Economia
21 Luglio Lug 2012 1657 21 luglio 2012

Salini, storia di una dinastia in "lotta"

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Pietro Salini, amministratore delegato di Impregilo

La vittoria in assemblea di Pietro Salini, la revoca del consiglio d'amministrazione d'Impregilo espressione dei Gavio e la nomina di Claudio Costamagna alla presidenza e la conquista della poltrona di amministratore delegato del general contractor,  sono solo le ultime tappe di una scalata che sembra inarrestabile. I costruttori romani puntano a far nascere un polo delle costruzioni da 7 miliardi di ricavi con ricche concessioni e commesse in tutto il mondo. La dinastia capitolina delle dighe, degli impianti, delle autostrade e delle metropolitane ha schiantato persino la resistenza di Mediobanca. Il suo piano industriale è piaciuto agli azionisti Impregilo e a questo punto viene il bello, perché si tratta di metterlo in atto. Ma chi sono i Salini, famiglia che a Roma si può definire a buon diritto di sistema? Da dove viene questo gruppo industriale che ha una sede in via della Dataria, ai piedi del Quirinale, e ha sempre goduto di entrature importanti nella Chiesa e nel milieu politico democristiano? LA COMMESSA DEL DUCE. La guida è affidata a un triumvirato che mescola esperienza e forze fresche: c’è il patron Simonpietro, classe 1932, nelle vesti di presidente, poi c’è il 53enne amministratore delegato Pietro, che è il primo dei suoi dieci figli avuti da quattro mogli, e c’è Simon Pietro, 47 anni, omonimo dello zio e figlio di Franco, fratello minore di Simonpietro, nato nel 1936. L’avventura dei Salini parte però da più lontano, dall’avo Pietro che già nel 1936 riuscì a ottenere dal Duce la commessa per uno stadio da 100mila posti in cui il regime fascista voleva ricevere Adolf Hitler. Il capostipite era partito dalla modesta posizione di impiegato presso l’Istituto nazionale per le case degli impiegati dello Stato. Ma lo spirito di intraprendenza e le giuste conoscenze non gli mancavano. L'APPOGGIO DELLA DC. Dopo la guerra gli affari della famiglia fiorirono sotto l’ombrello della Dc e negli anni del boom avvenne il salto di qualità dell’internazionalizzazione, a partire dal gigantesco progetto sponsorizzato da Giulio Andreotti che riguardava la costruzione di 250 chilometri di strada, 200 di acquedotto, 50 ponti e la bonifica di 20mila ettari a Tana Beles, in Etiopia. I Salini portarono avanti la commessa in condizioni ambientali difficili, eppure in un paio d’anni finirono il lavoro. E questo fu il biglietto da visita che schiuse loro affari in mezzo continente africano. COMMESSE IN  GEORGIA, BIELORUSSIA E TURCHIA. Nel frattempo arrivarono pure le autostrade da tirar su in Georgia, Bielorussa, Ucraina e Turchia. Oltre alla metro di Stoccolma per 1,7miliardi di euro e alle molte commesse italiane, per esempio quella strategica della metro B1 di Roma sotto la regia del gran tessitore Aurelio Regina, oggi vice di Giorgio Squinzi in Confindustria e fino a qualche settimana fa capo degli industriali dell’Urbe e del Lazio. Simonpietro, attuale presidente e figlio del fondatore Pietro, si è dato un gran da fare, bisogna riconoscerlo. E non lo ha fermato certo lo scandalo P2 e la storia degli elenchi della loggia massonica di Licio Gelli in cui risultò iscritto. Intanto, nel 2008 suo figlio Pietro è diventato amministratore delegato, ha preso la guida operativa dell’azienda e ha rilevato dal padre il 31% delle azioni, raggiungendo così il 51% dalla holding di controllo Salini Simonpietro e C. Sapa. L'ACQUISIZIONE DELLA TODINI. L’anno dopo i Salini, in grande ascesa, hanno incorporato la Todini costruzioni di Luisa Todini, ex europarlamentare vicina a Silvio Berlusconi e soprattutto a Gianni Letta. Si sono sobbarcati senza colpo ferire i 200 milioni di debiti dell’imprenditrice umbra e li hanno digeriti brillantemente nell’esercizio 2010. L’operazione, tra l’altro, ha trasformato Salini nel terzo gruppo del settore costruzioni dopo Astaldi e Impregilo (che adesso la famiglia romana sta scalando), con un giro d’affari di oltre 1miliardo, commesse per 8miliardi e 13mila dipendenti in 40 Paesi. Oggi il portafoglio ordini arriva a 15miliardi, Pietro guida "la baracca" con doti manageriali che i consanguinei gli riconoscono e tuttavia il suo carattere difficile ha generato non poche liti in famiglia. Il cugino Simon Pietro si occupa soprattutto del settore immobiliare. Ma gli altri due cugini, Alessandro e Claudio, hanno tolto le tende dall’azienda e mentre il primo si è messo al servizio del padre Franco, il secondo ha deciso di fare il costruttore in proprio. LA GUERRA ALL'INTERNO DEL "CLAN". Facendo un passo indietro, la guerra vera e propria, con tanto di carte bollate, era scoppiata nel 2002, quando Pietro modificò lo statuto per poter governare l’impresa a maggioranza semplice. Uno sblocco che l’amministratore delegato riteneva necessario a fronte di una spartizione delle quote che vede l'accomandita Salini Simonpietro (divisa tra il presidente e il figlio Pietro) al 47%, la holding Sapar di Franco e dei figli al 43% e infine un 10% di azioni proprie. Simonpietro e Franco avevano peraltro stabilito che servisse una maggioranza qualificata del 60% per scelte di ordinaria e straordinaria amministrazione. E la decisione del padre e dello zio, secondo Pietro, finiva per ingessare la gestione. L’amministratore delegato, inoltre, sostiene da tempo che una quota del 10% di azioni proprie spetterebbe a Simonpietro che così salirebbe al 52,2%. Ma Franco è contro questa interpretazione. Il cambio di statuto del 2002 fu dunque la goccia che fece traboccare il vaso e scatenò lo scontro tra cugini. Mentre ancora oggi è fondamentale la questione, finita in Tribunale, del conferimento delle azioni proprie. QUELLA NORMA AD AZIENDAM SULLE AZIONI PROPRIE. Il governo Monti ha provato a metterci lo zampino, a gennaio, con l’emendamento Zoppini (ex sottosegretario alla Giustizia) alla legge sulle crisi da sovraindebitamento, definito «computo delle azioni proprie» nelle deliberazioni societarie. La modifica del testo sembrava «ad aziendam», cioè pensata ad hoc per spostare gli equilibri nel gruppo Salini. Fu accolta quindi tra molti sospetti e durò in definitiva lo spazio di un mattino. Nel frattempo i legami tra la famiglia romana e la politica non sono mai venuti meno. Non a caso risultano finanziamenti da parte dell’impresa alla Fondazione FareFuturo di Gianfranco Fini. Ora, però, la partita più importante è quella di Impregilo.

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