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10 domande (inquietanti) sul caso Monte dei Paschi

Le responsabilità del Pd. Le distrazioni degli organi di controllo. I dubbi sulla reale intossicazione del sistema bancario italiano. Gli interrogativi sullo scandalo dell'istituto senese.

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Il Monte dei Paschi di Siena.

Nel tipico atteggiamento italico di chi si rammarica della fuga dei buoi dopo aver lasciato aperte le porte della stalla, la vicenda del Monte dei Paschi si sta allargando a macchia d’olio, prendendo due direttrici su cui c’è ancora molto da indagare. Quella finanziaria, che riguarda le spericolate operazioni di finanza strutturata fatte dall’istituto senese nel tentativo di raddrizzare i conti. Quella politica, sulla presunta maxi tangente il cui sospetto prende le mosse dall’ingiustificato sovrapprezzo pagato nel 2007 da Mps per rilevare dal Banco di Santander il controllo di Antonveneta, e dalla scoperta di un conto londinese in cui parte di quei soldi (si parla di quasi 2 miliardi di euro) sarebbero finiti e da lì parzialmente fatti rientrare in Italia dopo essere stati fiscalmente scudati, ergo ripuliti.
SCANDALO CHE MINA IL VOTO. Uno scandalo di proporzioni devastanti, che rischia di far saltare il fragile sistema finanziario del paese nonché condizionare gli esiti della campagna elettorale alla vigilia del voto. E che nondimeno pone una serie di interrogativi cui spetterà alle istituzioni di controllo - ivi compresa la magistratura - trovare risposta.


1) I guai del Monte dei Paschi nascono poco prima del crollo della banca d'affari Lehman Brothers, evento che dette l’avvio alla spirale recessiva che ancora ci avvolge. Mps sborsò 9 miliardi di euro per la popolare Antonveneta, che pochi mesi prima il Banco di Santander aveva acquistato per 6. Interrogativi e sospetti che fin da allora analisti e giornali avanzarono sull’operazione non toccarono evidentemente Bankitalia, ovvero colei che autorizzò (in tempi molto, forse troppo, rapidi l’operazione). Come mai?


2) Solitamente compravendite di tale importo contengono nei contratti che le regolano una serie di clausole cautelative. Una, in particolare, è ben conosciuta anche da noi perché esercitata dalla Pirelli quando nel 2001 rilevò il controllo della Telecom. Si tratta di una clausola che consente, in presenza di eventi straordinari tali da stravolgere il contesto in cui la transazione è avvenuta, di rivederne il prezzo. Nel 2001 fu l’attentato alle Torri Gemelle e la conseguenza ricaduta sui mercati finanziari del mondo a farla scattare. Nel caso di Antonveneta un evento dalle conseguenze epocali come la caduta di Lehman Brothers avrebbe giustificato di per sé la revisione. Peccato che quella clausola nel contratto tra italiani e spagnoli non ci fosse. Perché?


3) Per fare l’operazione Antonveneta si sarebbe potuto optare per una soluzione carta contro carta (ovvero uno scambio azionario) o mista, ovvero azioni e contanti. Nulla di tutto questo avvenne, l’acquisto fu pagato cash. Follia? Sì, ma perversamente razionale. Poiché l’azionista di maggioranza assoluta della banca senese, la Fondazione Mps, non voleva diluire la sua partecipazione, si svenò tirando fuori dal suo portafogli 2 miliardi di euro. All’epoca, eravamo in presenza di una normativa che obbligava le Fondazioni a ridurre in modo consistente la loro presenza nel capitale delle banche. E per due ragioni: una, politica, ovvero allentare la presa degli enti locali, leggi la politica, sul mondo del credito. La seconda, perché i criteri di investimento del patrimonio di dette Fondazioni fossero improntati a un basso profilo di rischio. Non solo dunque denaro principalmente investito nella banca sottostante, ma allocato in una serie di asset che meglio salvaguardassero la sana e prudente gestione. Come mai governo e Bankitalia non sono intervenuti?


4) Negli anni precedenti all’acquisto di Antonveneta, Mps aveva avuto almeno due occasioni per ridurre l’asfissiante presa della Fondazione sul suo capitale. Una con la Bnl, con cui gli allora vertici della banca senese proposero la fusione. Un’altra con il Banco di Bilbao, che aveva visto nell’istituto una buona occasione per mettere piede in Italia. Chi fece saltare i due tavoli? Solo la Fondazione o ci furono pesanti pressioni della politica locale perché non si facesse nulla? Che poi, a ben pensare, è la stessa cosa visto che la prima era diretta emanazione della seconda.


