Il Marocco spreme la Sicilia

Catania, agrumicoltura in crisi.

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da Catania

La arance siciliane vengonovendute a 5-10 centesimo al chilo.

Quest'anno più che la spremitura del tarocco è quella del Marocco a preoccupare gli agricoltori siciliani.
Dal primo ottobre è entrato in vigore l'accordo commerciale Ue-Marocco che elimina il 55% delle tariffe doganali sui prodotti agricoli e di pesca provenienti dal Paese nordafricano.
TERRENI IN ABBANDONO. «Questo segna l’inizio della fine della nostra agricoltura», dicono i contadini guardando l'orizzonte della piana di Catania (guarda la photogallery). Molti di loro stanno lasciando i terreni. «Nel Ragusano e Pachino il 50% delle serre sono in stato di abbandono, a Siracusa il 50% dei terreni rispetto allo scorso anno sono sfitti. Il problema non è solo per gli agrumi ma per l'agricoltura in generale», racconta a Lettera43.it Corrado Vigo, agronomo e agricoltore catanese, percorrendo una strada dissestata che porta alla contrada Sveglia Massaro. «In Africa stanno meglio», aggiunge, mentre l'auto sobbalza da un fosso all'altro.
LA MINACCIA DEL LOW COST. Tutti temono l'invasione di prodotti ortofrutticoli a bassissimo prezzo provenienti dal Maghreb. Un danno per i Paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo. A partire dalla Sicilia le cui arance, riconosciute come le migliori al mondo per qualità, rischiano di pagare per prime l'agevolazione concessa a Rabat.
Le aziende ortofrutticole dell'Isola dovranno infatti competere con la produzione di un Paese nel quale le condizioni e i costi del lavoro sono di pochi euro al giorno.
ARANCIA, BUSINESS IN PERDITA. In Sicilia, invece, racconta Vigo - che per passione cura anche un blog di informazione per gli agricoltori - «solo per produrre le arance i costi sono esorbitanti». Per ogni ettaro di agrumeto, all'anno, le spese ammontano a circa 5 mila euro. E vanno dalle 300 euro per l'Ici (ma nelle zone svantaggiate come Carlentini o Ramacca per esempio i costi sono ridotti) alle 410 per il consorzio bonifica; dai 120 euro di tasse alle 700 per le normali operazioni colturali. A cui si aggiungono 800 euro per la potatura, 950 per l'energia elettrica; 650 per i concimi al terreno e 250 per quelli fogliari. Senza contare 410 euro di gasolio, 350 di oneri previdenziali e i costi di raccolta.

Le arance sono vendute a 5-10 centesimi al chilo

Corrado Vigo, agronomo e agricoltore: «In Sicilia le arance vengono vendute a 5-10 centesimi al chilo».

Facile immaginare come alla fine per i siciliani campare con i frutti della propria terra sia un'impresa titanica. «Qui le arance vengono vendute a 5-10 centesimi al chilo», continua Vigo, il cui agrumeto di 40 ettari (arance tarocco e valencia) assorbe tutte le sue attenzioni e risorse. «Alla fine per mantenerlo in buone condizioni investo pure quello che guadagno come agronomo», racconta.
È solo grazie all'amore e alla passione degli agricoltori se questa terra ricca ma sfortunata riesce ancora a offrire prodotti di eccezionale qualità.
«VERSO IL PUNTO DI NON RITORNO». Lungo la piana di Catania non piove da sei mesi. A ottobre si registrano ancora temperature di 30 gradi. «Stiamo per arrivare al punto di non ritorno», aggiunge Salvo Nicolosi, anche lui agronomo e agricoltore catanese. «Le piante non sentono più l'acqua dell'irrigazione», spiega mentre accarezza le foglie verdi che guardano verso il basso.
IL VIRUS TRISTEZA. Gli aranci non hanno lacrime neanche per piangere. Molti hanno la tristeza, un virus che è arrivato dalla Spagna e distrugge le piante. Si trasmette da un albero all'altro e l'unica soluzione è estirpare l'intero agrumeto e reimpiantarlo.
Ma i costi dell'operazione sono elevati: da 15 a 20 mila euro per ogni ettaro. Una spesa che spesso gli agricoltori non possono affrontare. Per questo molti decidono di abbandonare la terra. In Spagna per affrontare questa calamità lo Stato ha aiutato i contadini. «Qui in Sicilia niente», denuncia Vigo. In più il prezzo di vendita delle arance è troppo basso per poter guadagnare e reinvestire.
SCOMPARSI 7 MILA ETTARI DI AGRUMETI. E così non è raro camminare lungo le campagne e imbattersi in spiazzi semi deserti. Gli agrumeti scomparsi lasciano spazio alle sterpaglie. E molte delle coltivazioni rimaste sono ormai contagiate dal virus che attacca i vasi linfatici.
«Prima qui c'erano circa 45 mila ettari di agrumeti, oggi non superano i 35 mila», spiega Vigo indicando distese infinite di terre e alberi. «Sulla piana di Catania mancano all'appello almeno 7 mila ettari di agrumeti».
Una riduzione dovuta a mille fattori. Infrastrutture inesistenti, strade dissestate, terre poco sicure ed esposte a furti se non a veri e propri atti di criminalità organizzata.
LA ZAVORRA DELLA BUROCRAZIA. Ma a pesare è soprattutto la burocrazia. Una battaglia continua. «Per ottenere anche un minimo finanziamento a fondo perduto per cambiare il sistema di irrigazione o estirpare e reimpiantare un agrumeto servono almeno 1.500 fogli di carta, documenti, carte bollate, lettere», lamenta Vigo. «Tutto tempo che si perde e spesso, quando alla fine i soldi arrivano, è troppo tardi».
Ormai si è ridotto anche il valore fondiario delle terre: «Da 120 milioni di lire per ogni ettaro oggi siamo a 25-30 mila euro», aggiunge l'agronomo.
PERICOLO GRANDE DISTRIBUZIONE. Eppure le arance tarocco, prodotto unico della Sicilia, hanno un prezzo irrisorio. «Anche se poi a Roma le rivendono a tre euro al chilo», dice Nicolosi. Tutta colpa della grande distribuzione (Gdo) che a quanto pare è l'unica a guadagnare sul sudore degli agricoltori.
Paradossalmente quando la filiera era lunga «noi ci guadagnavamo di più», lamentano tutti. Ora che i passaggi sono solo due - dall'agente commerciale alla Gdo - «i prezzi li fanno loro». Ma al contadino arriva sempre lo stesso introito.
«Non voglio il protezionismo», precisa Vigo. «È giusto che ci sia la concorrenza», gli fa eco Nicolosi, «ma i prodotti siciliani devono essere distinti sul mercato da quelli degli altri Paesi in modo che il consumatore possa scegliere consapevolmente in base alla qualità».

