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Industria, le acquisizioni delle aziende italiane

Quando le nostre imprese fanno shopping all'estero.

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Gli uffici di Telecom.

Dopo l'acquisto della Telecom da parte della spagnola Telefonica, la lista delle aziende italiane comprate dagli stranieri si allunga, trasformando sempre più l'Italia in un Paese di conquista.
Ma a voler seguire il consiglio del premier Enrico Letta ed essere, quindi, «ottimisti», si può anche guardare la situazione da un altro punto di vista.
Negli ultimi cinque anni le aziende italiane sopravvissute alla crisi hanno messo a segno 240 acquisizioni all'estero, per un controvalore di circa 23 miliardi di euro.
NON SOLO PREDE. Come testimonia il rapporto di Kpmg corporate finance dal titolo «Non solo prede», pubblicato a settembre 2013, nel primo semestre dell'anno tra le prime 10 aziende ad aver fatto shopping oltreconfine c'è Fincantieri che ha acquistato oltre il 50% della norvegese Stx Osv As; Investindustrial ha portato a casa il 37,5% della britannica Aston Martin; Erg ha rastrellato l'80% dell'inglese Ip Maestrale investments.
E ancora Ima ha comprato il 59% della cinese Shangai pharmaceutical machinery, Recordati il 100% della statunitense Lundbeck llc-product portfolio; assicurazioni Generali il 25% della ceca Gph.

Lo shopping italiano: da Pirelli ad Amplifon, da Fiat alla Campari

L'amministratore delegato di Fiat Sergio Marchionne.

Anche nel 2012, nonostante il perseverare della crisi la bolognese Datalogic - che già nel 2010 aveva comprato la Evolution Robotiscs Retail, società di Pasadena, Los Angeles - è diventata proprietaria della statunitense Accu-Sort system inc; Buzzi Unicem si è aggiudicata la tedesca Dyckerhoff Ag, Recordati: la russa Zao Akvion; Eni: la belga Nuon power generation, Pirelli: la svedese Dackia holding Ab.
Senza dimenticare una delle operazioni più discusse del 2011, che ricorda quella di Telefonica, ma a parti invertite: il passaggio di proprietà della spagnola Endesa a Enel. Poi dell'australiana Nhc group ad Amplifon nel 2010 e della statunitense Drs technologies a Finmeccanica.
Senza parlare del caso Fiat, primo azionista della Chrysler: oggi è al 53,5%, ma l’obiettivo è salire al 58,5% entro la fine dell’anno. Infine ci sono sempre i figliol prodighi, che tornano a casa, come Ducati e Mv Augusta, prima vendute ad aziende straniere e poi riacquistate di nuovo da imprese italiane.
DAL 2008 IL CALO DEGLI ACQUISTI. Ma nonostante l'ottimismo, il bicchiere resta comunque mezzo vuoto: «Dal 2008 il mercato delle acquisizioni ha subito un forte calo», ha detto a Lettera43.it Max Fiani, consulente Kmpg, «perché il primo driver dell'M&A (Mergers and acquisitions) è la disponibilità bancaria, che purtroppo la stretta creditizia ha fatto venir meno».
Dopo il picco di acquisizioni registrato tra il 2000 e il 2008, quando si raggiungevano valori complessivi di circa 100 miliardi di euro all'anno («nel 2007 furono 150», ha ricordato Fiani), «si è arrivati a una media attuale annuale di circa 20 miliardi».
LA POLITICA DEI SERIAL BUYER. Senza contare che a continuare a fare acquisti sono i soliti noti, «i cosiddetti serial buyer (compratori seriali, ndr), che anche quando il mercato è complicato, continuano a espandersi in altri Paesi e comprare i loro competitor».
Così ha fatto per esempio Campari nel 2012 quando ha acquistato la giamaicana Lascelles deMercado&co limited o la statunitense Wild Turkey nel 2009.
Aziende «che per poter fare grandi acquisizioni devono essere già leader nel loro settore», ha spiegato il consulente Kpmg, «essere strutturate, capaci di investire e integrare tutto lavorando sulle sinergie».
LA STRATEGIA DELL'EXPORT. Le acquisizioni sono infatti «processi che non possono essere governati con la sola finanza». Ma che mai come in questo momento di crisi sono necessarie per sopravvivere: «Se le aziende vogliono crescere devono comunque investire nell'export», ha continuato Fiani. Una parola che può essere declinata in vari modi: «Vendendo i propri prodotti all'estero, facendo joint venture o acquistando aziende straniere, spesso con l'obiettivo di conquistare il mercato retail». Come ha fatto Luxottica «con l'acquisto del brand americano Rayban».

Il caso di Prima Industrie, la piccola multinazionale torinese

Fulvio Conti, amministratore delegato di Enel.

E come dal 2000 fa la torinese Prima industrie, che da 30 anni opera nel settore della progettazione e produzione di macchine laser e lavorazione della lamiera e nell’elettronica industrial. «Quando nel 1999 ci siamo quotati in Borsa, abbiamo deciso di diventare player internazionali e abbiamo iniziato a comprare all'estero, a partire dall'America», ha raccontato a Lettera43.it il presidente Gianfranco Carbonato.
Il primo acquisto è stato quello della Convergent Energy in Massachuttes, poi la divisione Laserdyne dalla Gsi Lumonics. L'ultimo nel 2008: la finlandese Finn Power. In mezzo una serie di fusioni e joint venture con altre aziende straniere.
UNA PICCOLA MULTINAZIONALE TORINESE. «Nel 1999 facevamo il 30% del fatturato in Italia, il 60 in Europa e il 10 nei Paesi extraeuropei, adesso rispettivamente il 10%, il 35% e il 55%». E, vista la crisi degli ultimi cinque anni, «per fortuna abbiamo fatto queste acquisizioni, che ci permettono di lavorare anche in altri Paesi. Ora siamo una piccola multinazionale». Che fattura 350 milioni di euro, conta 1.500 dipendenti (di cui 800 fuori dall'Italia) e ha sedi produttive anche in Finlandia, Cina e Stati Uniti.
«Ormai il mondo è diventato internazionale, ci scandalizziamo dell'acquisto di Telefonica ma è la stessa cosa che accadde quando Enel comprò Endesa», ha detto Carbonato, che ha raccontato però come quando alla sua azienda arrivò una offerta di acquisto.
COMPRARE MA RIMANERE IN ITALIA. «Ci fecero anche un'Opa ostile, decidemmo di non vendere. Volevamo difendere la nostra italianità perché non si lavora solo per fare i soldi, l'impresa ha un ruolo fondamentale nel territorio in cui opera, per questo il quartiere generale è e rimane a Torino».
Per quanto, quindi, il rapporto fra le acquisizioni straniere in Italia e quelle italiane all’estero sia di due a uno, «nonostante la crisi, non mancano le imprese che continuano a comprare aziende straniere», ha concluso Fiani. «Certo che se si fa il paragone rispetto a tutti gli altri Paesi, l'Italia uscirà sempre ridimensionata».
«L'analisi da fare sarebbe di uno a uno, per esempio Gemania-Italia o Italia-Stati Uniti». Tenendo comunque presente che «si tratta di dimensioni ed economie diverse».

25 Settembre Set 2013 2036 25 settembre 2013
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