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NEGOZIATO
18 Giugno Giu 2014 0600 18 giugno 2014

Ttip tra Usa e Ue: l'agricoltura al centro del dibattito

Washington e Bruxelles puntano ad armonizzare le rispettive legislazioni.

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da Bruxelles

Il Segretario di Stato all'agricoltura Usa, Tom Vilsack con il Commissario europeo all'Agricoltura Dacian Ciolos.

Si gioca sul campo, nel vero senso della parola, la partita del Ttip, il partenariato transatlantico tra Unione europea e Stati Uniti sul commercio e l'investimento. Per ora, l'agricoltura è infatti uno degli argomenti più controversi sul tavolo dei negoziati.
LA MISSIONE EUROPEA. Tanto che per discuterne, il segretario di Stato americano per l'Agricoltura è tornato nella capitale europea dopo 17 anni di assenza e per la prima volta nella storia è entrato nel parlamento, consapevole che il Ttip ha bisogno del voto dell'Assemplea per essere ratificato.
Il segretario Tom Vilsack ha così intrapreso un viaggio europeo passando per Lussemburgo, Bruxelles, Parigi e Dublino. «Senza un significativo capitolo (sul tema) è improbabile che il Congresso americano dia la sua approvazione a un accordo commerciale», ha avvertito a margine dei lavori del Consiglio dei ministri dell'Agricoltura dell'Ue a Lussemburgo.
L'INCONTRO CON DE CASTRO E CIOLOS. Un concetto che ha ribadito anche il 17 giugno a Paolo De Castro, presidente uscente della commissione Agricoltura e sviluppo rurale del parlamento europeo, e a Dacian Ciolos, commissario all'Agricoltura.
Con entrambi i rappresentanti europei Vilsack ha avviato una discussione che è destinata a durare a lungo. «I nostri sistemi sono molto diversi e dobbiamo trovare la strada giusta per capirci», ha spiegato il segretario americano. «Per questo abbiamo bisogno di comunicare in maniera più approfondita prima di entrare nel vivo dei negoziati», gli ha fatto eco Ciolos.
FORTE IMPATTO SUI CITTADINI. «Vogliamo offrire nuove opportunità ai produttori comunitari di esportare i loro prodotti attraverso l'oceano, ma allo stesso tempo garantire che gli standard elevati dell'Unione europea e le nostre posizioni su temi quali l’uso di ormoni, la clonazione e gli Ogm non siano compromessi», ha sottolineato De Castro.
Se infatti il Ttip interessa numerose questioni, dall'energia all'ambiente, dai diritti di proprietà intellettuale a quelli dei lavoratori, è sulla tavola dei cittadini che l'accordo potrebbe avere l’impatto più forte attraverso l'evoluzione dei mercati agricoli e dei sistemi alimentari di Stati Uniti e Ue.

De Castro: «Il problema? Non è la competizione, ma la sostenibilità delle risorse»

Paolo De Castro, presidente uscente della Commissione Agricoltura e sviluppo rurale del Parlamento europeo.

Gli americani per ora sono più interessati a vendere prodotti agricoli di base, come il grano e la soia. Gli europei invece puntano a un maggiore accesso al mercato per i beni alimentari di alta qualità come vini, formaggi, oli di oliva, carni bovine e di maiale, che in alcuni casi sono ancora banditi.
I produttori agricoli europei sono sempre più dipendenti dalle esportazioni al di fuori dell'Ue: quelle in direzione degli Stati Uniti rappresentano il 13% del totale, «vale a dire 15 miliardi di euro, mentre le importazioni dagli Usa valgono 9 miliardi», ha spiegato a Lettera43.it De Castro. «Parliamo quindi di un saldo attivo di 6 miliardi di euro all'anno, che non possiamo sottovalutare in un momento in cui il problema non è più quello della competizione, ma della sostenibilità delle risorse», ha ricordato a chi vorrebbe boicottare il Ttip.
UN MERCATO DA 27 MILIARDI. Nel 2012, il valore degli scambi di prodotti agricoli tra Usa e Ue è stato di 26,5 miliardi dollari. Un dato che secondo il Bctt food and agriculture working group (Business coalition for transatlantic trade), l’alleanza che rappresenta aziende agricole statunitensi e associazioni che promuovono il commercio di materie prime, alimenti e fibre, potrebbe essere molto più grande, considerando la dimensione delle due economie.
Ma a quale prezzo? In gioco non c’è solo l’eliminazione dei dazi dell'importazione, ma anche e soprattutto quella delle barriere sanitarie, fitosanitarie e tecniche al commercio internazionale dei prodotti agricoli e alimentari come l’etichettatura dei prodotti.
Se gli Usa fanno pressioni per rendere meno rigide le norme europee in materia di carni e pollame, a partire da quelle relative agli ormoni e ai risciacqui clorurati delle carcasse, l’Ue cerca di eliminare i limiti alle esportazioni dal Vecchio continente fissati da Washington per prevenire il morbo della mucca pazza.
LA SFIDA DEI REGOLAMENTI. «Il vero nodo è quindi quello sulla sicurezza alimentare», ha spiegato a Lettera43.it Marco Contiero di Greenpeace, «le tariffe sono già bassissime, si tratta al massimo di azzerarle». Lo scopo principale del Ttip è invece «la cosiddetta armonizzazione dei regolamenti», che consiste nel cercare di rendere omogenee le legislazioni di Usa e Ue per quanto riguarda la sicurezza alimentare, i prodotti farmaceutici e quelli chimici. Normative che però sono estremamente diverse.
Per fare un esempio, a livello comunitario sugli Ogm c'è una procedura di valutazione del rischio e di autorizzazione, in cui sono coinvolti gli enti competenti nazionali e l'Efsa. A livello statunitense, invece, «20 anni fa si è deciso di trattare gli Ogm come prodotti functionally equivalent, cioè uguali agli altri, quindi non c'è un sistema di regolazione, ma una deregolamentazione».
IL PRINCIPIO DI PRECAUZIONE IN UE. In pratica, «negli Usa non esiste un principio di precauzione come il nostro», fa notare Contiero, secondo il quale spetta al produttore dimostrare che un prodotto non è nocivo per la salute. Principio che vale anche per i lavorati chimici e quindi, a livello di agricoltura, per i pesticidi.
Il regolamento europeo Reach, varato nel 2006, è basato sul principio di precauzione e sostituzione, ovvero quando c'è una sostanza high concern, ad alta tossicità per esempio, se esistono alternative sul mercato, deve essere rimpiazzata.
Negli Usa il Toxics substance control act del 1976 (Tsca) chiama l'Environmental protection agency a dimostrare che i prodotti chimici immessi sul mercato sono sicuri, ma non impone alle industrie produttrici di fare lo stesso. Secondo l'approccio, definito «fondato sulla scienza», è inoltre necessario provare che il prodotto è nocivo per la salute prima che possa essere ritirato.
«Parlare quindi di armonizzazione dei regolamenti quando le due normative sono profondamente diverse è pura ipocrisia», ha detto Contiero. E, anche se finora Usa e Ue hanno assicurato di non toccare la legislazione vigente, «modificando il modo in cui» questa «viene implementata si può comunque cambiare la realtà».

