove, a marzo, come in Italia, socialdemocratici e conservatori hanno votato in extremis un piano di austerity da 30 miliardi di euro, dopo aver perso, insieme con la Francia, la preziosa tripla A.
Solo tra tagli a società statali, dipendenti pubblici e spese pensionistiche, la cura dimagrante prevede decurtazioni per 17 miliardi di euro entro il 2016.
VIENNA, IMPASSE SALVA-STATI. Standard and Poor's ha rimproverato all'Austria di avere un sistema bancario fortemente esposto alle bolle speculative dell'Est. Ma i conti pubblici, con un deficit al 3%, sono virtuosi.
Allora perché, protestano i cittadini, prendersela con gli statali e non con i manager?
Non è un caso se, per il voto sul Fondo salva-Stati permanente (Esm), voluto da Merkel come contraltare del Fiscal compact, a Vienna i due partiti di maggioranza non abbiano ancora avuto il coraggio di fissare una data, convinti di non avere i numeri in parlamento. Stavolta, i Verdi austriaci sembrano intenzionati a non accettare contropartite.

L'asse Merkel-Sarkozy e l'incognita Monti dopo il voto francese

La stretta di mano tra Angela Merkel e Mario Monti.

Ma anche in Germania, cresce la fronda extraparlamentare contro l'Esm, in approvazione al Bundestag il 25 maggio.
Il movimento apartitico Mehr demokratie, per esempio, che si batte per instaurare forme di democrazia diretta, ha chiesto un referendum contro l'austerity.
MERKEL CONTRO HOLLANDE. Ancorata ai Paesi scandinavi, solo la Danimarca resiste all'ondata di indignados del rigore, che ha accerchiato la locomotiva d'Europa. A Copenaghen, d'altra parte, non hanno mai voluto l'euro. E quando si è votato, a settembre 2011, come al primo turno in Francia, i cittadini hanno scelto la socialdemocrazia.
Per il voto d'Oltralpe, il premier italiano Mario Monti ha fatto quadrato attorno a Sarkozy, stringendosi nell'asse anti-Hollande con la Merkel. La quale, dopo la sconfitta, ha ribadito la sua alleanza con Sarkò, ricompattando il fronte conservatore.
LA LETTERA DEL PROF. Come si muoverà Monti in caso di vittoria definitiva di Hollande, tuttavia, resta ancora da capire.
Non va dimenticato, infatti, che a febbraio il Professore firmò una lettera all'Ue contro l'eccesso di austerity, insieme con il premier britannico David Cameron, all'olandese Rutte e ad altri nove Paesi, tra cui Irlanda, Repubblica ceca e Spagna.
Grandi assenti della petizione, ovviamente, Merkel e Sarkozy.

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