5) La politica locale, appunto. Il Pd, che ha governato negli enti - comune, provincia, etc - cui spetta la nomina degli amministratori della Fondazione, porta una responsabilità oggettiva della situazione. Con tuttavia delle attenuanti: per molto tempo le lotte intestine tra Roma e la locale federazione hanno impedito il cambiamento degli assetti proprietari. Dal 2007 in poi Monte dei Paschi ha smesso di essere un istituto di stretta appartenenza piddina, per aprire anche ad altri schieramenti. Non a caso, quando Giuseppe Mussari cercò di cambiare aria puntando al vertice dell’Abi, l’associazione delle banche italiane, tra i suoi sponsor più convinti ci fu l’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Può però il Pd onestamente sostenere di aver fatto tutto quello che era in suo possesso per scongiurare l’epilogo che in queste ore la cronaca ci mette davanti? Può dire che sono bastate un anno fa le dimissioni del sindaco Ceccuzzi e il commissariamento del Comune per assolversi dalle sue responsabilità?


6) Chiamata in causa da più parti, la Banca d’Italia rivendica la bontà del suo operato. Lo fa però con motivazioni che rischiano di essere un boomerang. I controlli e le ispezioni fatte, l’ultima nel 2010, avevano rivelato anomalie e alti profili di rischio nella gestione finanziaria, così come evidenziato nei rapporti degli ispettori. E allora perché la banca centrale non è intervenuta per tempo? Ha forse pensato che un cambio dei vertici della banca (per altro rivendicato da più parti) avrebbe costituito di per sé la panacea di tutti i guai? A capo della vigilanza di Bankitalia c’era all’epoca dei fatti Anna Maria Tarantola, oggi presidente della Rai per volere di Mario Monti. La signora non ha nulla da dire su una vicenda le cui irregolarità si sono consumate mentre la sorveglianza era di sua competenza?


7) Si è sempre detto che il sistema bancario italiano è solido, non essendo stato compromesso (se non in minima parte) da quelle operazioni di finanza strutturata che hanno imbottito di prodotti tossici i bilanci di molti istituti esteri. Ebbene, questa vicenda Mps impone una immediata controprova. Ovvero un altro test sulla qualità degli attivi di tutto il sistema bancario, possibilmente facendo in modo che non ci siano casseforti inaccessibili ai vigilanti dove occultare gli asset spazzatura. Bankitalia pensa di muoversi in questa direzione o ritiene di nascondersi dietro la teoria della mela marcia il cui comportamento di malaffare resta un caso isolato?


8) Vista l’impotenza delle autorità di controllo a scovare e reprimere le operazioni di bilancio parallele, non sarebbe il caso che il legislatore si desse da fare per varare una normativa che ne delimita l’uso a fini circoscritti? Si è osservato che il derivato di per sé non è uno strumento del demonio, specie se protegge un investimento dai contraccolpi del rischio. Ma se diventa fine a se stesso, il prodotto finisce per originare una serie di transazioni fuori controllo completamente slegate dal sottostante che le ha generate. Il presidente della Consob ha in questi giorni ricordato un dato che deve far riflettere: a fronte di un Prodotto interno lordo (Pil) mondiale che ha raggiunto lo scorso anno i 71 trilioni di dollari, l’ammontare complessivo delle operazioni in prodotti derivati è di 650 trilioni. Insomma, il mondo è ancora seduto su una mina che può farlo saltare.


9) Ancorché ridotta, l’influenza e il peso delle Fondazioni nel sistema economico italiano non risponde ai necessari requisiti di controllo. Le Fondazioni sono diventate un potere autoreferenziale, che spesso si trova ad amministrare con piena discrezionalità un patrimonio ingente, e che non deve rispondere ad alcuno delle sue (spesso discutibili) scelte di investimento. Occorre che il prossimo governo ripensi completamente una legge che spesso è stata elusa o, come nel caso del Monte dei Paschi, assai tardivamente applicata. Non basta la riduzione della partecipazione nelle banche, non basta la sanzione del conflitto di interessi che scatta in presenza di amministratori che sono contemporaneamente controllori e controllati. Non occorrerebbe forse un controllo più stringente sui flussi di denaro e le finalità del loro impiego? Visto che, in ultima istanza, di soldi pubblici si tratta.


10) Ultima domanda, che riguarda l’attuale pietra dello scandalo. Il governo sta per autorizzare la concessione di un prestito di quasi 4 miliardi di euro alla banca senese, i cosiddetti Monti bond a integrazione degli 1,9 già autorizzati dal precedente esecutivo. Anche qui, sono state introdotte le opportune cautele per ridurre il profilo di rischio dell’intervento statale? Detto altrimenti, il contratto che regola il prestito si preoccupa della futura solvibilità del suo debitore? O, ancora più esplicitamente, sono o saranno attivati gli opportuni meccanismi perché il finanziamento (ora rimborsabile a un tasso d’interesse molto vantaggioso per il prestatore) non si trasformi in una dazione a fondo perduto?

Twitter @paolomadron

26 Gennaio Gen 2013 1400 26 gennaio 2013
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