La battaglia europea sulla denominazione di origine

L'assemblea del parlamento europeo.

Se inoltre il principio fondante del nuovo trattato è la libertà di mercato, le norme europee su pesticidi, Ogm, ormoni e qualità degli alimenti potrebbero essere considerate barriere commerciali illegali e impugnate di fronte a un arbitrato privato.
Barriere che, per ora, gli Usa vedono anche nel riconoscimento dell’indicazione geografica su cui l’Ue ha investito tanto. Se gli Stati Uniti non arretreranno, un produttore di olive taggiasche per esempio non avrà la possibilità di differenziarsi sul mercato d'Oltreoceano dal suo omologo americano perché quest'ultimo, ha spiegato Greenpeace, «potrebbe venderle con la stessa denominazione senza che siano davvero taggiasche, magari appartengono solo alla stessa specie».
IL PRECEDENTE DEL CANADA. Fondamentale diventa quindi il riconoscimento delle varie etichettature di origine controllata, dop e docg. Nell'accordo con il Canada «l'Ue è riuscita a ottenere il riconoscimento di 150 denominazioni di origine», ha ricordato De Castro, «e questo rappresenta un forte precedente per gli Stati Uniti. Certo non sarà facile convincerli, ma è importante iniziare la discussione».
«Ci deve essere un chiaro accordo che impedisca gli Stati Uniti di usare etichettature non chiare», ha ribadito Contiero, «il parmigiano non potrà essere chiamato così se non proviene dalla regione del parmigiano e stessa cosa per esempio per lo champagne francese». Una battaglia questa che vede Italia e Francia in prima linea.
PICCOLE AZIENDE DA TUTELARE. Il problema non è solo tutelare i prodotti di origine, ma anche i produttori: se infatti un'azienda agricola in Europa ha in media 12 ettari, negli Stati uniti ne ha 180. È chiaro che un'armonizzazione delle tariffe potrebbe discriminare i piccoli produttori, «perché avere cinque ettari di pachino e averne 180 cambia tutto in termine di produzione e costi», ha osservato Contiero.
Fare i conti di quanto può valere il settore agricolo all’interno del Ttip e di quanto i cittadini potrebbero guadagnarci è per ora difficile. Si parla di un risparmio di 500 euro all'anno a famiglia, ma c’è chi davanti a questa cifra è scettico: «È solo il frutto di un possibile aumento dei guadagni diviso per il numero dei cittadini europei, bisogna però vedere quanti cittadini effettivamente beneficeranno di questo accordo e quanto invece i colossi industriali», ha ricordato Greenpeace.
GLI INTERESSI DEI COLOSSI. Tra questi le compagnie che producono l'agro chimico, dalla Monsanto alla Dow chemical, dalla Dupont alle Europe Bayer, passando per le full brand come Kraft, Coca Cola, Pepsi e Unilevel, sino ad arrivare ai grandi rivenditori come Wallmart e Carrefour e ai distributori. Per loro favorire il commercio internazionale di derrate alimentare rappresenta un beneficio economico. «Bisogna vedere se lo sarà anche per la famiglia polacca», ha concluso Contiero.

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