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TELECOM E ALITALIA
24 Settembre Set 2013 1109 24 settembre 2013

Politici assenti e capitalisti straccioni

Dopo anni di buchi, l'Italia perde due asset importanti della sua economia. Dando l'addio al sistema dei salotti buoni. E mentre il mondo cambia i Palazzi guardano dall'altra parte.

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Destinazione Italia, invitava Enrico Letta non più di una settimana fa magnificando in un documento quanto il nostro Paese possa essere un Bengodi per gli investimenti stranieri.
Detto, fatto. Gli spagnoli di Telefonica si sono comprati la Telecom, mentre a giorni Air France pianterà la sua bandierina nel ventre molle di Alitalia.
Sono pezzi importanti del sistema industriale che se ne vanno, un po' perché ineluttabilmente soverchiati dalla concorrenza globale, molto perché gravati di un debito insostenibile in tempi di magri fatturati e margini ridotti.
DUE STORIE DIVERSE, UN IDENTICO FINALE. Nel loro comune destino, le due aziende che portano nel logo il nome Italia hanno storie ben diverse.
Telecom è figlia di una privatizzazione cominciata male e finita peggio. Pensate che quando la proprietà era pubblica la sua posizione finanziaria netta era positiva, e l'aver consentito ai privati di scalarla interamente a debito ne ha segnato la rovina nonostante vari passaggi di mano e diversi inutili tentativi di rianimarla.
Invece questa Alitalia è il portato di un'ossessione berlusconiana, tanto improvvida quanto ammantata di insulsa retorica sui «patrioti» e la cordata tricolore che salvava la compagnia di bandiera dalle grinfie del nemico francese sotto le cui insegne ora mestamente è destinata a finire. Non importa se conservarne l'italianità abbia significato scaricare miliardi di euro di costi sulle tasche dei contribuenti.
PREMIATA LA STRATEGIA DEGLI SPAGNOLI. Due capolavori, entrambi frutto di improvvisazione e della totale assenza di una politica industriale che privilegiasse l'interesse della collettività all'arricchimento dei pochi.
Ma, per certi versi, con la cessione finisce un incubo. L'immane quantità di ricchezza privata e pubblica bruciata sull'altare dei due gruppi avrebbe certo meritato miglior destinazione, invece che essere sacrificata in nome di un orgoglio beota.
E anche se noi pensiamo, e non da oggi, che la qualità dei servizi forniti faccia premio sulla nazionalità di chi li gestisce, fa comunque specie - nel caso di Telecom - che a comprare sia l'azienda di un paese considerato fino a ieri il grande malato d'Europa.
Una società, quella spagnola, che con oltre 50 miliardi di debiti non si può certo dire in salute. Ma che, nonostante ciò, ha sviluppato una precisa strategia che l'ha portata a diventare, vista la presenza internazionale, uno dei protagonisti mondiali del settore.
L'INEVITABILE FINE DEI SALOTTI BUONI. Un'ultima considerazione. A vendere Telecom sono gli azionisti che fino a ieri erano considerati parte del salotto buono del capitalismo italiano (da Mediobanca, a Generali, a Intesa).
Un salotto che era ancora il portato del vecchio ordine instaurato da Enrico Cuccia il quale, di fronte alla cronica mancanza di soldi dei nostri imprenditori, si era inventato i patti di sindacato che consentissero loro di mantenere con il minimo sforzo il controllo delle aziende.
Ora la cessione di Telecom mette una pietra tombale su un sistema in cui - per dirla alla maniera del fondatore di Mediobanca - le azioni si pesavano ma non si contavano. E più del denaro contavano relazioni e connivenze.
FINISCE UN MONDO E LA POLITICA LATITA. Una pietra tombale che con l'approvazione dell'ultimo bilancio in perdita anche l'istituto di piazzetta Cuccia ha certificato, dichiarando al sua intenzione di uscire dai patti di sindacato e di vendere gli asset la cui perdita di valore non è più sostenibile.
Insomma, è finito un mondo. E, come sempre, la classe dirigente di questo paese si trova impreparata, mentre la politica finge di non vedere o arriva inutilmente a cose fatte.
Se per gli utenti la soluzione è quasi sicuramente destinata a migliorare la qualità e a ridurre il costo del servizio, da un punto di vista simbolico la vendita della più importante compagnia di telecomunicazioni ha una valenza devastante.
Non c'è paese industriale che lo abbia fatto. Anzi, in alcuni, Francia e Germania in testa, quell'industria fa capo allo Stato perché considerata strategica.
Ma è un destino che, visto come sono state gestite le cose, ci meritiamo tutto.

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