IL PROGETTO
2 Giugno Giu 2013 1154 02 giugno 2013

Piano C, il coworking per le donne

A Milano uno spazio per lavorare insieme

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Piano C è dedicato a donne lavoratrici che si sono stancate di essere flessibili e hanno deciso di rendere flessibile il loro modo di lavorare.

In Italia solo il 46% delle donne lavora contro una media europea del 62%. E il 15% lascia l'occupazione con la maternità. Eppure, secondo la Banca d'Italia, se l'occupazione femminile aumentasse del 14% il Pil salirebbe del 7%.
NUOVA CULTURA DEL LAVORO. Una semplice equazione matematica di cui molti discutono ma che nessuno vuole risolvere. Riccarda Zezza, ex manager Nokia e di banca Prossima, ci ha provato partendo da due considerazioni: alle donne serve uno spazio alternativo. Agli italiani una nuova cultura del lavoro. Che li aiuti, soprattutto in un momento di crisi come questo, a rimettersi in gioco.
Perché se l'aumento della disoccupazione lascia sempre più persone fuori dal mercato del lavoro, chi riesce a entrare è quasi sempre inquadrato come libero professionista a Partita Iva e spesso non ha nemmeno un posto dove lavorare. Così, per ridurre i costi di gestione, la casa diventa un ufficio. E l'isolamento aumenta.
CONDIVISIONE DI SPAZI E SERVIZI. Per dare una struttura e soprattutto un network a questi lavoratori, a dicembre 2012 a Milano è nato Piano C (guarda la gallery), che l'amministratrice unica Zezza definisce «un laboratorio dove cerchiamo di creare e sperimentare condizioni artificiali che aiutino a lavorare meglio».
Come? Usando il coworking e il cobaby, ovvero la condivisione degli spazi di lavoro e del servizio di babysitter «che però sono solo alcuni degli strumenti molto flessibili che abbiamo deciso di mettere a servizio delle donne».
Sono loro infatti le protagoniste a cui è dedicato il progetto, lavoratrici che si sono stancate di essere flessibili e hanno deciso di rendere flessibile il loro modo di lavorare.
«Non ha senso pretendere di cambiare le persone», dice Zezza, a cui piace creare immagini efficaci per spiegare la sua idea. «Se la metà degli abitanti sul pianeta fa fatica a entrare nel mondo del lavoro attraverso una porta, forse dovremmo rivedere la forma della porta».
MAMME PIÙ VECCHIE D'EUROPA. E, soprattutto, capovolgere il luogo comune secondo cui «far entrare le donne nel mondo del lavoro vuol dire abbassare la produttività». Un vero e proprio «baco del sistema», lo definisce Zezza, «il problema non è infatti la donna, ma il mondo del lavoro. Invece continuiamo a ricevere il messaggio che è colpa nostra perché facciamo i bambini. E poi ci si sorprende quando escono le statistiche secondo cui le mamme italiane sono le più vecchie d'Europa».

Fare social business mettendo in discussione le dinamiche del lavoro

Disegno che rappresenta la filosofia di Piano C.

Lo sa bene Zezza che ha avuto i suoi figli a 36 e 39 anni, «la maternità si rimanda perché in Italia hai la percezione che il figlio sia il classico caso di bene comune il cui beneficio va a favore di tutti, ma il costo lo sopporta solo la famiglia». E in particolare la donna, «che viene segregata in casa, e se lavora è frustrata perché non riesce a conciliare tutto».
CAMBIARE LE REGOLE. Piano C, invece, ha l'obiettivo di «pacificare» le dinamiche quotidiane delle lavoratrici e anche degli uomini che hanno figli (a cui sono dedicate una sorta di quote azzurre di accesso, ndr). «Abbiamo voluto creare uno spazio comune dove lavorare, formarsi, incontrarsi, risolvere, mettere in comune, ma soprattutto cambiare le regole, le convenzioni».
Una mission impossible che Zezza ha intrapreso a novembre 2011 quando, durante la sua seconda maternità, per la prima volta sentì parlare di coworking con baby parking, uno spazio per bambini dove allo stesso tempo puoi lavorare e unire le energie.
UNO SGUARDO ALL'ESTERO. Un progetto che le permetteva di realizzare il suo sogno: «Fare social business» mettendo in discussione le dinamiche del lavoro «sempre e solo maschili, che anche nelle grandi aziende sono deludenti e si ripetono nella loro inefficienza».
Riccarda ha passato mesi a studiare i modelli organizzativi flessibili che ci sono all'estero, «in centro Europa c'è molto coworking, come negli Stati Uniti, dove c'è la mentalità di non sentirsi dipendenti di un'azienda ma piccoli imprenditori di se stessi che lavorano per obiettivi», racconta Zezza.
In Nord Europa invece il coworking è poco usato «perché non serve, la flessibilità ce l'hanno già in azienda».
Per realizzare Piano C c'è voluto un anno di preparazione: da gennaio 2013 tutti i servizi sono attivi: si può avere una scrivania per lavorare, lasciare i figli nel baby parking adiacente, affittare una sala riunioni, consumare uno spuntino nello spazio cucina comune, usufruire dei servizi salvatempo come quello della lavanderia o della spesa a domicilio. Ma anche partecipare alla numerose iniziative organizzate dall'Associazione come i corsi di online reputation, yoga, manutenzione della coppia, gestione separata, Inps e casse.
LA COMMUNITY COME BUSINESS. Uno spazio con servizi reali ma il cui core business è la community, che permettere di trovare ogni volta soluzioni e interagire, pacificare quelle due dimensioni della vita reale come il lavoro e la famiglia.
Per questo, a soli cinque mesi dalla sua nascita, Piano C ha già vinto il premio per miglior progetto di innovazione sociale della Banca europea per gli investimenti.
Sette i soci (cinque donne e due maschi) che hanno messo i soldi necessari per farlo partire, anche perché trovare fondi pubblici è un miraggio: «I tempi si sarebbero allungati in maniera esponenziale», dice Zezza.
Tra i soci fondatori c’è anche Carlo Mazzola, analista finanziario e proprietario di uno spazio, che voleva usare per fare attività di social business. «E visto che proprio lo spazio è il costo più alto che devi affrontare», racconta Zezza, «una volta ottenuto questo, è partita l'avventura».
CAPITALE SOCIALE PRIVATO. Con un capitale sociale di 36 mila euro, a cui i soci hanno aggiunto un ulteriore finanziamento di circa 150 mila è partita la start up. «Ora continuiamo a perdere circa 2 mila euro al mese, poi dovremo recuperare le spese fatte».
Per questo i soci hanno deciso di non darsi lo stipendio, «almeno sino a quando non andremo in pareggio», dice l’amministratrice unica.
Parlare di profitto, quindi, è ancora presto. Ma a fine start up, «per stare in piedi con un minimo margine di guadagno, prevediamo di raggiungere un fatturato di 150 mila euro», calcola Zezza, considerando che lo spazio di 250 metri quadri con tutti i servizi richiede una spesa di 11 mila euro mensili.
Per ora, le maggiori entrate sono garantite dall'affitto delle sale riunioni e degli spazi usati da piccole aziende o associazioni. Dentro Piano C ha per esempio la sua base Valore D, la prima associazione di grandi imprese creata in Italia per sostenere la leadership femminile.

