Fumi mortali

Ilva, inquinamento di Stato

Con l'azienda pubblica tutti sapevano.

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I fumi che escono dalla fabbrica dell'Ilva di Taranto.

Il 3 agosto il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al decreto legge per l'Ilva di Taranto «che consente di accelerare la realizzazione degli interventi previsti in materia di bonifica e di ambientalizzazione», ha spiegato il ministro dell'Ambiente Corrado Clini.
Le istituzioni cercano di correre ai ripari dopo anni di letargo e silenzio. Ma a essere svegli e a gridare «giustizia» sono i cittadini e i lavoratori dell'Ilva. Che il 2 agosto hanno manifestato la loro rabbia: «Dopo mezzo secolo era ora che lo Stato si accorgesse di noi», ha commentato un operaio in piazza della Vittoria.
Anche il comizio dei sindacati si è concluso dopo una interruzione da parte di alcuni tarantini che hanno accusato i sindacati di essere troppo vicini all'azienda, e di non difendere la salute di cittadini e lavoratori.
PAGANO I CITTADINI E I VERTICI ILVA. Si cercano i colpevoli a Taranto, e la lista è lunga: sindacalisti, imprenditori, politici. Tutti hanno le loro responsabilità. Ma a pagare, per ora, sembrano solo i cittadini e i vertici dell'Ilva: il patron Emilio Riva (leggi il profilo) insieme con altri sette dirigenti è agli arresti domiciliari.
Il tribunale del Riesame ha intanto rimandato a sabato 4 agosto la conclusione dell'udienza in cui si deve pronunciare sul sequestro dell'area a caldo e sull'arresto di otto tra dirigenti ed ex dirigenti.
«La mia paura è che oggi si voglia far pagare colpe accumulate nel giro di decenni a una sola persona», commenta a Lettera43.it Nicola Costantino, rettore del Politecnico di Bari, «per anni infatti è stato trascurato l'impatto delle polveri che dal parco minerali volano ogni giorno sulle teste degli abitanti del quartiere Tamburi, proprio a ridosso dell'Ilva».
L'IMPIANTO L'HA COSTRUITO LO STATO. E quell'impianto è stato costruito dallo Stato, che ha progettato parco minerali e area a caldo a poche centinaia di metri dalla città. Un errore che certo non si poteva comprendere negli Anni 60, quando ancora non c'era un'adeguata conoscenza scientifica della pericolosità di alcune sostanze. E soprattutto mancava la coscienza ambientale.
«Ma negli Anni 80 e sino al 1994, quando ancora lo stabilimento era pubblico, tutti sapevano», dice Costantino.

«Negli anni dell'acciaieria di Stato c'era consapevolezza e inerzia»

Un operaio della Thyssenkrupp al lavoro.

A parlare erano persino i muri: «Quelli delle case del quartiere Tamburi sono rossi a causa dei minerali penetrati sin dentro le fondamenta e sono così da decenni». È facile quindi immaginare che cosa abbiano fatto quelle polveri alla salute dei tarantini.
«Mentre nelle acciaierie degli altri Paesi questo spazio è ridotto, in quella di Taranto si parla di montagne intere fatte di carbone e ferro», spiega Carlo Mapelli, docente di Siderurgia del Politecnico di Milano, che osserva come le criticità dell'industria siderurgica siano proprio il parco minerali e le cokerie.
THYSSENKRUPP AVVANTAGGIATA. Un'area che anche le acciaierie ThyssenKrupp in Germania «hanno a pochi chilometri dal centro di Duisburg, e sebbene gli investimenti fatti per rimodernarle siano stati inferiori a quelli dell'Ilva», aggiunge Mapelli, «i risultati conseguiti sono migliori perché aveva alle spalle una situazione migliore della nostra: non era un'azienda di Stato».
Un peccato originale che nessuno ha mai pagato: «Negli anni dell'acciaieria di Stato c'era già una consapevolezza, ma anche una grande inerzia», continua Costantino.
ITALSIDER VIGILANZA INADEGUATA. E ora che l'ennesimo procedimento giudiziario nei confronti dell'Ilva sembra finalmente aver scosso le coscienze, resta da capire perché non ci sia mai stato un processo al precedente proprietario, ovvero lo Stato.
«Il sospetto, del tutto legittimo», cerca di spiegare il rettore, «è che essendo l'Italsider un'azienda pubblica, la vigilanza da parte delle istituzioni sia stata molto allentata».
Difficile capire ora a distanza di anni se quelle «disattenzioni» fossero studiate o semplicemente dettate dall'ingenuità nel pensare che «visto che si trattava di un'azienda pubblica tutto fosse svolto in maniera corretta».
Parlare ora di errori commessi 20 o 30 anni fa sembra anacronistico, «ma solo se si riuscirà davvero a capire quali danni riscontrati oggi sono dovuti all'inquinamento di quegli anni, si potrà avere giustizia», continua Costantino.
INQUINAMENTO DECENNALE. Sebbene infatti i provvedimenti della procura si basino su una perizia chimica fatta da giugno 2011 a gennaio 2012 e un'indagine epidemiologica su dati tra il 1998 al 2010 - quando l'Ilva era già di proprietà del gruppo Riva - «non si può dimenticare che gli effetti dell'inquinamento a volte si vedono con decenni di ritardo e le vittime di oggi potrebbero aver pagato i danni e gli errori commessi quando c'era l'Italsider».
DIOSSINA DI STATO E DELL'ILVA. Come stabilire quindi per esempio che le 386 persone morte per emissioni industriali tra il 1998 e il 2010 siano riconducibili a un inquinamento generato in quel periodo e non prima? Se come ha sottolineato più volte il leader dei Verdi Angelo Bonelli «a Taranto è caduta una quantità di diossina tre volte superiore a quella del Seveso», quale di questa diossina era di Stato?
Sul piano delle responsabilità che poi quell'impianto si stato venduto a un privato cambia certamente le cose: «Si potrebbe dire che Riva al momento dell'acquisto sapeva bene cosa stesse comprando», osserva Costantino.