Le regolamentazioni in materia di fitofarmaci

Salvo Nicolosi, agronomo e agricoltore.

A preoccupare gli agricoltori catanesi non è solo l'accordo con il Marocco, ma il fatto che sia stato fatto senza alcuna clausola in materia di fitofarmaci, dimenticando quindi la sicurezza dei prodotti importati.
Una decisione che rappresenta non solo un rischio per la salute dei consumatori ma un danno nei confronti degli stessi agricoltori europei che invece hanno ben altre regole da rispettare.
LA RIDUZIONE DEI PRINCIPI TOSSICI. L'Ue sei anni fa ha infatti eseguito la revisione dei fitofarmaci e ha studiato un sistema per ridurre ed eliminare principi attivi tossici nell'agricoltura. Da 500 principi attivi che venivano usati a seconda del microclima, della coltura e della malattia delle piante da curare, oggi possono esserne utilizzati solo 100.
Una limitazione che davanti alla liberalizzazione del mercato nei confronti del Marocco crea solo un senso di profonda ingiustizia.
FARE RETE CONTRO LA CONCORRENZA. Ma c'è chi non si arrende. E, davanti all'imminente importazione di prodotti agricoli marocchini a tariffe doganali basse o pari a zero, cerca di trovare nuove soluzioni. Difendersi vuol dire soprattutto fare rete con gli agricoltori locali e degli altri Paesi.
Raffaele Cappellani, proprietario di 80 ettari coltivati ad arance tarocco, olive da tavola e frumento nella zona di Acireale ha provato a farsi dare alcuni contatti telefonici dall'Ice, l'Istituto di commercio estero. «Volevo parlare con gli agricoltori marocchini per sapere come lavoravano, che prezzi facevano», racconta, «ma per avere solo 100 nominativi di produttori stranieri l'Ice mi ha chiesto 1.000 euro».
È ancora la burocrazia a fermare lo spirito imprenditoriale degli agricoltori. «Più parliamo con gli uomini e più vogliamo stare vicino alle piante», dice malinconico Nicolosi.
MA C'È CHI NON SI ARRENDE. Ma nelle terre intorno a Sferro, una delle più belle zone della agrumicultura siciliana, c'è chi ci crede ancora nel valore della terra e pianta nuovi alberi. Così alle terre spoglie e private dei lori agrumi si alternano ettari con nuovi impianti, una speranza per il futuro.
La famiglia Majorana proprietaria terriera da quattro generazioni ci crede ancora. Nella sua tenuta che supera i 110 ettari ha appena piantato un nuovo agrumeto, tutto biologico (leggi la storia).
PAROLA D'ORDINE: DIVERSIFICARE. Anche Nicolosi nei suoi 60 ettari coltivati ad agrumi, oliveti e carciofi alterna tradizione a modernità. Diversificare è la parola d'ordine. E ingegnarsi. Nella zona di Ramacco è uno dei pochi ad aver costruito delle serre per la coltivazione di pomodorini. E per gestire meglio le coltivazioni ha investito 6 mila euro per un impianto misto che allo stesso tempo irriga e concima.
«QUI ALMENO DI FAME NON SI MUORE». Alla fine, nonostante le difficoltà, l'amore per la terra e la natura ripaga di ogni sacrificio.
Davanti a un campo di carciofi, accarezzando le foglie della pianta, Nicolosi alza lo sguardo e dice: «Oggi con questa crisi gli operai delle fabbriche rischiano davvero di morire di fame. Qui invece di fame non si muore. In campagna c'è sempre qualcuno che se hai bisogno una cassetta di arance o carciofi te la regala».

@antodem

13 Ottobre Ott 2012 0800 13 ottobre 2012
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