L'uso quotidiano di una postazione costa 25 euro

Riccarda Zezza, fondatrice e amministratrice unica di Piano C con il socio Carlo Mazzola.

Piano C è una srl e anche un'associazione, «perché in Italia non esiste il modello del social business, che è quello che noi siamo, ovvero un'impresa a finalità sociale», che permette anche di distribuire i profitti, ma con un tetto. «Una soluzione che nei paesi anglofoni è ormai una prassi», dice Zezza.
Nonostante un grande ritorno mediatico, l'inizio di Piano C è lento. A marzo usavano lo spazio comune 13 persone, a maggio 20, «che sono poche per ora, perché per arrivare a pieno ritmo dovremmo averne 40 sotto lo stesso tetto». La maggior parte sono libere professioniste nell'ambito della comunicazione, della grafica, della ricerca. Quelle fisse sono una creativa, una copywriter, una psicologa, un'insegnante di inglese, due dipendenti di azienda e una ragazza in congedo di maternità.
AL MESE 300 EURO. Popolare lo spazio di coworking è difficile e non è solo una questione di costi: l'uso quotidiano di una postazione di lavoro - dalle 9 alle 19 - vale 25 euro, ma si scende a 16 con un carnet multi ingresso, e quasi a 10 euro se si fa l'abbonamento mensile di 300 euro (che è quello più completo e comprende l'uso della cucina, tè e caffè, una mensola personale, scanner e fotocopie, l'uso per quattro ore della sala riunioni, convenzioni, servizi salvatempo, community online, cobaby).
VOGLIA DI RISCATTO. «Per ora la media di utilizzo è due volte la settimana a persona, sono donne che hanno già altre abitudini lavorative e soprattutto esigenze famigliari che le costringono a stare a casa», spiega Zezza.
Donne «con una grande voglia di riscattarsi, di mettere la loro energia da qualche parte». La maggior parte, racconta Zezza «ha un'esperienza di precarietà e di lavoro nero legato alla gravidanza. Questa è la storia inenarrabile che il Paese non racconta. Sono quattro donne su cinque ad avere problemi sul lavoro quando rimangono incinte, una cosa folle. Eppure non ne parla nessuno, non c'è nessun tipo di stigma sociale su questa discriminazione».
Per questo, «il nostro obiettivo è tirarle fuori dall'uscio e far vedere loro che c'è anche uno spazio diverso dove si può lavorare e non sentirsi sole».
Una delle cose più difficili è «cambiare la mentalità delle persone. Ma modificare le abitudini non dipende da una società, serve l'intervento delle istituzioni», ricorda Zezza. A maggio 2013, il Comune di Milano è stato il primo in Italia a fare un bando per il coworking, che copre sino al 50% delle spese fatte dal lavoratore per usare uno spazio di lavoro.
MODELLO DA ESPORTARE. Esportare il modello di Piano C è l'obiettivo. Che non vuol dire solo proporre il servizio di cobaby durante la maratona o il progetto di coworking all'Idroscalo per i genitori che durante l'estate portano i figli al summer camp.
Un'idea è quella di vendere dei pacchetti di Piano C alle aziende per le loro dipendenti che ritornano dalla maternità e che spesso vivono il rientro in ufficio come un trauma. «Si può proporre alle lavoratrici una transizione graduale nel nostro spazio, dove non devono smettere di allattare, hanno il cobaby, lavorano per obiettivi, sono più serene, stanno in una community di donne che hanno già affrontato questo trauma. Questo potrebbe anche essere un modo per aumentare il profitto della stessa azienda», dice Zezza.
RAGIONARE SUI TEMPI LUNGHI. «L'obiettivo è rimettere insieme vita e lavoro in maniera sinergica anche nelle aziende e nelle istituzioni. Un concetto forse metafisico», osserva Zezza, «ma adesso le aziende hanno voglia di sentire queste cose: l'energia non conosce barriere, non c'è il muro tra vita e lavoro».
L'unico vero muro è che «questi progetti danno risultati a lungo termine, almeno due tre anni. E nessuno in Italia, tra istituzioni e aziende, ha un orizzonte temporale così lungo. Tutti vogliono risultati immediati. Così il miglior modo per avere un beneficio è tagliare».

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