Mapelli: «La Puglia fino a sette otto anni fa non aveva fatto alcun intervento»

Case del quartiere Tamburi di Taranto a ridosso dell'Ilva. Qui i muri hanno assorbito i metalli proveniente dal parco minerali dello stabilimento.

Insomma quello tra Riva e lo Stato è stato una sorta di patto tacito, visto il prezzo irrisorio di compravendita: 1.460 miliardi di lire. «Quando fu messa in liquidazione l'Italsider, l'acciaieria era già vista dall'Iri come una rogna di cui liberarsi, e lo stesso dramma occupazionale di quel periodo fu un problema che dopo qualche anno fu Riva a gestire».
Nonostante gli accordi più o meno silenziosi, secondo Mapelli non si possono non considerare gli investimenti fatti dall'Ilva: «La prima volta che visitai lo stabilimento nel 1998 presentava molte criticità, dopo 10 anni era molto migliorato», racconta, «ma è difficile cogliere gli effetti di un intervento di ambientalizzazione efficace - un lavoro che dura comunque anni - in un impianto così grande».
VALUTARE L'ANDAMENTO. Secondo l'esperto di siderurgia «il danno» bisogna quindi valutarlo in termini di andamento: «Se l'Ilva dimostra che i dati sull'inquinamento sono in decremento rispetto alla situazione pre Riva vuol dire che siamo sulla strada buona».
Per questo servono però controlli accurati e quotidiani da parte di Arpa e Asl. Verifiche che sin dai tempi dell'Italsider hanno spesso lasciato a desiderare.
Ora le cose sembrano cambiate, «la stessa regione Puglia fino a sette otto anni fa non aveva fatto alcun intervento specifico», spiega Costantino, «poi ha imposto alcuni limiti sulle emissioni dei fumi che hanno anche dato vita a duri scontri con l'azienda».
Negli ultimi anni il rettore del Politecnico di Bari ha partecipato per due volte alla relazione di impatto ambientale presentata dall'Ilva, «e in entrambi i casi il direttore dell'Arpa commentava positivamente, dopo averli certificati, i dati dello stabilimento».
SITUAZIONE MIGLIORATA. Allora o si è chiuso per troppe volte un occhio davanti a una approssimazione dei dati oppure bisogna ammettere che «negli ultimi anni si è fatto molto per migliorare la situazione». Che era ai limiti per colpa dello Stato e dell'Ilva.
Certo è che per quanti sforzi si possano fare, una città che ha per decenni ospitato nel suo cuore una fabbrica con cinque altoforni, «di solito in Europa le acciaierie hanno un altoforno e raramente è così vicino alla città», osserva Mapelli, non può azzerare il suo Dna. A meno che non si metta in atto una lunga e ben studiata riconversione, «che mi pare però impossibile», dice il docente del Politecnico di Milano, «anche perché se l'azienda chiude chi fa poi le bonifiche?»
Il rischio è quindi quello di perdersi nel labirinto burocratico che sempre più spesso in Italia permette anche di fare da scaricabarile davanti a responsabilità pubbliche e private.
DELOCALIZZARE I QUARTIERI A RISCHIO. Piuttosto «si potrebbe valutare», suggerisce Mapelli, «attraverso un piano urbanistico ad hoc, se sia il caso di spostare alcune aree urbane che sono di maggiore sofferenza».
Insomma delocalizzare il quartiere Tamburi, Borgo Antico e Paolo VI. Una soluzione che ai tarantini suona irrealizzabile quasi quanto quella di trasformare l'Ilva in un museo di archeologia industriale.
E per ora non consola certo sapere che nel mondo esistono altri esempi di aziende di Stato così grandi e così altamente inquinanti che alla fine l'hanno fatta franca e non hanno pagato per gli sbagli commessi sulla pelle dei lavoratori. «Forse perché sono cinesi», conclude Costantino.

Twitter @antodem

3 Agosto Ago 2012 0810 03 agosto 2012
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