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Obama si gioca tutto su Sanità e ripresa

La capacità di Barack di imporre la sua tabella di marcia è ai minimi. Ora non gli resta che sperare nel Pil e nell'Omabacare.

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Il presidente americano Barack Obama.

È spesso impietoso confrontare le promesse elettorali fatte alla vigilia della prima vittoria con quanto un presidente può dire cinque o sei anni dopo. Jimmy Carter e Bush padre nemmeno ebbero questa occasione, giubilati dopo quattro anni. E così finì un presidente ben più efficace come Lyndon B. Johnson, costretto al ritiro dal caos vietnamita al termine del suo primo, pieno mandato.
Non diversamente toccò a Bush figlio, castrato dal pantano iracheno e dalla deludente risposta federale al disastro dell’uragano Katrina nel Golfo, nel 2005.
LE INCOGNITE: RIPRESA E SANITÀ. Obama ha ancora tre anni. Una più che possibile, ma non ancora certa, ripresa duratura e definitiva dell’economia potrebbe ridargli fiato. Così come, ma è ancora più incerto, la sua riforma sanitaria, partita male ma su cui una parola definitiva sarà possibile solo fra sei-otto mesi.
Nel frattempo sembrano deboli le chance che Barack Obama possa iscriversi nel novero dei presidenti che hanno lasciato profonda traccia nel Paese, i Franklin Roosevelt e - ma qui i giudizi sulla vera bontà di quella traccia sono più complessi - i Ronald Reagan.
FREDDEZZA DEMOCRATICA. La capacità del presidente di imporre la sua tabella legislativa è, a giudicare dai risultati del 2013, ai minimi termini. E l’accoglienza fatta dagli stessi democratici a uno dei punti del discorso sullo Stato dell’Unione, la settimana scorsa, sul commercio internazionale, lo conferma.
E i repubblicani? L’unica controproposta contenuta nella risposta ufficiale del partito al discorso presidenziale è stata una richiesta di abbassare le tasse, panacea della ripresa. Ma ha funzionato e bene, negli Anni 20 e poi con Kennedy e Johnson, quando le aliquote marginali erano altissime, meno bene con Reagan negli Anni 80 quando non erano così alte e quando le tasse, peraltro, furono tagliate e aumentate, a fasi alterne. Più che politica economica, sembra propaganda.
L'ENFASI SUL SALARIO MINIMO. La stampa italiana ha dato risalto alla decisione di Obama di aumentare d’ufficio il salario minimo ai dipendenti delle ditte che lavorano con contratto federale, cosa che non ha bisogno di un voto del Congresso. È stato il passaggio centrale del discorso ed è una mossa di importante significato simbolico. Ma di modesto, per ora, impatto pratico. Comunque, conferma che il presidente è con i più deboli.
I lavoratori pagati con la minimum wage sono circa 1,6 milioni e 2 milioni sono quelli pagati ancora meno, in totale circa il 5% di quanti hanno paga oraria. Non si applica infatti in alcuni casi, per esempio alle piccole imprese che non fanno commerci interstatali.
A CHI SI APPLICA LA MINIMUM WAGE. La minimum wage federale esiste negli Stati Uniti in modo stabile dal 1938, ha avuto il massimo potere d’acquisto nel 1968 quando era a 1,60 dollari l’ora pari a quasi 11 dollari di oggi, è attualmente a livello federale pari a 7,25, alzata l’ultima volta da Bush figlio nel 2007, quando era a 5,15, con 58 degli attuali repubblicani di Camera e Senato che allora votarono a favore e oggi fieramente, in genere, si oppongono. Vari Stati e municipalità ne hanno una più alta del minimo federale, che Obama e i democratici vorrebbero a 10,10 dollari.
È questo il livello assegnato ora dal presidente, unilateralmente, a chi lavora per imprese private sotto contratto federale. Difficile dire quanti lavoratori saranno avvantaggiati. Pochi nel settore tecnico, dove il 97% secondo Fernando Galaviz, presidente di una associazione che rappresenta 5 mila fornitori di servizi, guadagna già di più. Dai 200 ai 400 mila, difficile stimare, tenendo conto di mense, basi militari e musei, soprattutto lontano dai grandi centri.
SPIRAGLI PER LA RIPRESA. L’economia fa ben sperare con i dati trimestrali del terzo e quarto trimestre 2013. Se va avanti così, fra sei mesi Obama potrà dire che con lui il Paese è uscito dal guado. Per ora però i dati trimestrali della seconda metà 2013 sono equivalenti a quelli già avuti in parte del 2009 e a cavallo tra 2011 e 2012, senza poi confermare uno strappo definitivo e ricadendo nella mediocrità.
Solo fra sei mesi potrà esserci quindi, se i dati lo confermeranno, il grido di vittoria. Dipende molto dai consumatori e dalla disponibilità a spendere. Ma potrebbe accadere. Speriamo.
Obama ha anche detto che «raramente i profitti aziendali e i corsi azionari sono stati più alti». Vero. Ma è difficile farne una bandiera. I profitti alle stelle sono la conseguenza di un passaggio in atto da 30 anni, e che la Grande Recessione ha solo accelerato, da una minor remunerazione del lavoro a una maggiore del capitale.
LA PARENTESI WALL STREET. E Wall Street alle stelle (fino a un mese fa) va esaminata con cura. Si scopre così, e sulla base dei soli dati ufficiali della Finra (Financial Industry Regulatory Authority) che il livello di indebitamento per gli investimenti azionari e il saldo negativo tra attivi e passivi di chi investe è ai massimi storici e ai livelli più alti, paragonabili a quelli della bolla dot com del 2000. Non esattamente rassicurante, anche perché lo shadow banking certamente ha fornito altri ingenti capitali a investitori decisi a tutto. Investire a credito in Borsa moltiplica utili o perdite, dipende da come gira il mercato.
IL NODO DEGLI ACCORDI COMMERCIALI. Sul commercio internazionale Obama ha spinto per un rapido accordo con l’Asia e l’Europa. Quest’ultimo è meno controverso, ma sull’Asia 24 ore dopo il discorso del presidente è arrivato lo stop del democratico Harry Reid, capo della maggioranza al Senato. «Sono contro una conclusione rapida. È saggio per tutti non avere fretta al momento».
A novembre si vota per il Congresso e molti americani sono convinti che i grandi accordi commerciali, a partire dal Nafta (con Canada e Messico) di 20 anni fa abbiano fatto perdere 1 milione di posti di lavoro, portato via lavori remunerativi e lasciato occupazioni mal pagate a quel 63% della forza lavoro che non ha una qualificazione universitaria. Terreno minato.
«Fra cinque giorni potremo profondamente trasformare gli Stati Uniti d’America. Fra cinque giorni potrete voltare pagina su politiche che hanno anteposto l’avidità e l’irresponsabilità di Wall Street al duro lavoro e ai sacrifici della gente di Main Street», diceva il 30 ottobre 2008 Obama davanti a una folla estatica che a Columbia, Missouri, aveva fatto ore di coda per poterlo ascoltare.
Wall Street ha 14 mila pagine di nuove regole - incomplete - che non le impediscono sostanzialmente di fare ciò che faceva prima. Restano il Pil, sperando che tenga, e l'Obamacare, sperando che funzioni. Ma al quinto anno la speranza, ottima prima colazione, è per ora una modesta cena.

3 Febbraio Feb 2014 1550 03 febbraio 2014
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